Se il testo del 1981 fissava la direzione, qui cerco di dare al metodo una forma più chiara: la progettazione come processo di raffinamento tra macchine astratte, con relazioni esplicite e con un quadro che permette verifica e ottimizzazione.
Il punto di partenza è l’idea che la progettazione non debba essere descritta solo “narrativamente”, ma inserita in un modello abbastanza formale da permettere di parlare di passi, correttezza e conseguenze. In questo modello, la macchina astratta funziona come oggetto di base: una descrizione matematica sufficientemente rigorosa per poter essere confrontata, raffinata e collegata.
La posta in gioco non è sostituire il progettista, ma offrirgli una disciplina: una successione di trasformazioni in cui le proprietà vengono seguite esplicitamente. Qui prendono forma anche le idee di forma intermedia e di rete di moduli, cioè una progettazione che possiede al tempo stesso una verticale (livelli di astrazione) e un’orizzontale (struttura).
Nella sequenza del decennio, l’articolo del 1983 è un anello di collegamento: spinge il metodo verso una forma stabile, preparando la possibilità della sua strumentazione (Tokyo 1985) e, infine, di un sistema del tipo INTERFORM.