Un Primo Maggio speciale
Mamaia — un ponte di quattro giorni, tempo freddo e un incontro che cambiò il corso della mia vita.
Alcuni nomi sono indicati con le sole iniziali.
Contesto
Nella primavera del 1970, la mia vita stava passando da una fase di transizione e maturazione a un percorso più stabile, almeno dal punto di vista professionale. Dal marzo 1970 avevo iniziato a insegnare come assistente all’Istituto Politecnico e, nello stesso tempo, ero al terzo anno della mia seconda facoltà, quella di Matematica, all’Università di Bucarest. A ventisei anni ero un giovane studioso, appassionato di musica classica e cinema, ma ancora timido e insicuro nei rapporti sentimentali. Dedicavo la maggior parte del mio tempo allo studio e al lavoro, eppure il pensiero di una relazione stabile mi accompagnava da molto tempo. Volevo trovare una compagna che mi completasse, con la quale potessi risuonare intellettualmente, affettivamente e spiritualmente, secondo un ideale di armonia in cui entravano, forse senza che me ne rendessi conto, anche gli antichi modelli estetici della civiltà greca nei quali mi ero formato. Sapevo però che non era una ricerca facile.
Quegli anni sembravano portare nell’aria un ottimismo diffuso. Dopo l’apertura degli ultimi anni Sessanta, molti di noi credevano che la vita nel paese potesse seguire una traiettoria promettente. L’atmosfera generale dava l’impressione di una relativa distensione, nella quale le speranze non parevano completamente destinate al fallimento. Condividevamo sogni, alimentando un ottimismo moderato, pur essendo consapevoli dell’incertezza dei tempi in cui vivevamo. Nella mia cerchia di amici ci incontravamo ai tè danzanti, nelle sale da ballo, nei ristoranti oppure, d’estate, alle piscine, ma tutto faceva parte di una routine che nulla sembrava capace di spezzare.
Mamaia
In quel periodo facevo parte di una “compagnia” di amici stretti insieme ai quali andavo spesso ai tè danzanti, ma anche in gita, soprattutto al mare. Dunque, il ponte di quattro giorni intorno al Primo Maggio — che quell’anno cadeva di venerdì — era l’occasione perfetta per uscire dal ritmo quotidiano: una fuga attesa con impazienza, un modo per ricaricare le batterie. Eravamo un gruppo di circa otto persone, amici e amiche, tutti non sposati.
Alloggiammo tutti all’Hotel Doina, sperando di trascorrere qualche giorno di sole sulla spiaggia. Ma il tempo non fu dalla nostra parte. Le piogge fredde e i venti primaverili dispersero ogni speranza di abbronzatura. Invece della spiaggia, passavamo il tempo infreddoliti al bar dell’albergo, discutendo e scherzando senza grandi aspettative. Quando non pioveva, uscivamo sul lungomare deserto per goderci la brezza marina. In una di quelle giornate, il freddo e la pioggia all’esterno dovevano portarmi l’incontro che avrebbe cambiato la mia vita.
L’incontro
Dopo una passeggiata senza meta, tornai in albergo per cambiarmi prima del pranzo. Uscendo dalla mia camera, al secondo piano, mi diressi verso l’ascensore. In fondo al corridoio, su uno dei divani accanto all’ascensore, sedeva una giovane donna bionda, dall’aria distinta, che leggeva con calma una rivista Stern. Da lontano notai il contrasto tra i suoi capelli biondo miele e il maglione azzurro di angora, che creava un’immagine di una semplicità conquistatrice. Emanava un’eleganza disinvolta e una nonchalance che mi attrassero subito, così sentii l’impulso di avvicinarmi. Le chiesi cortesemente il permesso di sedermi sul divano di fronte a lei.
«Certo», rispose, alzando per un attimo lo sguardo.
Potei così osservarla meglio. Il suo viso aveva linee ferme, un’aria nobile e distinta, e gli occhi — quegli occhi grandi, verde-azzurri scuri, con sfumature di grigio e ambra — mi ricordarono all’istante gli occhi di Marie Laforêt, la cantante francese che ammiravo molto. Mi conquistarono al primo sguardo. Indossava pantaloni neri di velluto a coste, aderenti, che completavano perfettamente l’immagine di una bellezza insolita, ma affascinante. Aveva un’eleganza discreta, irresistibile.
Cercai di iniziare una conversazione chiedendole, un po’ goffamente, non sapendo il tedesco, qualcosa sulla rivista che stava leggendo.
«Di che cosa parla Stern? Non l’ho mai letta.»
Con mia sorpresa, sorrise appena e mi rispose con gentilezza, segno che la mia presenza non la disturbava:
«Articoli interessanti di cultura e attualità. Mi piace tenermi informata.»
Qualche battuta rilassò subito l’atmosfera, e la conversazione prese a scorrere con naturalezza. Le spiegai perché mi trovavo a Mamaia, poi le chiesi:
«È qui in vacanza?»
«Sì, resto per tutto il ponte, fino a domenica. Sono con alcuni amici e con la loro figlia», rispose, chiudendo la rivista.
Mentre parlavamo, scoprii che condividevamo la passione per la musica. Mi disse che amava moltissimo “Le Métèque”, la celebre canzone di Georges Moustaki. Ne fui sorpreso, perché piaceva molto anche a me. Con una piccola astuzia del momento, però, le confessai di non conoscerla.
«Davvero? Allora dovrei canticchiartela», disse, e cominciò a cantare piano, guardandomi negli occhi.
« Avec ma gueule de métèque
De Juif errant, de pâtre grec
Et mes cheveux aux quatre vents… »
La sua voce aveva un calore speciale, era calma e melodiosa, e i gesti avevano un’eleganza naturale che rafforzarono in me l’impressione di raffinatezza. Dopo un po’, guardò l’orologio e disse:
«Devo incontrare i miei amici per il pranzo. Ma mi ha fatto piacere parlare con te.»
«Anche a me. Forse ci vediamo più tardi?» chiesi, con una lieve speranza.
«Certamente», disse alzandosi. «Io sono Astrid», aggiunse porgendomi la mano.
«Luca», risposi, felice della mia nuova conoscenza.
Anche se ci eravamo appena conosciuti, sentivo già che quel ritornello aveva creato tra noi un legame sottile.
Sulla spiaggia
La mattina seguente, il sole filtrò timidamente tra le nuvole primaverili. Indossammo tutti i costumi da bagno e scendemmo in spiaggia. L’acqua era gelida, ma nessuno pensava di entrarvi; ci accontentavamo di goderci i raggi avari del sole sui lenzuoli portati dall’albergo. A un certo punto, uno dei miei amici mi toccò leggermente la spalla:
«Guarda, qualcuno ti sta osservando.»
Voltai la testa e vidi Astrid, con i capelli mossi dalla brezza, in un costume intero azzurro, che mi sorrideva. Mi alzai e le andai incontro, mentre i miei amici ridacchiavano discretamente alle mie spalle.
«Ecco che ci incontriamo di nuovo», dissi, fermandomi davanti a lei.
«A quanto pare. Anch’io approfitto del sole, no?» rispose.
Le presentai il mio gruppo, poi la invitai a passeggiare lungo la riva. Parlando di musica, film e progetti per il futuro, la conversazione scorreva da sé, e quella breve passeggiata sulla sabbia mi sembrò rivelatrice. Quando il sole cominciò a nascondersi di nuovo tra le nuvole, le proposi:
«Che ne diresti di incontrarci più tardi al bar, per continuare la conversazione?»
«Certo. Ci vediamo lì tra un’ora.»
Al bar e in camera
All’ora stabilita ci incontrammo nel bar dell’albergo. Io ero venuto, almeno ufficialmente, per continuare la nostra conversazione sulla musica, sui film e sui nostri progetti per il futuro. Il bar, però, non aveva alcun riguardo per simili argomenti. La musica era così alta, e le voci intorno a noi si sforzavano tanto di sovrastarla, che dovevamo chinarci l’uno verso l’altra e parlare quasi direttamente all’orecchio.
Astrid sedeva su uno degli sgabelli alti del bar. A un certo punto, affrontando la difficoltà come un problema puramente tecnico, la sollevai dallo sgabello e la feci sedere sulle mie ginocchia, affinché potessimo sentirci meglio. Non so che cosa mi sorprese di più: la mia stessa audacia o la naturalezza con cui lei accolse il gesto. Non si oppose; mi guardò piuttosto divertita, come se la mia spiegazione acustica fosse abbastanza trasparente, ma comunque accettabile.
La soluzione si rivelò molto efficace. Ora ci sentivamo senza difficoltà, anche se non sono sicuro che avessimo ancora bisogno di dirci cose tanto importanti. Continuammo tuttavia la conversazione con la massima serietà, come se la posizione in cui ci trovavamo fosse stata imposta esclusivamente dalle condizioni sfavorevoli del bar. Se qualcuno ci avesse osservati, avrebbe probabilmente capito prima di noi che la discussione sulla musica era diventata soltanto un pretesto.
L’audacia del gesto era tanto più sorprendente in quanto mi consideravo un giovane timido e inesperto. Evidentemente, però, la mia timidezza aveva i suoi momenti di distrazione. Astrid, invece di richiamarmi alle buone maniere, sembrava divertirsi per questa inattesa deviazione dal protocollo della buona educazione. Il suo sorriso mi confermava che non avevo oltrepassato un limite, almeno dal suo punto di vista, ma che avevamo scoperto tra noi una sorta di complicità.
Dopo un po’, il bar non ci parve più il luogo adatto neppure per una conversazione tanto ravvicinata. Uscimmo nell’atrio, ma tutti i divani erano occupati, come se l’intero albergo si fosse messo d’accordo per lasciarci un’unica soluzione. L’accompagnai fino alla sua camera. Davanti alla porta, Astrid parlò con una naturalezza che faceva sembrare l’invito quasi pratico:
«I miei amici sono a Costanza, in gita, e ho preferito non unirmi a loro. Se vuoi, possiamo continuare la conversazione in camera.»
Naturalmente, dovevamo continuare la conversazione. Questa era la ragione ufficiale e nessuno dei due sembrava disposto a contestarla.
In camera, il silenzio ci parve dapprima quasi irreale. Per qualche minuto cercammo di riprendere la conversazione da dove l’avevamo lasciata, ma le frasi diventavano sempre più brevi e le pause sempre più lunghe. La vicinanza cominciata al bar aveva perduto il suo pretesto acustico e non poteva più nascondersi dietro la musica.
Ci baciammo per la prima volta. Non fu il gesto frettoloso di un’avventura di vacanza, ma un momento di emozione, curiosità e riconoscimento reciproco. Seguirono istanti di calda intimità, accompagnati tuttavia da una riservatezza che non ne diminuì l’intensità. Forse proprio il fatto che sapemmo fermarci impedì a quella vicinanza di rimanere un semplice episodio vissuto in una camera d’albergo.
Quando si fece tardi, sentii che dovevo andare.
«Ci vediamo domani, prima della partenza?» mi chiese Astrid sulla porta.
«Certo. Non vedo l’ora di rivederti.»
Tornai nella mia camera con la sensazione che fosse accaduto qualcosa di molto più importante di quanto osassi credere. Ripensandoci, anche il bar dell’Hotel Doina merita un posto nella nostra storia: il suo rumore mi offrì un pretesto, e Astrid ebbe la gentilezza di non prenderlo troppo sul serio.
A Bucarest
Una volta tornati nella capitale, continuammo a vederci con regolarità. Le nostre passeggiate nei parchi della città divennero lo scenario perfetto per conversazioni sempre più profonde. Seppi allora di più sulla sua vita: aveva terminato la Scuola Tecnica Sanitaria di via Pitar Moș, con specializzazione in ottica medica, e lavorava in un negozio di ottica. Era stata sposata per quattro anni con un architetto dal quale aveva appena divorziato. Mi colpirono profondamente la sua sincerità e la maturità con cui affrontava la nostra relazione nascente. Era una donna indipendente, ma alla ricerca di una stabilità affettiva, mentre io cercavo la stessa autentica comunione delle anime.
La sera, tardi, la accompagnavo verso casa, nella zona di via Spătarului. Ogni volta ci fermavamo con una piccola deviazione prima del cancello, per mantenere una certa discrezione nei confronti della sua famiglia. La casa era un vecchio edificio, nello stile della Bucarest d’inizio secolo, con un piccolo giardino davanti, dominato da un imponente tiglio. Sembrava un luogo in cui il tempo fosse rimasto sospeso.
Una sera, dopo essere arrivati al cancello, mi guardò intensamente e disse:
«Vuoi entrare un momento? Vorrei mostrarti i miei album.»
Quel primo invito nel suo universo segnò l’inizio della nostra grande storia d’amore. Passammo ore a parlare, ridere e scoprire il suo passato attraverso le fotografie.
A poco a poco, da quegli album e dai suoi racconti, cominciai a comprendere anche la parte più dolorosa della sua vita. Rimasta orfana di madre a soli quattro anni, con il padre, avvocato, imprigionato al Canale perché aveva fatto parte, come primo pretore, della Siguranță, Astrid e le sue due sorelle erano passate attraverso orfanotrofi, istituti e, infine, sotto la cura dei nonni materni, persone anziane e impreparate a crescere altri bambini nella vecchiaia. Dietro la sua eleganza e la sua calma vi era dunque una biografia spezzata dalla storia, ma portata con una dignità che mi impressionò profondamente.
La passione accumulata durante quelle settimane di passeggiate si trasformò gradualmente in un legame profondo e stabile. Il giardino con il profumo del tiglio in fiore, le mie partenze nel silenzio della notte e i ritorni a casa con gli autobus notturni diventarono una routine piena di fascino, un caro segreto solo nostro.
Mi resi conto a poco a poco che non era una semplice avventura. Le mie relazioni effimere di prima impallidivano davanti alla complessità e alla profondità di ciò che provavo per Astrid. Aveva una sensibilità che mi attirava irresistibilmente, e in breve tempo rinunciai a tutto il resto, comprendendo che solo accanto a lei trovavo la mia vera pienezza.
Le prove
La nostra relazione, tuttavia, attraversò anche delle prove. Nel corso di sette anni conoscemmo periodi di distanza, momenti di ricerca in cui fummo separati. La rottura più difficile avvenne dopo il nostro primo anno insieme, quando non mi sentii pronto ad assumere la responsabilità definitiva di un matrimonio. Seguì una separazione dolorosa che, allora, sembrò aver messo fine alla nostra storia.
Eppure il destino aveva altri piani. Fino al 1977, le nostre strade si incrociarono di nuovo. Quando il devastante terremoto del 4 marzo scosse la città, sorprendendomi nella casa di mia madre, il mio primo pensiero, istintivo e fulmineo, fu di correre verso l’abitazione di Astrid. La trovai sola, profondamente spaventata, nel suo nuovo appartamento al nono piano, che durante il sisma aveva oscillato in modo terrificante. Stringendola tra le braccia in quei momenti di crisi, compresi pienamente quanto significasse per me e che la mia vita senza di lei non aveva senso. Decisi di assumermi il futuro che avevo evitato, e pochi mesi dopo, in agosto, ci sposammo.
Da allora abbiamo trascorso insieme più di quattro decenni e mezzo, costruendo una vita piena di realizzazioni, costellata di sfide che abbiamo sempre superato spalla a spalla.
Epilogo
L’esperienza vissuta accanto ad Astrid mi ha dimostrato che nella vita sentimentale esiste un profondo elemento di caso, o forse di provvidenza. Non sai mai dove e quando apparirà la persona destinata a cambiare il corso della tua esistenza. Relazioni che iniziano sotto auspici apparentemente perfetti possono dissolversi improvvisamente, mentre un incontro casuale, in una giornata piovosa in riva al mare, può diventare il fondamento di un’intera vita.
Guardando indietro, mi rendo conto che ciò che cominciò allora non fu soltanto un’attrazione momentanea, ma l’incontro di due solitudini, ciascuna a modo suo alla ricerca di una stabilità affettiva. Io arrivavo con le mie timidezze, le mie inquietudini e i miei ideali; lei arrivava con la maturità di un’esperienza già vissuta e con il desiderio di ritrovare fiducia in una relazione. Forse fu proprio questa differenza ad avvicinarci: io trovai in lei sicurezza, calore e femminilità, mentre lei trovò forse in me una forma di dedizione ancora incerta, ma sincera.
Seguirono anni di separazioni, ritorni, esitazioni e prove, ma quel filo iniziato a Mamaia non si spezzò mai davvero. Il terremoto del 4 marzo 1977 non fece che rivelarmi chiaramente ciò che, nel profondo, sapevo già: che Astrid era diventata parte della mia vita, non soltanto un bel ricordo o un amore possibile.
Da allora, il tempo ha aggiunto, sopra quell’inizio romantico, tutti gli strati di una vita vissuta insieme: gioie, preoccupazioni, riuscite, stanchezze, prove, riconciliazioni e quella solidarietà silenziosa che, alla fine, conta più di qualsiasi esaltazione iniziale. L’incontro all’Hotel Doina, in una fredda primavera in riva al mare, è rimasto per me la prova che a volte il destino non si annuncia solennemente, ma appare con naturalezza, in un corridoio d’albergo, sotto forma di una signora che legge una rivista e alza gli occhi verso di te.





