Luca Dan Șerbănați all'esame di maturità, 1961
Luca Dan Șerbănați nei primi anni Settanta
Luca Dan Șerbănați all'ultima lezione del quinto anno, aprile 1989

Luca Dan Șerbănați

Professore emerito alla Politehnica di Bucarest

Ricerca, insegnamento, industria e memorie

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Luca Dan Șerbănați a Venezia, 1990
Luca Dan Șerbănați a New York, 2005
Luca Dan Șerbănați

Qualche giorno fa, alcuni ex colleghi del Politecnico di Bucarest mi hanno inviato, perché li esaminassi, una proposta di metodologia per la valutazione del personale docente, i relativi allegati e un foglio Excel per l'autovalutazione delle attività scientifiche e didattiche. I documenti cercano di comprendere quasi tutto ciò che fa un professore universitario e di esprimere il risultato attraverso punti, graduatorie e giudizi.

Non intendo dare consigli ai colleghi del Politecnico su come organizzare la loro valutazione. Prendo atto di quanto viene proposto e mi permetto di commentare, dalla prospettiva di oltre cinquant'anni di insegnamento, ciò che strumenti simili possono dirci su un professore e ciò che rischiano di lasciare fuori dal giudizio. Prima di commentare la proposta, devo precisare che cosa intendo per valore di un professore.

Questo saggio assume la forma di un dialogo: «Io» esprime le domande e le esperienze dell'autore, mentre «IA» propone argomenti, obiezioni e interpretazioni. La proposta del Politecnico è il punto di partenza, ma il problema va oltre l'università: che cosa significa trasmettere la conoscenza, dalla scuola all'università, e come possiamo giudicare il valore di chi rende possibile tale trasmissione?

La scelta del dialogo richiama, nello spirito, il modo in cui Platone trasformò gli incontri con Socrate in occasioni per indagare le idee. Non si tratta della trascrizione di una conversazione né di un copione destinato a essere recitato in un podcast. Le voci «Io» e «IA» sono strumenti di una riflessione scritta: domande, risposte e obiezioni ci aiutano a esaminare un problema senza pretendere di aver raggiunto fin dall'inizio un verdetto.

Che cosa propone il Politecnico

I documenti ricevuti non costituiscono un'unica griglia. La bozza della metodologia stabilisce un processo di valutazione periodica; i quattro allegati descrivono questionari e modalità di aggregazione dei risultati; il foglio Excel elenca le attività cui vengono attribuiti punti. Nella copia della metodologia che ho ricevuto, le date di approvazione da parte degli organi universitari sono ancora in bianco: parliamo dunque di una proposta in esame.

La metodologia dichiara esplicitamente di voler migliorare l'attività didattica, individuare le esigenze di formazione e favorire lo sviluppo professionale. Combina valutazione degli studenti, autovalutazione, valutazione tra colleghi e giudizio complessivo del direttore di dipartimento. Secondo l'articolo 18, nella classificazione finale il peso è del 40% per la valutazione degli studenti, del 30% per l'autovalutazione e del 30% per la valutazione dei colleghi. I risultati della valutazione degli studenti vengono ripartiti in quattro gruppi relativi, detti quartili (CS1–CS4), con CS4 corrispondente all'ultimo quarto della graduatoria dell'ateneo. Secondo il documento esaminato, tre semestri consecutivi in CS4 possono comportare un monitoraggio e cinque valutazioni consecutive in CS4 possono condurre a una formazione psicopedagogica o ad altre misure correttive. Le due formulazioni vanno tenute distinte: «semestri» e «valutazioni» non sono necessariamente unità equivalenti.

Il foglio Excel propone un inventario più vasto, articolato in sei capitoli:

Capitolo Attività cui vengono attribuiti punti
I. Didattica Libri e materiali didattici, supervisione di tesi di laurea e dottorandi, specifiche attività d'insegnamento
II. Ricerca Articoli, brevetti, finanziamenti, contratti di ricerca e progetti
III. Gestione universitaria Coordinamento di programmi, laboratori, commissioni e altre responsabilità istituzionali
IV. Riconoscimento e prestigio accademico Appartenenze professionali, citazioni, premi e attività di valutazione scientifica
V. Comunità accademica e contesto socioeconomico Servizi accademici, organizzazione di eventi, incarichi e attività di rappresentanza
VI. Altri indicatori Criteri stabiliti dalla facoltà, fino a un massimo di 500 punti

A ogni attività corrisponde un punteggio unitario. Per esempio, la scheda assegna 20 punti a un insegnamento i cui materiali siano pubblicati regolarmente su Moodle alle condizioni indicate, 15 punti alla responsabilità di una commissione per gli orari e, in una voce dedicata alla promozione delle attività accademiche, 10 punti a un post ammissibile sui social network, entro il limite stabilito. Altre voci attribuiscono punti alle pagine dei libri, agli articoli, ai dottorandi, ai finanziamenti e alle citazioni. Il foglio Excel non stabilisce pesi percentuali per i sei capitoli: il totale è la somma dei punti accumulati. Di conseguenza, il peso effettivo di un capitolo dipende dalla formula di attribuzione e dal volume delle attività, non da una giustificazione esplicita della sua importanza relativa.

Il documento consente al Consiglio di Facoltà di approvare modifiche ai punteggi unitari dei primi cinque capitoli e riserva fino a 500 punti ad altri indicatori locali. Questa flessibilità può adattare la valutazione a profili diversi, ma solleva questioni di comparabilità fra facoltà, trasparenza e stabilità delle regole.

Io:

A prima vista la proposta sembra completa. Il professore insegna, fa ricerca, lavora nell'istituzione, partecipa alla vita della comunità e ottiene, o non ottiene, riconoscimento professionale. Tutto questo merita di essere considerato. Ma basta elencare tali attività, attribuire loro punti e sommarli? Non dovremmo partire dallo scopo dell'istruzione?

IA:

Dobbiamo essere equi con gli autori: la metodologia non sostiene che la somma dei punti rappresenti il valore umano del professore e propone legittimamente un meccanismo di riscontro e sviluppo. Il problema nasce quando gli indicatori vengono aggregati in graduatorie che producono conseguenze professionali. Allora occorre chiedersi che cosa rappresenti il risultato: la qualità dell'educatore, il contributo complessivo all'istituzione o il prestigio scientifico.

Che cosa vogliamo valutare e perché?

Io:

Il professore è anche dipendente di un'«impresa»: ha doveri verso l'istituzione che lo assume. È inoltre membro di una comunità, con responsabilità nei suoi confronti. Non nego che anche questi contributi possano essere valutati. Ma il ruolo di educatore non coincide con gli altri. Qual è il più importante?

IA:

Occorre distinguere almeno tre piani: il valore dell'insegnamento e della formazione, l'adempimento degli obblighi istituzionali e il contributo alla comunità professionale o sociale. All'università si aggiunge la ricerca, con i suoi scopi specifici. Tutti sono legittimi, ma non sono della stessa natura. Un buon amministratore non diventa per questo un buon educatore; un ricercatore molto citato non acquisisce automaticamente talento pedagogico.

Conta anche lo scopo concreto della valutazione. Per migliorare la didattica serve una diagnosi pedagogica. Per le promozioni occorre definire i requisiti della posizione. Per assegnare responsabilità amministrative servono altre capacità. Un'unica graduatoria che risponda a tutte queste domande richiederebbe una giustificazione che nessuna formula può sostituire.

Esiste poi una tensione: l'università come istituzione si interessa di entrate, visibilità, accreditamenti ed efficienza. La società, però, ha bisogno anche di persone capaci di giudicare autonomamente, non solo di laureati o risultati facilmente contabilizzabili. Non sono scopi incompatibili, ma nemmeno sempre coincidenti. Una metodologia rende visibile la gerarchia che l'istituzione sceglie fra essi.

Il professore e la perdita di prestigio sociale

Io:

Mi chiedo se la discussione sulla valutazione non debba essere preceduta da una domanda più generale: che cosa è accaduto al prestigio sociale dell'insegnante? Sempre più spesso viene considerato un funzionario qualsiasi, mal pagato e trattato senza la considerazione che meriterebbe. Si dimentica che insegnare è, o dovrebbe essere, anche una vocazione. Conoscere una disciplina non significa necessariamente saperla insegnare e ancor meno suscitare negli altri il desiderio di imparare. È questa capacità a dare alla professione un valore sociale difficilmente quantificabile.

Nell'esperienza della mia generazione, tale svalutazione si è accentuata durante il comunismo, quando l'uguaglianza proclamata dal regime ha spesso favorito l'indifferenza verso le differenze di merito e di prestigio intellettuale. Il processo è continuato, in altre forme, nell'economia di mercato, dove le persone vengono giudicate sempre più per la posizione economica che occupano anziché per il contributo offerto alla società. Non finiamo così per scoraggiare proprio le persone più capaci dall'intraprendere la professione docente?

IA:

Retribuzione, autorevolezza professionale e prestigio sociale non coincidono. Il lavoro del docente produce effetti spesso lontani nel tempo, difficili da attribuire a una sola persona e impossibili da ridurre a un risultato economico. La tua interpretazione storica richiede qualche sfumatura: il comunismo non ha cancellato ogni gerarchia intellettuale, così come l'economia di mercato non comporta inevitabilmente disprezzo per l'istruzione. Entrambi, tuttavia, possono subordinare il professore a criteri estranei alla formazione dell'allievo: la conformità in un caso, la redditività e la prestazione misurabile nell'altro.

Io:

Quando la professione non attira più un numero sufficiente di persone preparate, compare la tentazione di coprire i posti a ogni costo. L'urgenza di garantire le lezioni o l'intervento di persone influenti possono prevalere sulla competenza e sulla vocazione pedagogica. E adesso, dopo aver ammesso persone simili, vogliamo individuarle mediante le valutazioni e metterle alla gogna? Non è troppo tardi? Il danno è già stato fatto, anche alle generazioni di allievi e studenti passate per la scuola. Non dovremmo preoccuparci anzitutto della selezione dei futuri professori, attraverso criteri certo quantitativi, ma soprattutto qualitativi, più difficili da formulare e applicare, eppure essenziali?

IA:

Un'istituzione che trascura il reclutamento, la preparazione e il sostegno dei docenti rischia di riversare su di loro tutta la responsabilità per le carenze del sistema. Tuttavia una selezione iniziale insufficiente non rende inutile la valutazione successiva: gli studenti di oggi hanno diritto a insegnanti competenti. La domanda è se si voglia migliorare la didattica o soltanto individuare dei colpevoli. In futuro, fascicoli e punteggi dovranno essere integrati con l'esame dell'attività pedagogica concreta. La vocazione può anche maturare, se l'istituzione offre modelli, accompagnamento e libertà intellettuale.

Io:

È cambiato anche il rapporto con i genitori. Talvolta il professore deve difendere ogni sua legittima esigenza di fronte a genitori che lo trattano come un fornitore di servizi. Non idealizzo la scuola di un tempo: ho conosciuto docenti ingiusti. Ma la perdita di rispetto per la professione non mi sembra un progresso.

Ricordo inoltre che un tempo si sceglieva di insegnare anche per la vita che questo lavoro consentiva. Le lunghe vacanze offrivano tempo per leggere, informarsi, meditare, ripensare i corsi e, semplicemente, vivere. Oggi il professore sembra sommerso da relazioni, procedure, moduli e continue richieste di giustificare il proprio lavoro. Quando può ancora leggere? Quando può elaborare quelle sintesi senza le quali un corso diventa un semplice accumulo di informazioni? Non rischiamo di tenerlo così occupato a dimostrare di lavorare da non lasciargli più tempo per l'essenza del suo lavoro?

IA:

Rispettare il professore non significa accettare ingiustizia o incompetenza. Un genitore può contestare un abuso, ma contestare un abuso non equivale a negare l'autorevolezza professionale. E il tempo della lettura e della riflessione non è un privilegio estraneo al lavoro: preparare un corso richiede selezione, organizzazione e reinterpretazione continua della disciplina.

C'è un paradosso: in nome della qualità della didattica, gli adempimenti amministrativi possono consumare proprio il tempo da cui dipende tale qualità. Leggere un libro fondamentale o ripensare un corso non lascia sempre tracce facilmente misurabili; compilare un modulo sì. Al professore non serve soltanto riposo, ma tempo per pensare. Nei termini di Recalcati, come potrebbe restare testimone del proprio amore per il sapere se non avesse più il tempo di coltivarlo?

Io:

Da questa prospettiva, la classificazione proposta al Politecnico mi inquieta ancora di più. Non rifiuto la valutazione, ma temo che una gerarchia fondata su punteggi discutibili possa essere scambiata per una gerarchia del valore dei professori. E se tali graduatorie fossero rese pubbliche, non sarebbe un nuovo colpo al prestigio della professione?

IA:

Bisogna verificare se la metodologia preveda davvero la pubblicazione dei risultati; non possiamo darlo per scontato. Ma anche senza pubblicazione resta la questione di fondo: che cosa classificano gli indicatori — l'adempimento dei doveri, il rendimento in un determinato campo o il valore complessivo del professore? La società ha bisogno di docenti responsabili del proprio lavoro, ma anche rispettati e capaci di esercitare un giudizio intellettuale indipendente. Le due esigenze devono essere conciliate.

Dopo aver considerato la condizione sociale del professore possiamo tornare alla domanda alla base di ogni scuola: che cosa accade quando un insegnante cerca di trasmettere qualcosa a chi impara?

Si può trasmettere la conoscenza?

Io:

Prima di discutere la valutazione dei professori dovremmo capire che cosa significhi trasmettere conoscenze nell'insegnamento. Il docente spiega, l'allievo ascolta e impara. Ma che cosa viene trasmesso? Informazioni? Concetti? Metodi di pensiero? O anche qualcosa della personalità di chi insegna?

IA:

L'espressione «trasmissione delle conoscenze» semplifica un processo più complesso. Possiamo trasmettere informazioni, enunciati, esempi e dimostrazioni. La comprensione, però, non passa già compiuta da una mente all'altra. Chi impara deve interpretare, collegare le nuove informazioni a ciò che già sa e saperle utilizzare. L'insegnante crea e organizza le condizioni di questa attività, ma non può capire al posto dell'allievo.

Dobbiamo dunque distinguere insegnamento e apprendimento. Una lezione impeccabile non garantisce che tutti abbiano imparato; l'assenza di una spiegazione magistrale non esclude l'apprendimento autonomo.

Io:

E allora come valutiamo il docente? In base a ciò che è riuscito a spiegare o a ciò che gli allievi sono riusciti a comprendere?

IA:

Il risultato dell'apprendimento è indispensabile, ma non può essere attribuito interamente al docente. Contano la preparazione precedente, la motivazione e l'impegno di ciascun allievo. Dovremmo esaminare sia la qualità delle opportunità di apprendimento offerte dall'insegnante sia i progressi compiuti da chi ne usufruisce, senza confondere le due cose.

Che cosa aggiunge il docente all'informazione?

Io:

Le informazioni si trovano nei libri e oggi ovunque su internet. Qual è, allora, il contributo specifico del professore?

IA:

Il docente seleziona, ordina, spiega e mette in relazione le conoscenze. Sa distinguere un dettaglio da ricordare da un concetto capace di riorganizzare la comprensione di un intero campo. Può individuare una difficoltà e modificare la spiegazione. Soprattutto, può rendere visibile il significato di un'idea: perché vale la pena conoscerla?

Io:

Chiamerei questo anche valore, o peso cognitivo, di ciò che viene trasmesso: l'importanza dei concetti e lo sforzo intellettuale necessario per comprenderli. Non tutte le informazioni pesano allo stesso modo nella formazione della mente.

IA:

Ma il docente non può stabilire da solo che cosa avrà l'effetto più profondo su ciascun allievo. Il peso cognitivo che attribuisce a un'idea non garantisce che lo studente lo percepisca allo stesso modo.

Socrate e l'apprendimento attraverso le domande

Io:

Che cosa ci dice Socrate di questo mestiere, della vocazione del professore? Non aveva articoli, progetti o brevetti, ma la sua influenza sul pensiero ha attraversato i millenni.

IA:

Socrate, quale appare nei dialoghi di Platone, rifiuta l'immagine semplice del maestro che possiede una dottrina e la consegna ai discepoli. Nell'Apologia di Socrate, le sue domande turbano chi è convinto di sapere; il confronto con la propria ignoranza è l'inizio dell'esame di sé. Nel Menone, il dialogo geometrico con un giovane schiavo lo porta prima all'impasse, poi lo guida lungo un ragionamento. Nel Teeteto, il paragone con l'arte della levatrice suggerisce che l'interlocutore vada aiutato a formulare e mettere alla prova le proprie idee, non soltanto a enunciarle.

Naturalmente questi dialoghi non costituiscono un manuale completo di pedagogia; l'episodio del Menone è legato anche alla teoria platonica della reminiscenza, che non va confusa con una moderna spiegazione psicologica dell'apprendimento. Il bambino deve imparare a leggere, a calcolare e molte altre cose che non può riscoprire da solo. Socrate, però, ci ricorda che conoscere non significa soltanto ripetere una risposta corretta.

Recalcati e il desiderio di conoscere

Io:

Il mio ideale è il professore che, attraverso la passione per una disciplina e il proprio desiderio di conoscere, può trasformare il destino intellettuale di un allievo. Penso al libro di Massimo Recalcati, L'ora di lezione. Per un'erotica dell'insegnamento.

IA:

Recalcati pone al centro dell'esperienza didattica l'amore per il sapere e il desiderio di conoscere. L'«erotica» dell'insegnamento non riguarda la seduzione personale nel senso comune, ma il desiderio di sapere sempre di più come forza motrice della vita intellettuale. La conoscenza non è un oggetto da possedere una volta per tutte: il cammino verso di essa è animato dalla mancanza, dalla curiosità e dalle domande che restano aperte. Un buon maestro non è né un burocrate della didattica né una macchina che trasferisce dati: rendendo viva la materia, può trasformarla in qualcosa che l'allievo desidera scoprire.

Da questa prospettiva, una lezione può diventare un evento intellettuale nella biografia dell'allievo. I suoi contenuti teorici possono sfumare nel tempo, mentre rimane nella memoria lo stile inconfondibile del maestro: la testimonianza viva del suo amore per la disciplina che insegna. Ma il desiderio di sapere del professore non si trasmette meccanicamente all'allievo. Il docente può aprire una porta, ma non può obbligarlo ad attraversarla. Il fascino che può suscitare dipende dall'incontro fra professore e allievo, non è il risultato garantito di una tecnica; e una lezione emozionante non esonera il professore dal dovere di spiegare bene.

In questo senso il professore è un testimone della propria passione: non insegna l'amore per il sapere come una definizione, ma lo rende visibile nel modo in cui cerca, argomenta, dubita e ritorna su un'idea. La sua esigenza di rigore può dare all'allievo il coraggio di pensare autonomamente, purché non si trasformi in umiliazione. Lo stile non sostituisce il rigore: può renderlo vivo.

Il professore come modello

Io:

Ho avuto la fortuna di incontrare molti bravi professori, e la mia carriera è anche il risultato della loro opera. Nei momenti decisivi della vita professionale, quando bisogna scegliere una strada, tornano alla mente i docenti che si sono ammirati. L'ammirazione non nasce sempre dalla padronanza della materia, ma anche da come il professore sceglie di insegnarla: in modo ordinato o disordinato, purché coinvolgente; dalla passione per la materia o da un olimpico distacco; dalla cultura generale, talvolta perfino da come si vestiva. È difficile definire il carisma di un professore. Dovrebbe rientrare fra i criteri di valutazione.

IA:

Il docente ammirato può diventare un riferimento interiore molto tempo dopo la conclusione degli studi. Non ricordiamo soltanto che cosa ci ha spiegato, ma il suo modo di giudicare, di riconoscere un errore o di affrontare l'ignoto. Questa influenza esemplare si aggiunge a quella cognitiva e formativa.

L'ammirazione comporta però un rischio: un modello troppo dominante può produrre imitazione e conformismo. L'ideale sarebbe che l'allievo conservasse l'esempio del maestro senza rinunciare alla propria indipendenza.

Foiaș e Șabac: due modi di affascinare

Io:

Penso a Ciprian Foiaș, mio professore di analisi funzionale alla Facoltà di Matematica. Fu l'unico professore, nelle due facoltà che frequentai, a bocciarmi a un esame; la colpa era mia. Ma non è per questo che lo ricordo. La matematica era l'ambiente in cui si muoveva come un pesce nell'acqua. Sembrava che non preparasse le lezioni. Arrivava e cercava di ricordare che cosa ci aveva detto nella lezione precedente, magari con il nostro aiuto. Se non ci riusciva, trovava un altro argomento. Pareva inventare le dimostrazioni sul momento. A volte si fermava: «Ho preso una strada sbagliata». Cancellava la lavagna e riprovava. In aula noi studenti capivamo ben poco. Soltanto più tardi, durante la preparazione degli esami, le cose cominciavano a chiarirsi. Non accettavo quel modo di insegnare, eppure ne ero affascinato. Avevo l'impressione di trovarmi davanti non a un impostore, ma a un genio, e questo contava moltissimo. Alcuni lo presero a modello.

IA:

Foiaș ti affascinava proprio perché rendeva visibile il processo della ricerca matematica. Ma non confondiamo il ricordo di uno studente già intellettualmente maturo con la valutazione dell'intero corso. Che cosa accadeva agli studenti che avevano bisogno di continuità e prevedibilità? L'autenticità del docente non esime l'istituzione dal verificare se la maggioranza poteva imparare attraverso quel metodo.

Io:

Al polo opposto c'era Ioan Șabac, che insegnava Matematiche speciali al Politecnico. Conosceva perfettamente la lezione, fino a sapere che cosa avrebbe scritto alla lavagna. Cominciava nell'angolo in alto a sinistra e terminava la dimostrazione o il capitolo esattamente nell'angolo in basso a destra. Quell'ordine passava nei nostri appunti e nel modo in cui studiavamo la materia. Mi diede un otto che allora consideravo vergognoso, ma non è il voto a essermi rimasto impresso.

IA:

Șabac offriva un'architettura rigorosa dell'esposizione; Foiaș mostrava la libertà dell'esplorazione. Sono due possibili esperienze formative. Ma da questi ricordi non deriva che ogni improvvisazione o ogni esposizione impeccabilmente organizzata sia buona. Ci mettono soltanto in guardia dall'imporre uno stile unico.

Il professore nella memoria dell'ex allievo

Io:

Abbiamo parlato di due professori che so descrivere ancora oggi, dopo più di mezzo secolo. Ma il ricordo attuale non coincide con il giudizio dello studente che ero allora. Guardavo con diffidenza le improvvisazioni di Foiaș, benché mi affascinasse; ammiravo Șabac per la costruzione impeccabile della lezione, anche se il voto ricevuto mi aveva scontentato. In seguito, la mia stessa esperienza di docente mi ha fatto comprendere diversamente entrambi gli incontri. Quanto di ciò che oggi attribuisco a loro appartiene ai professori di allora e quanto alla persona che sono diventato?

IA:

La memoria non è un registro di valutazione conservato immutato. L'adulto reinterpreta il rigore, i gesti di incoraggiamento, l'organizzazione o la spontaneità di una lezione alla luce delle esperienze successive. A volte scopre il valore di una disciplina che aveva ritenuto inutile; altre volte capisce che ciò che chiamava autorevolezza era in realtà intimidazione. Un ricordo vivido è un fatto biografico importante, ma non dimostra da solo l'efficacia dell'insegnamento per un'intera classe.

Anche la memoria collettiva può essere selettiva. Un docente ammirato dagli studenti meglio preparati poteva risultare difficile da seguire per chi aveva bisogno di più sostegno. Un professore meno spettacolare poteva lasciare abitudini di lavoro durevoli. Il carisma è reale come esperienza, senza essere necessariamente universale nei suoi effetti.

Io:

Ho esempi ancora più lontani, dagli anni del liceo. Noi allievi giudicavamo inizialmente Zlate Bogdanov, il mio insegnante di matematica, dall'aspetto e dal modo di parlare, un po' nasale. Non sembrava una persona dalla quale avremmo imparato qualcosa di decisivo. Eppure, ripensandoci, gli devo gran parte della preparazione che mi permise di superare brillantemente l'esame di ammissione all'università. Quanto avrebbe contato ai nostri occhi una valutazione di Bogdanov fatta allora, e quanto conta questa constatazione tardiva?

Gheorghe Caloianu, un altro insegnante di matematica, era chiaro, rigoroso e attento all'impegno dell'allievo. Prendevo buoni voti nelle interrogazioni, ma commettevo errori nelle prove scritte, con grande stupore di entrambi. Quando finalmente ottenni dieci in un compito scritto, ritrovai fiducia e scelsi l'indirizzo scientifico, mentre fino ad allora, sentendomi inadeguato in matematica, avevo pensato a quello umanistico. Non pretenderei che un solo docente abbia deciso il mio futuro, ma non potrei neppure cancellare quell'esperienza dal racconto del mio percorso verso una carriera tecnica.

Più sorprendente è il ricordo della professoressa di economia politica Florica Negoiță, una giovane comunista convinta. Il contenuto ideologico del suo corso suscitava in noi un rifiuto totale, e per questo la professoressa ci era antipatica. Il suo metodo espositivo, invece, mi colpì: all'inizio della lezione disegnava alla lavagna un albero delle idee e poi ne percorreva sistematicamente ogni ramo. Ritrovai l'utilità di quell'organizzazione al secondo anno di università, quando, in seguito a una crisi di fiducia nelle mie capacità, cercavo un metodo per padroneggiare una materia che si rivelava difficile. Conservai dunque un'abitudine intellettuale ricevuta da una professoressa della quale non condividevo le convinzioni.

IA:

I tre ricordi mostrano tre distanze fra l'impressione immediata e l'effetto duraturo dell'insegnamento: un docente sottovalutato all'epoca può preparare solidamente un allievo; la fiducia acquistata in un momento critico può influenzare una scelta; un metodo può sopravvivere al contenuto per il quale era stato usato. Nessuno di questi effetti si può dedurre semplicemente dalla popolarità, dai voti assegnati o dall'adesione dell'allievo alle idee del professore. Sono testimonianze personali, non misure dell'intera attività didattica; proprio per questo completano, senza sostituirla, la valutazione compiuta a suo tempo.

Ci riportano anche a Recalcati. Imparare un metodo può essere prezioso, ma la posta più alta dell'incontro con un professore rimane la nascita dell'amore per il sapere, di quel desiderio di sapere di cui parla Recalcati, che continua anche dopo la fine della lezione. La fiducia ritrovata in matematica e il piacere di mettere ordine nelle idee possono segnare l'inizio di questo rapporto con lo studio. Non possiamo ridurli a un punteggio, ma neppure supporre che tutti gli allievi li abbiano vissuti nello stesso modo.

Io:

A volte il cambiamento di giudizio è ancora più radicale. Un professore vissuto come oppressivo, forse persino ingiusto all'epoca, può rivelarsi, dopo decenni di lavoro, uno di quelli ai quali dobbiamo di più. Soltanto quando si esercita una professione e si assumono responsabilità proprie si comprende quanto ci abbiano aiutato le sue esigenze, che allora vivevamo solo come un peso. Non significa che l'ingiustizia diventi giusta, ma che il giudizio dell'ex allievo non resta immutato.

IA:

È importante separare ciò che ha avuto un valore formativo da ciò che è stato umiliante o arbitrario. La gratitudine tardiva non giustifica qualsiasi metodo pedagogico. Mostra però quanto possa essere incompleta una valutazione fatta subito dopo un corso: il docente viene giudicato in un momento determinato, mentre le conseguenze dell'incontro con lui possono rivelarsi lungo tutta una vita.

Esiste però anche l'esperienza opposta, che la nostalgia può nascondere: un professore che umilia, etichetta o scoraggia può lasciare ferite durature. Il fatto che un ex allievo arrivi ad apprezzare il rigore non dimostra che tutti i suoi compagni ne abbiano tratto beneficio. Un'influenza che dura nel tempo non è necessariamente positiva; occorre ascoltare anche chi conserva ricordi dolorosi.

Io:

C'è un gesto che mi sembra significativo: dopo molti anni, un ex studente cerca di rivedere il proprio professore. Forse desidera ringraziarlo, dirgli che cosa è diventato o ritrovare una parte della giovinezza. Talvolta, però, l'incontro porta delusione. Priva ormai dell'aura del professore di un tempo, la persona non somiglia più al modello conservato nella memoria. Questo annulla l'influenza che aveva esercitato nella vita dell'ex allievo?

IA:

Non necessariamente. L'influenza di un professore e l'immagine idealizzata della sua persona sono due cose diverse. Quanto l'allievo ha imparato, o il coraggio che ha acquisito, possono restare reali anche se un incontro tardivo lo costringe a rivedere la propria ammirazione. Viceversa, il ritorno riconoscente di un ex studente non certifica automaticamente la qualità dell'intera attività didattica. L'incontro può essere una testimonianza preziosa, non un verdetto.

Qui emerge un'altra asimmetria della valutazione: il risultato più importante può diventare visibile decenni dopo il corso, quando nessuna scheda amministrativa lo registra più. Le testimonianze degli ex studenti possono quindi integrare il giudizio sull'influenza di lungo periodo, ma vanno interpretate tenendo conto della selezione di chi risponde, della distanza temporale e del contributo di altri insegnanti, della famiglia e delle esperienze di vita.

Si può valutare il carisma?

Io:

Se professori simili rimangono nella nostra memoria e influenzano le nostre scelte, come potrebbe mancare questa qualità nella valutazione?

IA:

Il carisma può suscitare interesse, ma anche conformismo. La popolarità può premiare un corso accessibile o un esame indulgente, senza dimostrare la profondità dell'apprendimento. Possiamo studiare l'influenza formativa attraverso testimonianze ed esempi documentati. Un docente può essere apprezzato anche per ciò che diventano, nel tempo, i suoi allievi, ma non è l'unico autore dei loro destini.

I due io del professore universitario

Io:

Solo ora possiamo arrivare al professore universitario. Dobbiamo distinguerne due volti, due io: il professore come uomo di scienza e il professore come educatore. Per la ricerca esistono anche istituti e aziende; ma educare le nuove generazioni è la missione del docente. Ho conosciuto insegnanti straordinari senza una produzione scientifica significativa e ricercatori con curriculum notevoli incapaci di trasmettere ciò che sapevano. Ho conosciuto anche professori che non eccellevano in nessuna delle due attività.

IA:

La distinzione è necessaria. Un articolo di valore non compensa automaticamente una lezione scadente, così come una lezione eccezionale non costituisce di per sé una scoperta scientifica. L'università ha bisogno di entrambe le funzioni, ma occorre prima giudicarle separatamente. Un punteggio unico può nascondere profili professionali radicalmente diversi.

Esiste tuttavia un legame: lo specialista che insegna deve conoscere profondamente e aggiornare costantemente la propria disciplina. Questo aggiornamento intellettuale non può essere equiparato alla produttività scientifica misurata dalle pubblicazioni. La ricerca può arricchire l'insegnamento, ma il numero di articoli non è una misura diretta della qualità del docente.

Ricerca e formazione del futuro professionista

Io:

La ricerca universitaria dovrebbe offrire allo studente un esempio di attività da utilizzare nella professione. Non mi riferisco necessariamente ai progetti del professore. Studiare lo state of the art della materia insegnata è essenziale. Le attività investigative dovrebbero essere un piccolo laboratorio della futura professione.

La maggior parte degli studenti non diventerà ricercatore. Ma neppure molte discipline studiate saranno utilizzate direttamente nella loro futura specializzazione. Questo non le rende inutili.

IA:

Dobbiamo distinguere la ricerca che produce conoscenza originale dall'esperienza formativa dell'indagine su un problema. Individuare la domanda, studiare le soluzioni esistenti, confrontare le alternative e verificare un risultato può formare un ingegnere anche se non pubblicherà mai un articolo. Il valore di un esercizio universitario non si riduce alla sua immediata utilità professionale.

Innovazione e adattamento: il corso di IA per i docenti del Politecnico

Io:

Nello stesso pacchetto di documenti, i colleghi mi hanno inviato un corso di intelligenza artificiale destinato ai professori del Politecnico. Sono previste 28 ore distribuite in sette moduli. È un'iniziativa interessante: il docente deve tenersi al passo con la trasformazione degli strumenti e delle professioni. Ma che cosa significa, per la sua qualità di educatore, completare un corso simile?

IA:

Ogni modulo prevede due ore di presentazione e due di laboratorio. I sette moduli riguardano la comprensione dell'IA generativa, la formulazione e la verifica dei prompt, la ricerca bibliografica, l'analisi dei dati, la progettazione della didattica e della valutazione, i flussi di lavoro con agenti e l'uso responsabile dell'IA nell'istruzione. I professori confronterebbero strumenti e lavorerebbero su materiali delle proprie discipline.

La proposta ha un potenziale pratico. Ma il suo valore va giudicato in base alle competenze effettivamente acquisite e ai cambiamenti rilevanti nell'insegnamento, non alla semplice presenza per 28 ore.

Io:

Dal messaggio ricevuto dai colleghi capisco che il superamento del corso potrebbe diventare una condizione per la promozione. Non contesto la necessità di aggiornarsi, ma perché trattare allo stesso modo il professore che scopre ora questi strumenti e quello che già lavora, forse svolge perfino ricerca, nel campo dell'intelligenza artificiale? Non rischiamo di trasformare una buona intenzione pedagogica in un'altra formalità?

IA:

È la differenza fra competenza e prova amministrativa della partecipazione alla formazione. Se l'obiettivo è sviluppare competenze, dovrebbero esserci una valutazione pertinente e la possibilità di riconoscere quelle già dimostrate. Se l'obiettivo è soltanto frequentare un corso, il certificato diventa un nuovo indicatore di conformità.

Occorre inoltre precisare le condizioni per superare il corso, la sua applicazione ai diversi tipi di promozione e il trattamento delle procedure già avviate. Il programma di 28 ore non chiarisce da solo tutti questi aspetti. Nei documenti ricevuti, l'obbligatorietà figura in un messaggio di accompagnamento, non in un regolamento definitivo verificato.

La competenza tecnica, il giudizio critico sugli strumenti e la vocazione pedagogica sono collegati, ma non equivalenti. La certificazione dell'una non dimostra automaticamente le altre.

Abbiamo ancora bisogno di professori nell'epoca dell'intelligenza artificiale?

Io:

Quando ho cominciato a insegnare, il professore era una delle principali vie d'accesso al sapere organizzato. Internet ha cambiato la situazione e l'intelligenza artificiale va oltre: può spiegare, rispondere alle domande e adattare le spiegazioni alle difficoltà di chi impara. Anch'io uso l'IA per esplorare concetti e vicende storiche e per costruire dialoghi utili alla conoscenza. Non rischiamo di concludere che il professore sia diventato inutile?

IA:

Soltanto se riduciamo l'insegnamento alla trasmissione di informazioni. Accedere a spiegazioni in rete non garantisce la comprensione, così come ripetere una risposta corretta non dimostra un giudizio autonomo. Un buon professore aiuta a individuare i problemi importanti, a riconoscere i limiti di un argomento e a collegare i concetti. L'IA può contribuire a queste attività e talvolta fornire spiegazioni più chiare di quelle di un docente. Ma la formazione di una persona richiede anche una relazione umana responsabile, che si sviluppi nel tempo, non soltanto uno scambio di domande e risposte.

Io:

Torno a Socrate, che conduceva i suoi interlocutori a esaminare le proprie domande e risposte, e a Recalcati, per il quale la passione del professore può trasformare la materia in un oggetto del desiderio di sapere. Eppure i nostri dialoghi mi stimolano intellettualmente e mi suggeriscono nuove domande. Non è anche questo un modo per alimentare il desiderio di conoscere?

IA:

Lo è. Un dialogo con l'IA può sostenere la curiosità e suscitare obiezioni feconde. Ma stimolare il pensiero attraverso risposte non equivale a testimoniare, nel senso di Recalcati, il proprio amore per una disciplina. Con il suo stile e la sua esperienza, il professore mostra come si vivano la difficoltà di una dimostrazione, l'incertezza di un'ipotesi e la gioia di una scoperta. L'IA può riprodurre alcune forme del dialogo, ma la capacità di generare spiegazioni convincenti non va confusa con l'esperienza personale di chi ha dedicato una vita a una disciplina.

Io:

Vedo un altro pericolo. Se lo studente ottiene subito una risposta ben formulata, perché dovrebbe sforzarsi di scoprirla da solo? La mia esperienza professionale mi ha insegnato che la difficoltà fa spesso parte della formazione. Conta il risultato, ma conta anche il cammino per raggiungerlo.

IA:

L'IA può favorire l'apprendimento verificando ipotesi, individuando errori e offrendo ulteriori spiegazioni. Può però anche impoverirlo, quando sostituisce lo sforzo intellettuale che lo studente dovrebbe compiere. Il professore dovrà decidere quali difficoltà vadano affrontate senza aiuto automatico, quali risultati lo studente debba giustificare personalmente e come verificare una comprensione autentica. Non ogni difficoltà è un ostacolo da eliminare: alcune formano proprio la capacità di pensare.

Io:

Arriviamo a un paradosso: proprio mentre il professore perde il monopolio dell'informazione, il suo ruolo formativo potrebbe diventare più importante. Forse la domanda non è se l'IA lo sostituirà, ma se la società saprà riconoscere e sostenere il professore di cui avremo bisogno.

IA:

L'autorevolezza del professore non potrà più fondarsi soltanto sul fatto di conoscere più risposte. Dovrà poggiare sulla competenza, sul discernimento, sulla responsabilità e sulla capacità di guidare l'apprendimento. Socrate ci ricorda la forza della domanda; Recalcati quella del desiderio di sapere. La tecnologia cambia i mezzi dell'apprendimento, ma non annulla la necessità di giudicare e di trovare un senso personale nella conoscenza.

Che cosa può misurare una scheda di valutazione?

Io:

Non affronto il problema soltanto dalla prospettiva dell'ex allievo o studente. Sono stato io stesso professore universitario. So quanto lavoro ci sia dietro un corso, quanto diversamente reagiscano gli studenti alla stessa lezione e quanto sia difficile valutarne gli effetti. Proprio per questo non contesto la necessità della valutazione. Mi chiedo, però, se i nostri strumenti colgano ciò che conta davvero o confondano ciò che è facile contare con ciò che è importante.

IA:

L'esperienza dalla cattedra dà alla domanda un altro peso. La valutazione è necessaria per individuare carenze, riconoscere meriti e garantire la responsabilità istituzionale. Ma uno strumento amministrativo non può pretendere di esprimere, attraverso un unico numero, l'intero valore intellettuale e umano del professore. Occorre giudicarlo sia per ciò che possiamo documentare oggi, sia con l'umiltà di riconoscere che alcuni effetti si vedranno molto più tardi.

Io:

Sotto l'influenza di pratiche di valutazione diffuse anche nelle università americane, la ricerca ha assunto un peso fondamentale nel giudizio sui docenti universitari: contratti, brevetti, articoli, citazioni. La valutazione diventa così più quantitativa e la classificazione più facile. Ma chi accumula più punti nella ricerca è anche un professore migliore?

IA:

Gli indicatori forniscono prove parziali: il numero delle pagine non rivela l'originalità di un libro e caricare materiali su Moodle non dimostra che siano stati compresi. Non sono però inutili: documentano attività e possono rendere la valutazione più trasparente delle impressioni di una commissione.

Il problema nasce quando la posizione relativa diventa un segnale di insufficienza. Anche se tutti i docenti ricevessero valutazioni molto buone, qualora fossero necessariamente divisi in quattro gruppi di dimensioni simili, circa un quarto finirebbe comunque in CS4. Immaginiamo cento professori che ricevono valutazioni buone o molto simili: gli ultimi venticinque della graduatoria non diventano per questo docenti significativamente peggiori degli altri. Viceversa, il primo quarto di un gruppo non garantisce, per la sola posizione, un livello soddisfacente dell'insegnamento.

Una graduatoria relativa risponde alla domanda «Come si colloca il professore rispetto agli altri?», non a «Soddisfa gli standard di una buona didattica?». Per individuare carenze che giustifichino interventi, occorrerebbe confrontare i risultati con parametri espliciti di qualità e analizzare il contesto. Altrimenti rischiamo di trattare l'ultimo quarto della graduatoria come una categoria di insufficienza professionale. Inoltre, premiare attraverso i punti può orientare, anche senza cattive intenzioni, l'impegno verso le attività più vantaggiose nella griglia, non necessariamente didattiche.

Io:

Immaginiamo un professore vicino alla pensione, con molti anni di insegnamento alle spalle, che non svolge più ricerche significative né ricopre incarichi amministrativi, ma continua a tenere bene corsi importanti. Sarà ritenuto meno valido di un collega che accumula punti per pubblicazioni, progetti e responsabilità istituzionali? E, separatamente, se un docente finisce ripetutamente nell'ultimo quartile delle valutazioni degli studenti, questo dimostra che insegna male? Non rischiamo di attribuirgli un'etichetta professionale senza esaminare a fondo la situazione?

Parlando in generale, senza riferirci alla griglia del Politecnico, per un maestro di scuola primaria non abbiamo articoli, contratti o brevetti da contare. Eppure esistono maestri bravi e meno bravi. Non dovremmo partire da ciò che rende bravo un insegnante?

IA:

Si tratta di due questioni diverse. Il punteggio della ricerca non determina di per sé la posizione nei quartili derivati dalle valutazioni degli studenti. Una graduatoria relativa può però produrre un'impressione ingiusta se viene interpretata come un verdetto sulla qualità della didattica. Nessuna graduatoria dovrebbe sostituire un esame motivato dell'insegnamento concreto.

Più in generale possiamo valutare la padronanza della materia, la chiarezza delle spiegazioni e i progressi degli allievi. Ma nemmeno il giudizio qualitativo è infallibile. L'esperienza delle commissioni di un tempo, compreso il periodo comunista, ricorda quanto potessero pesare le circostanze, i rapporti personali e la competenza dei valutatori. Servono criteri espliciti, prove, possibilità di ricorso e, soprattutto, commissioni imparziali composte da persone competenti.

Occorre inoltre distinguere la valutazione di un corso da quella del professore. Gli studenti possono apprezzare la disciplina ma avere difficoltà con il modo in cui viene insegnata; oppure ammirare la chiarezza e la disponibilità del professore senza acquisire le conoscenze attese. Né la soddisfazione immediata né i risultati di un esame raccontano da soli tutta la storia.

Si possono sommare punti di natura diversa?

Io:

I punti ottenuti secondo criteri diversi sono di natura diversa. Alcuni possono essere più importanti di altri. Come sommarli, come se rappresentassero la stessa grandezza? Un'attività educativa, una citazione e la partecipazione a una commissione non sono unità della stessa sostanza.

IA:

Matematicamente si possono sommare i numeri. Ma l'operazione non acquista automaticamente significato valutativo. Perché ciò accada, l'istituzione deve mostrare perché risultati eterogenei siano stati convertiti in una scala comune, perché abbia scelto certi pesi e, soprattutto, perché accetti che un'attività ne compensi un'altra.

Un modello multicriterio può essere utile per una decisione amministrativa ben definita. Non diventa però una misura naturale del valore del professore. I coefficienti incorporano scelte istituzionali, talvolta contestabili.

Io:

Allora un professore debole nella didattica ma molto attivo nella ricerca o nell'amministrazione può raggiungere lo stesso totale di uno che forma gli studenti in modo straordinario ma raccoglie meno punti nelle altre voci. Che cosa ci dice questa uguaglianza?

IA:

Può dire che i loro contributi sono equivalenti secondo la regola scelta, non che i due professori sono equivalenti. Esistono metodi multicriterio legittimi per aggregare risultati eterogenei, ma presuppongono scelte esplicite sui pesi e sulla possibilità di compensare una debolezza con un merito in un'altra categoria. Alcuni requisiti, come la competenza didattica minima e l'integrità, dovrebbero restare non compensabili.

Una scheda di valutazione è anche uno strumento di politica istituzionale. Attraverso criteri e incentivi, l'università rende più visibili determinate attività e incoraggia un particolare profilo professionale. La domanda «Chi stabilisce i punti?» è, in fondo, «Chi decide che tipo di università vogliamo?».

Come potrebbe essere una valutazione più equa?

Io:

Non contesto il diritto dell'università di valutare i propri dipendenti né il loro obbligo di partecipare alla vita dell'istituzione. Non pretendo di scrivere io il regolamento del Politecnico; la responsabilità di questa scelta appartiene alla sua comunità accademica. Ma criticare un punteggio totale non basta. Quali principi potrebbero difendere la valutazione sia dall'arbitrio delle impressioni personali sia da quello dei coefficienti?

IA:

Un'alternativa pratica potrebbe comprendere quattro ambiti distinti, presentati insieme a ogni valutazione:

  • Insegnamento e formazione: osservazione di un campione di attività da parte di colleghi preparati; analisi dei materiali e delle prove di valutazione; questionari agli studenti interpretati in base alla disciplina e al tasso di partecipazione; prove dei progressi; uno standard minimo obbligatorio.
  • Ricerca: esame dei contributi significativi e della loro originalità da parte di esperti, con indicatori bibliometrici usati come informazioni di supporto.
  • Responsabilità istituzionali e comunitarie: registrazione dei compiti svolti, giudizio sulla loro qualità e riconoscimento del servizio reso alla comunità, separatamente dal valore pedagogico.
  • Sintesi motivata: un profilo dei punti forti e deboli, discusso con il professore e impugnabile; un eventuale indice globale solo per una decisione precisamente definita, non come etichetta universale.

Interviste agli ex studenti potrebbero aggiungere periodicamente indizi sull'influenza di lungo periodo, senza attribuire a un singolo professore tutta la loro evoluzione professionale. Non dovrebbero comprendere soltanto i laureati di successo o rimasti in contatto con l'università: andrebbero cercate anche esperienze diverse, comprese quelle meno favorevoli. La domanda utile non è soltanto «Le piaceva il professore?», ma «Quale modo di pensare o di lavorare le è rimasto da lui, e come è arrivato a comprenderne l'influenza con il passare degli anni?».

Io:

Una procedura del genere richiede tempo e persone capaci di giudicare. Non è più comodo usare un algoritmo di punteggio?

IA:

È più comodo e talvolta più riproducibile. Ma la comodità non dimostra la validità. La valutazione tra colleghi può diventare arbitraria se non è documentata; quella numerica può diventarlo se i pesi non sono giustificati. La soluzione non è scegliere fra persone e numeri, ma richiedere prove, spiegazioni e controllo per ogni giudizio.

Una conclusione ancora aperta

Io:

Siamo partiti da un foglio di calcolo e siamo arrivati alla domanda su che cosa significhi essere un buon professore. Abbiamo discusso la perdita di prestigio sociale della professione, la selezione e la preparazione dei docenti, il tempo necessario alla riflessione e le trasformazioni portate dall'intelligenza artificiale. Un'istituzione ha il diritto e il dovere di valutare i dipendenti. Ma prima di assegnare punti non dovrebbe dire che cosa intende offrire agli studenti e quale posto occupi il professore nel realizzare tale obiettivo? Il corso di IA mostra la volontà di adattarsi. Ma la domanda centrale rimane: quali competenze reali vogliamo che i laureati acquisiscano e come sappiamo che le hanno acquisite? Qual è stato il contributo dei professori? Quale ritratto di un buon professore emerge da tutto questo?

IA:

Chiediamo al docente di conoscere a fondo ciò che insegna, di rendere intelligibili le idee, di essere onesto di fronte alla verità e di formare l'autonomia intellettuale di chi impara. Nelle circostanze fortunate può anche suscitare una passione destinata a sopravvivere alla lezione, diventando un punto di riferimento di una vita intellettuale.

Non possiamo ottenere professori di valore soltanto valutandoli più severamente. Dobbiamo fare in modo che le persone capaci desiderino insegnare, selezionarle con discernimento e offrire loro il tempo e la libertà intellettuale per continuare esse stesse a imparare.

Non possiamo misurare tutto questo con precisione, ma non dobbiamo neppure rinunciare alla valutazione. Dobbiamo accettare i limiti degli indicatori e riconoscere al giudizio professionale motivato il posto che merita. Un modulo può servire all'amministrazione universitaria; non va confuso con la definizione del professore.

Quali professori vuole formare la società e che cosa è disposta a fare per averli? Il dialogo rimane aperto.

Riferimenti per proseguire la discussione