Renate
Un incontro degli anni universitari, iniziato dopo un concerto alla Sala Palatului, proseguito durante il tirocinio a Reșița e rimasto nella memoria molto tempo dopo che gli avvenimenti di quell’estate si erano conclusi.
Questo episodio completa la pagina Il tirocinio a Reșița e conserva, senza correggerne retrospettivamente le goffaggini, uno degli incontri più intensi della mia giovinezza.
Preludio
Ho esitato a lungo prima di pubblicare questa storia.
Nella sua prima versione avevo cambiato il suo nome in Renate, affinché la donna che avevo conosciuto da studente non potesse essere riconosciuta facilmente. Non sapevo se fosse ancora in vita e non volevo che un episodio intimo, avvenuto più di sessant’anni prima, turbasse senza ragione la vita di qualcuno.
La storia continuava tuttavia ad affascinarmi, non soltanto per ciò che avevo vissuto allora, ma anche per le domande che mi aveva lasciato. Col tempo cercai di scoprire che cosa ne fosse stato di lei, ma le tracce trovate non costituivano ancora una certezza.
Eppure, la domanda non era mai scomparsa davvero.
Concerto alla Sala Palatului
Le luci si accesero nella Sala Grande del Palazzo dopo che George Georgescu ebbe concluso l’esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven. Applausi interminabili per il direttore, l’orchestra, il coro e i quattro grandi solisti: Emilia Petrescu, Martha Kessler, Ion Piso e Marius Rintzler. Non era la prima volta che ascoltavo la sinfonia in questa interpretazione. L’avevo già sentita tempo prima all’Ateneo Romeno, ma ora la solennità dell’esecuzione sembrava superare ogni aspettativa. Nella sala la temperatura era salita e l’aria condizionata faticava a mantenerla a un livello accettabile. Ero in camicia, ma il sudore cominciava a darmi fastidio. Mi affrettai verso l’uscita, sperando che nell’atrio facesse più fresco. Ero ancora stordito e guardavo con attenzione dove mettevo i piedi mentre scendevo gli innumerevoli gradini che conducevano all’uscita. Arrivato nell’atrio, constatai che la temperatura era più clemente e rallentai il passo. La gente mi passava accanto, mentre io continuavo a essere assente, sentendo ancora nelle orecchie alcuni passaggi della sinfonia (Freude, schöner Götterfunken / Tochter aus Elysium...).
A un certo punto la mia attenzione fu attirata dalla figura slanciata di una giovane dai capelli rossi, con gambe sottili e aggraziate, vestita con un abito verde leggero a fiori rossi e con la custodia di un violino sotto il braccio. Pensai che forse facesse parte dell’orchestra, anche se cambiarsi l’abito nero indossato dalle orchestrali avrebbe richiesto più tempo. In ogni caso era una professionista, e anche molto graziosa. Per la prima volta nella mia vita decisi di abbordare una donna e accelerai il passo per raggiungerla. Le rivolsi un «buongiorno» — era domenica e il concerto era iniziato alle undici — con il tono più seducente di cui fui capace. «Che cosa ne pensa del concerto? Vedo che è una violinista professionista...» balbettai.
Senza fermarsi, voltò il capo verso di me e mi fulminò con lo sguardo. Santo cielo! Aveva gli occhi verdi, e per giunta a mandorla. Quanto mi piacevano le donne dagli occhi verdi!
«Ci conosciamo?» mi chiese, accennando un sorriso che contrastava con la precedente folgorazione.
«Temo di no. Ma dopo un ascolto così splendido non ho potuto fare a meno di chiedere il parere di una specialista», dissi, cercando di restare nel ruolo del profano che si rivolge a un’esperta.
«Non sono una specialista. Sono appena diventata studentessa al Conservatorio, nella sezione di violino. Il mio assistente al Conservatorio, il maestro Radu P., suona nell’orchestra della Filarmonica e devo assistere ai suoi recital e ai suoi concerti, ai quali, peraltro, entro gratuitamente», disse rallentando il passo.
«Non mi dica che le fa l’appello», domandai, improvvisamente interessato all’argomento. Per coincidenza, Radu Paraschivescu era cugino di un’amica della mia cara zia Anca, alla quale l’amica raccontava spesso le avventure galanti del cugino: un giovane violinista certo molto dotato, ma anche un uomo assai bello e molto ricercato.
«Oh no, si tratta di un dovere professionale», rispose, passando il violino da un braccio all’altro.
«Capisco, ma come fa a sapere che lei era presente al suo concerto? Va da lui il giorno dopo a dirgli quanto ha suonato bene?» chiesi, fingendomi ingenuo.
«Oh no, non oserei», disse abbassando gli occhi.
«Allora?» continuai, incuriosito.
«Faccio in modo che mi veda. Siede proprio sul bordo del palcoscenico, nella sezione dei violini. È il secondo dopo il primo violino. Alla fine del concerto, oppure durante l’intervallo, mi avvicino e lo saluto», spiegò, con un sorriso vittorioso sulle labbra ben disegnate.
«Lui le risponde?» insistetti.
«Non sempre, ma credo che non se ne accorga, perché è molto concentrato su ciò che fa.»
«Mi scusi, non vorrei essere frainteso, ma dopo il concerto ogni concentrazione dovrebbe ormai dissolversi. Comunque non sono affari miei. L’importante è che, a quanto pare, lei lo adora, cosa naturale trattandosi del suo insegnante», dissi con una punta di malizia.
«Oh, non è proprio così», disse arrossendo senza offendersi.
Continuando a chiacchierare, uscimmo insieme e ci fermammo davanti all’ingresso, sotto un sole spietato che cadeva perpendicolare sulle nostre teste. Il sudore tornò a tormentarmi e non sapevo che cosa fare. Non riuscivo semplicemente a salutarla e ad andarmene. Era troppo graziosa e si era dimostrata indulgente con quel villano importuno che ero stato. Presi coraggio e mi offrii di accompagnarla a casa.
«Oh, non ce n’è bisogno. Il mio collegio è vicino, dietro quei palazzi», disse indicandomi i nuovi edifici di fronte alla Sala Palatului.
«Perfetto, l’accompagno fin là», dissi e, con un gesto vago ma deciso, accennai a prenderla per le spalle, come per guidarla nella direzione giusta. Non protestò e ci avviammo lentamente verso via Poiana Narciselor, dove sembrava trovarsi il collegio del Conservatorio. Curioso, le domandai:
«Se vive in collegio, significa che non è di Bucarest.»
«No, non sono di Bucarest. Ho frequentato il liceo musicale nella città in cui sono nata e poi ho sostenuto l’esame di ammissione al Conservatorio di Bucarest», disse tutto d’un fiato.
«E vi è stata ammessa, il che significa che ha molto talento. Gli esami di ammissione al Conservatorio sono molto difficili», dissi cercando di lusingarla.
«Vede, questa è stata in realtà la seconda volta che ho sostenuto l’esame. L’anno precedente non ero entrata e ho dovuto studiare con alcuni insegnanti per un intero anno», disse con tono grave.
«Questo non cambia nulla. È entrata al Conservatorio, dunque ha talento», insistetti, continuando sulla corda dell’adulazione.
«Grazie, spero che abbia ragione», disse timidamente.
Nel frattempo avevamo raggiunto l’angolo di via Poiana Narciselor, dove sembrava trovarsi il collegio. Si fermò, mi fissò con i suoi occhi verdi e disse:
«Grazie per avermi accompagnata. Da qui proseguo da sola», mormorò guardandosi attorno.
«D’accordo, ma io vorrei rivederla», dissi componendo sul volto quella che speravo fosse un’espressione seducente.
«Mi farebbe piacere, ma resto ancora pochi giorni a Bucarest per fare alcune compere, in realtà regali per parenti e amici, poi torno a casa.»
«A casa dove?» chiesi.
«A Reșița», disse lisciandosi il vestito.
Rimasi folgorato.
«Signorina, ma la prossima settimana parto anch’io per Reșița, per il tirocinio. Ho terminato il terzo anno al Politecnico e, secondo le regole in vigore, devo svolgere un mese di pratica in un’importante fabbrica del Paese. Il mio gruppo è stato assegnato allo stabilimento UCMR di Reșița e fra tre giorni dobbiamo presentarci sul posto.»
Mi guardò sconcertata, poi si riprese e tornò a fissarmi negli occhi:
«Mi farebbe piacere che conoscesse la mia famiglia», disse, condensando in poche parole una quantità di informazioni preziose per me. Sì, mi voleva, e seriamente. Avrebbe cambiato idea? Sarei stato all’altezza della situazione?
«Allora dobbiamo poter comunicare. Scambiamoci i numeri di telefono e gli indirizzi», dissi con il tono più convincente possibile.
Aprì con calma la custodia del violino. Accanto allo strumento c’erano alcuni fogli, probabilmente appunti di lezione. Ne strappò due strisce, trovò anche una matita, scrisse su una di esse il suo indirizzo e il numero di telefono di Reșița e me la porse.
«Mi chiamo Renate», disse tendendomi la mano. Gliela strinsi e pronunciai il mio nome:
«Luca, Luchi per gli amici. Mi ha fatto molto piacere conoscerti», dissi, osando di mia iniziativa abbandonare il “lei” per il “tu”.
«Anche a me. Spero che ci rivedremo», disse divertita dalla mia modulazione dalla tonalità maggiore della cortesia a quella minore della familiarità.
Poi mi diede la seconda striscia di carta perché vi scrivessi il mio indirizzo e il numero di telefono. Lo feci immediatamente, ammirandola non soltanto perché aveva accettato di rivedermi, ma anche perché aveva trovato un modo così rapido per scambiarci le informazioni. Le consegnai la mia striscia di carta e ci separammo.
Non la seguii con lo sguardo per controllare dove entrasse, perché la mia mente era già invasa da pensieri che dovevo mettere in ordine.
A casa
Percorsi lentamente via Știrbei Vodă con l’intenzione di attraversare il Cișmigiu, dove sarei stato al riparo dai raggi infuocati del sole. Avevo bisogno di ripercorrere ciò che era accaduto nell’ultima mezz’ora. Non riuscivo a credere di essere stato capace di abbordare con tanta facilità una ragazza della mia età. Non avevo mai avuto il desiderio di conquistare le donne a ogni costo e, di conseguenza, quelle della mia età mi avevano ignorato, considerandomi un ragazzino. Inoltre, non possedevo quel fascino indefinibile con cui un vero macho esercita il proprio potere sulla preda. Come uomo ero pieno di dubbi sulle mie possibilità di conquistare il corpo o l’amore di un’eventuale compagna. Avevo avuto qualche possibilità soltanto con donne più mature, che o mi consideravano un compagno accettabile quando avevano bisogno di una presenza maschile, oppure erano conquistate dalla mia timidezza e mi adottavano quasi come un figlio. Per questo non capivo perché Renate mi avesse scelto così in fretta e con tanta decisione. La mia curiosità cresceva man mano che pensavo a lei.
Dopo aver attraversato il Cișmigiu, salii sul tram numero 3 che mi portava a casa. Ero talmente assorto nei miei pensieri che quasi dimenticai di scendere alla fermata davanti a casa. Una volta arrivato, trovai il fresco di cui il mio cervello surriscaldato aveva tanto bisogno. La nonna mi preparò qualcosa da mangiare, salutai mia madre e mi ritirai sul letto che avevo nell’ingresso per un sonnellino pomeridiano. Di solito non dormivo nel pomeriggio, ma volevo mettere ordine nei miei pensieri. Non riuscii ad addormentarmi. Dopo circa un’ora squillò il telefono. Mia madre rispose e venne ad avvertirmi:
«Una ragazza vuole parlare con te.»
Perplesso, presi il ricevitore:
«Pronto, buongiorno. Chi parla?»
«Sono Renate. Scusami se ti ho disturbato, ma volevo sentire la tua voce e, se possibile, vederti», mi sussurrò.
«Certo, mi farebbe molto piacere. Quando vorresti che ci vedessimo?» dissi a bassa voce, affinché la nonna, che era nei paraggi, non sentisse.
«Oggi, se puoi; altrimenti domani. Posso venire io da te, se ti è più comodo.»
La mia intelligenza emotiva non resistette a un simile shock e, come spesso accadeva quando non mi concedevo il tempo di riflettere, sbagliai.
«Domani mattina, a casa mia. Beviamo un caffè e parliamo. Hai l’indirizzo. Sai come arrivare?»
«Credo di sì. Verso le dieci va bene?»
«Ti aspetterò impaziente alle dieci. Per favore, non suonare il campanello: bussa alla finestra. Buongiorno», dissi cercando di rimediare all’errore precedente. Un vero uomo si sarebbe offerto di incontrarla e magari di accompagnarla a casa, se lei avesse accettato. Metterle davanti un’unica alternativa nella quale lui non muoveva un dito non era il comportamento di un vero uomo.
Non so come trascorse quella notte, con tutti i sogni che feci, da sveglio o addormentato. La mattina seguente aspettai che mia madre andasse al lavoro, chiesi alla nonna di prepararmi un caffè doppio e di non disturbarmi perché «studiavo», sistemai la camera di mia madre — la più presentabile della casa, con il suo letto enorme, il tavolo ovale di noce, le poltrone comode e le grandi finestre sulla strada, alle quali avevo detto a Renate di bussare — e mi misi ad aspettarla spiando da dietro la tenda. Puntuale, vidi Renate scendere dal tram. Aveva raccolto i capelli in uno chignon, che le stava bene quanto l’acconciatura del giorno prima. Indossava una sottile camicia di lino, pantaloni verdi alla pescatora e sandali con un tacco basso. «Le piace il verde», pensai.
All’inizio un po’ esitante, si orientò presto e si diresse decisa verso la finestra dietro la quale la stavo spiando, bussando leggermente con un dito. Balzai in piedi e corsi in veranda, dove si trovava la porta d’ingresso. Facendole cenni amichevoli attraverso il vetro, aprii. Entrò e ci ritrovammo impacciati uno di fronte all’altra, senza sapere come rompere il ghiaccio. Fu lei a spezzare il silenzio:
«Farà caldo come ieri.»
Sollevato dalla direzione che sembrava prendere la conversazione, confermai:
«Per questo ti ho proposto di vederci qui. Come vedi, dentro è più fresco», dissi, riscattando così anche la goffaggine del giorno prima.
«L’avevo capito», disse cercando di scusarmi.
«Entriamo qui, staremo più comodi», le dissi invitandola nella camera da letto di mia madre. Sul tavolo ci attendeva la caffettiera, con due tazzine di porcellana su piattini coordinati. Accanto c’erano una caraffa d’acqua fresca e due bicchieri di cristallo. Insomma, era la messinscena che ero riuscito a organizzare.
Mentre versavo il caffè, andai subito al punto, commettendo un’altra gaffe:
«Sono felice che ci rivediamo così presto, ma ti prego, dimmi: perché tanta fretta? È successo qualcosa che non so?»
«No, niente d’importante. Soltanto che ieri mi sono sentita così bene con te durante quella passeggiata dopo il concerto che volevo vederti e sentirti di nuovo il prima possibile. Non sto attraversando un periodo molto felice. Se ho sbagliato, ti prego di perdonarmi», si scusò, guardando i propri sandali.
«Capisco che non hai nessun amico o amica che tu possa vedere», dissi cercando di saperne di più sulla sua vita.
«No, almeno non in questo periodo dell’anno. Da quando sono a Bucarest non sono riuscita a farmi degli amici e mi sento piuttosto sola. Non vedo l’ora di tornare a Reșița», disse, e per la prima volta una lacrima le apparve all’angolo degli occhi.
Mi precipitai ad abbracciarla e le dissi con tutta la dolcezza di cui ero capace:
«Renate, forse l’amico che ti manca lo hai già incontrato.»
Renate alzò gli occhi verso di me e, riconoscente per le mie parole, rispose:
«Credi? Sarebbe meraviglioso. Sei esattamente la persona che desideravo avere accanto: dolce, intelligente, deciso. Io sono così insicura e pessimista...»
«Non sono d’accordo con questa descrizione di te stessa. Ieri ti ho vista decisa e fiduciosa nella vita. Perché insicura? Perché pessimista?» domandai cercando di rassicurarla.
«Te lo spiegherò un’altra volta. Adesso vorrei soltanto che fossimo rilassati e felici», disse asciugandosi le lacrime. Si avvicinò e mi baciò, dapprima leggermente, poi con una decisione che dissipò in fretta l’imbarazzo fra noi. Mi alzai, la presi fra le braccia e risposi con la stessa passione. Da quel momento le parole divennero inutili.
I nostri vestiti rimasero, uno dopo l’altro, sulla poltrona e sul bordo del letto. Ci sdraiammo vicini sul lenzuolo fresco, nella penombra della stanza, ascoltando i rumori della strada e il nostro respiro affrettato. Tutto era accaduto con una rapidità inattesa, ma nessuno dei due voleva più fermarsi.
Un’ora d’amore
Facemmo l’amore con la curiosità e l’ardore di due persone che si conoscevano appena ma che, affamate di vicinanza, si sentivano attratte l’una dall’altra da una forza che non cercavano di spiegare. Renate si donava senza esitazione; io mi lasciavo trasportare dal desiderio, stupito che un’intimità iniziata soltanto il giorno prima fosse arrivata così lontano.
La sua passione mi rendeva felice e, nello stesso tempo, mi inquietava. Anche allora, quando avrei dovuto dimenticare tutto il resto, la mia mente continuava a porsi domande: perché io, perché così presto, che cosa cercava lei in quella vicinanza e che cosa cercavo io?
«Luchi», mi sussurrò, forse avvertendo la mia esitazione, «adesso non pensare a nulla. Siamo qui, insieme.» Cercai di seguire il suo consiglio e, per un po’, ogni dubbio scomparve.
Dopo restammo sdraiati l’uno accanto all’altra. Renate sembrava tranquilla e soddisfatta. Mi accarezzò la guancia e mi disse quanto avesse desiderato essere lì, con me. Le sorrisi, ma non seppi che cosa rispondere.
Dentro di me prendevano già forma le domande che mi avrebbero accompagnato nei giorni seguenti. Il suo abbandono era l’inizio di un amore o soltanto il bisogno di non essere più sola? E io ero innamorato o semplicemente affascinato dalla donna che mi aveva scelto così in fretta? Da una botola aperta nella mia anima, un diavoletto mi ammoniva ridacchiando: «Perché tormentarti? È soltanto un’altra avventura. Metti la spunta e passa oltre. Ci sono tante donne che ti desiderano. Sii uomo!» Chiusi di colpo la botola e ripresi il mio travaglio interiore. Da dietro, il diavoletto urlava abbastanza forte da farsi sentire: «Sei masochista. Solo le donne si comportano così.» Eppure non riuscì a convincermi del tutto.
Restammo così, ciascuno con i propri pensieri, nel letto di mia madre. Senza comprenderlo pienamente, quell’ora d’amore aveva creato fra noi una vera intimità, ma anche l’ambiguità che avrebbe accompagnato l’intera storia.
Reșița
Andai a Reșița da solo, con i fogli di viaggio rilasciati dal BTT. Il viaggio in treno fu lungo e faticoso. Arrivato a Reșița, avevo l’indirizzo della scuola professionale per apprendisti dove avremmo alloggiato. Era un massiccio edificio austro-ungarico di tre piani appartenente alle Officine Meccaniche di Reșița (UCMR), una fabbrica di locomotive a vapore. Lo stabilimento attraversava una transizione verso non si sapeva bene che cosa, poiché le locomotive diesel stavano sostituendo quelle a vapore. Negli ultimi anni Reșița aveva cominciato a perdere la propria importanza strategica nel panorama industriale romeno e non si intravedeva alcun tentativo di rinascita. Lo si avvertiva nell’atmosfera della città, nella mancanza di edifici moderni e di parchi.
Il tirocinio del nostro gruppo di studenti doveva svolgersi nel reparto di montaggio. Ogni giorno lavorativo dovevamo presentarci nella sezione alla quale eravamo stati assegnati e cercare di aiutare il personale come potevamo. In realtà sapevamo fare ben poco e il personale non aveva bisogno di noi: lo intralciavamo più di quanto lo aiutassimo. Ma questa era la situazione in quasi tutti i tirocini studenteschi. Dovevamo annotare nei quaderni di pratica tutto ciò che avevamo visto e a cui avevamo partecipato e, alla fine del periodo, presentarci a un colloquio di tirocinio, nel quale ricevevamo un voto equivalente a quelli degli esami delle materie di studio.
Non appena avemmo ispezionato l’edificio, con i suoi lunghi corridoi austeri sui quali si affacciavano le aule della scuola professionale trasformate in dormitori per studenti, ciascuno di noi scelse la sala preferita e, al suo interno, il letto che avrebbe occupato per quattro settimane. Una delle aule fu riservata alle ragazze, mentre noi ragazzi disponevamo di due sale. Naturalmente la scelta dei letti seguì le amicizie: gli amici cercavano posti vicini.
Mangiavamo alla mensa dello stabilimento; il cibo era commestibile, ma non certo memorabile. Il centro di Reșița non era lontano dal nostro alloggio, così la sera potevamo uscire a passeggiare. Nei fine settimana cercavamo di organizzare escursioni per conoscere i dintorni oppure, se pioveva, restavamo nel dormitorio a giocare a carte o andavamo al vicino ristorante con giardino. Lì suonava una piccola orchestra e si poteva ballare, naturalmente con le poche colleghe, molto richieste. La sera, prima di dormire, il nostro compagno Cristi Georgescu ci accompagnava con la chitarra mentre urlavamo a squarciagola canzoni da osteria, naturalmente sotto l’effetto delle bevande, soprattutto del cognac Milcov.
Nei primi giorni mi ritiravo in un angolo per scrivere a Renate, che era ancora a Bucarest e non era ancora tornata a casa, oppure per leggere le sue lettere appassionate. Nella seconda settimana di tirocinio ricevetti il suo avviso che sarebbe arrivata a Reșița, ma che vi sarebbe rimasta soltanto pochi giorni, perché poi sarebbe partita per il mare con i genitori. Nel frattempo i miei colleghi avevano programmato per il fine settimana successivo un’escursione al Monte Semenic, una meta turistica a circa quaranta chilometri da Reșița. Diedi quindi appuntamento a Renate il venerdì sera al ristorante del centro, quello con l’orchestra, e la invitai a unirsi il giorno dopo a tutto il gruppo per l’escursione di due giorni. Accettò. Non vedevo l’ora di rivederla e di abbracciarla. I giorni fino a venerdì passarono lentissimi, ma infine eccomi lì, emozionato, al ristorante, seduto con le colleghe e i colleghi venuti a ballare e a bere una birra.
A un certo punto Renate apparve nel giardino, attirando, almeno così mi sembrò, l’attenzione di tutti. Era splendida, in un tailleur verde Veronese alla moda, con una gonna aderente, spaccata sul retro, che valorizzava i suoi fianchi non molto larghi, e scarpe beige con il tacco. Da quando non ci vedevamo si era tagliata i capelli corti e, ben pettinata, stava benissimo. Era accompagnata dalla madre, una signora elegante e ancora bella. Si fermarono all’ingresso e Renate, guardandosi attorno, cercava di individuarmi. Balzai in piedi e andai loro incontro. Baciai loro la mano e Renate mi presentò alla madre, che disse di chiamarsi «Laura R.». Fummo accompagnati a un tavolo e ci sedemmo. I miei colleghi ci fissavano, senza sapere che cosa pensare. Ai loro occhi non ero certo il tipo da comportarsi come un tombeur de femmes. Io invece ero molto fiero fra le due signore, anche se un po’ imbarazzato per i miei pantaloni di tela e le scarpe da ginnastica, in netto contrasto con il loro abbigliamento elegante.
Ballai tutta la sera con Renate, stringendola al petto quanto potevo, ma facendo attenzione a non inquietare sua madre. Inoltre, come avevamo stabilito prima, dovevo darle l’impressione di essere soltanto una semplice conoscenza di Bucarest. Sorridendo, sussurravo a Renate parole ardenti; lei le accoglieva sorridendo e mi stringeva forte la mano per farmi capire che le aveva comprese. I colleghi che ballavano si avvicinavano a noi e la osservavano da capo a piedi. Ebbi la presenza di spirito di fermarmi e di presentare Renate a tutti, soprattutto alle ragazze, perché il giorno seguente non si sentisse isolata durante l’escursione. Nelle pause dell’orchestra, seduti tutti e tre al tavolo, ricevevamo consigli dalla signora R. per il viaggio e chiacchieravamo del più e del meno: tempo, moda, dieta estiva e così via. A un certo punto Renate e sua madre si alzarono per andare via, perché il mattino seguente Renate avrebbe dovuto svegliarsi presto per accompagnarmi nell’escursione. Credo di aver fatto una buona impressione alla madre, perché al momento di partire mi affidò la figlia, chiedendomi di averne cura. Le assicurai che avrei custodito Renate come la pupilla dei miei occhi. Solo molto più tardi mi resi conto che quella formula, venutami spontaneamente alle labbra, riprendeva un’antichissima immagine biblica: «Custodiscimi come la pupilla degli occhi».
Sul Monte Semenic
Il nostro gruppo di studenti si riunì di buon mattino nella piazza della città, con i bagagli pronti per l’escursione al Monte Semenic. Ci attendeva un vecchio autobus, ancora funzionante, che avrebbe dovuto portarci per una quarantina di chilometri, quasi fin sotto la cima. Il gruppo, compresi io e Renate, occupò quasi tutti i posti. Dopo l’appello, l’autobus partì. La strada per Semenic serpeggiava attraverso boschi fitti e il veicolo saliva a fatica lungo tornanti che sembravano interminabili, lasciando dietro di sé un fumo denso. Gli studenti guardavano dai finestrini la città di Reșița allontanarsi, avvolta nella nebbia del mattino. Poco a poco il gruppo si animò: dapprima nacquero le conversazioni, poi cominciarono i canti di montagna che, accompagnati dalle risate della giovinezza, riempivano l’aria di allegria. Renate e io sedevamo l’uno accanto all’altra, quasi senza parlare, ma i nostri occhi soddisfatti dicevano tutto ciò che c’era da dire. Una mano stretta con discrezione, un sorriso fugace, un piccolo gesto d’affetto: ogni momento insieme diventava un frammento prezioso di quella nuova avventura.
Fu allora, sull’autobus che ci portava verso il Monte Semenic, che Renate mi disse di essersi fatta fare alcune fotografie per il tesserino universitario e me ne regalò una. Conservai quella fotografia per decenni, attraverso tutti i miei traslochi, da una casa all’altra e da un paese all’altro. Quando volli utilizzarla per questa pagina, non riuscii più a trovarla tra le migliaia di fotografie del mio archivio. Il ritratto della fig. 1 è quindi una ricostruzione, fatta a memoria, della fotografia di Renate.
Passammo accanto al lago artificiale di Văliug, luogo di villeggiatura degli abitanti di Reșița. Renate mi spiegò l’origine del lago, formato dalle acque del fiume Bârzava, che attraversava Reșița vicino al nostro alloggio. Era stata molte volte a Văliug con i genitori nei fine settimana e conosceva bene i dintorni. Ma la strada per Semenic era ancora lunga; ricominciarono i tornanti e l’autobus ansimava, affrontando coraggiosamente le curve insidiose. Man mano che salivamo, la montagna, con le cime dolci e i boschi fitti, si rivelava gradualmente, mentre l’aria diventava sempre più fredda e pulita. Entrava impetuosa dai finestrini e ci riempiva i polmoni del fresco puro della montagna.
Guardando dal finestrino, sentii il cuore battermi più forte al pensiero che avrei trascorso due giorni in un luogo tanto isolato accanto a Renate. D’altra parte, il mio spirito malinconico mi suggeriva insidiosamente il presentimento che quelli potessero essere gli ultimi momenti trascorsi insieme. Lei sarebbe partita per il mare, io sarei rimasto con il suo ricordo e poi, chissà che cosa ci avrebbe riservato il destino...
L’autobus ci lasciò vicino alla cima. Arrivati a destinazione, il paesaggio ci tolse il respiro. Il Monte Semenic, con le cime spoglie e i boschi di abeti più in basso, sembrava uscito da una fiaba. Il panorama spettacolare e l’aria fresca di montagna ci ridiedero energia. Con entusiasmo, tutto il gruppo affrontò le ultime decine di metri che ci separavano dall’Antenna, il punto più alto del monte. Da lì il panorama era magnifico e offriva una vista a 360 gradi. Dopo le fotografie di rito, ci disperdemmo lungo i sentieri, esplorando e fotografando il paesaggio. Una sosta al rifugio Semenic per un caffè o un bicchiere di limonata era indispensabile. Il gestore, un uomo cordiale, ci accolse allegramente. Quel giorno non aveva molti clienti.
Sorridendo, Renate si aggrappò al mio braccio e io la strinsi con affetto. Camminammo mano nella mano, sentendoci vicini nel silenzio. Benché ci dicessimo poco, il silenzio fra noi era confortevole e carico di significati nascosti. Entrambi sapevamo che il tempo da trascorrere insieme era limitato, ma decidemmo di goderci ogni istante. Entrammo nei boschi di abeti, trovammo luoghi appartati dove ci baciammo con passione e ridemmo senza preoccupazioni, abbandonandoci al fascino della natura e della reciproca compagnia. Trascorremmo l’intera giornata esplorando le cime circostanti, ammirando il paesaggio e godendo della compagnia dei miei colleghi.
Il sole cominciò a tramontare, proiettando lunghe ombre e colorando il cielo di calde sfumature arancioni e rosa. La sera scese rapidamente e decidemmo di accendere un falò con i rami raccolti da chi conosceva le usanze della montagna. Quando il fuoco prese, ci stringemmo tutti intorno. Furono portate le salsicce e la cassa di birra comprata a Reșița. Le salsicce vennero infilzate e arrostite, mentre la birra fu distribuita a chi aveva sete. Cristi tirò fuori la chitarra e cominciò a suonare, accompagnato da voci entusiaste che fornivano la colonna sonora della serata. Il fuoco crepitava, le fiamme danzavano, il fumo saliva verso il cielo e i canti di montagna si udivano in lontananza, ripresi dall’eco. Io e Renate sedevamo vicini, in silenzio, avvolti dall’intimità del momento. Lei si era rannicchiata contro il mio petto e sentivo il calore del suo corpo attraverso la camicia pesante. Le luci irrequiete del fuoco si riflettevano nei suoi occhi. La guardavo con ammirazione e con un senso di fugacità. Sapevo che quegli istanti erano passeggeri proprio perché erano intensi. Per noi il tempo trascorse in fretta. Quando le salsicce furono mangiate e le bottiglie di birra vuotate, la stanchezza del viaggio e della giornata cominciò a farsi sentire. Ci dirigemmo verso il rifugio Semenic, dove i posti letto risultarono insufficienti: c’erano due grandi strutture a castello con letti sovrapposti, ma non bastavano per tutto il gruppo.
«Chi vuole dormire fuori, vicino al fuoco?» domandò Virgil, il collega che si era autonominato organizzatore.
Nessun volontario.
«Chi è disposto a dividere il letto con un compagno?»
Si alzarono alcune mani, fra cui quelle di due ragazze, quattro ragazzi e le nostre. Anche Cristi e Irina si offrirono di condividere lo stesso letto, forse perché Irina era minuta e il gigantesco Cristi non avrebbe potuto trovare nessun’altra abbastanza piccola. Furono fatti i calcoli e si constatò che tutti potevano trovare posto nel rifugio. Gli studenti si affollarono nei letti a castello mentre risate e battute continuavano a risuonare nella stanza. A noi toccò un letto nella parte alta di una delle strutture, di fronte alle finestre. Benché fosse piccolo e stretto, eravamo entrambi magri e riuscimmo a sdraiarci con relativa comodità. Anche a Cristi e Irina fu assegnato un letto superiore, dall’altra parte della stanza, vicino alla finestra. Entusiasti quanto noi, salirono insieme nel lettino.
Quando si spense la luce, la luna entrò nella stanza attraverso le grandi finestre e il rifugio sprofondò gradualmente nel silenzio. Dal letto di Cristi si udirono per un po’ proteste femminili, poi risatine e scricchiolii, sufficienti a suscitare alcune battute sussurrate dagli altri e infine un silenzio ostentatamente finto.
Nel nostro letto stretto, con gli altri che dormivano o fingevano di dormire intorno a noi, ci avvicinammo di nuovo in silenzio, con la cautela e la complicità imposte dalle circostanze. Sotto la coperta pesante, per un po’ il mondo si ridusse alla ricerca febbrile di un piacere infinito. Fu una notte di tenerezza che conservai a lungo nella memoria.
Il mattino arrivò presto. Mi svegliarono i raggi del sole che entravano dalle finestre. Il rifugio era avvolto nel silenzio e soltanto alcuni uccelli cinguettavano allegramente nelle vicinanze. Ricordo di aver aperto gli occhi e di aver visto Renate dormire accanto a me. Sorrideva serenamente e sembrava soddisfatta, cosa che mi commosse profondamente. Mi chinai per baciarla e allora aprì i suoi grandi occhi verdi. Mi guardò a lungo, sorrise e un soffio di malinconia le attraversò il volto. Era consapevole anche lei che quell’escursione sarebbe rimasta per sempre nella nostra mente come il culmine di una relazione passeggera?
Ben presto il rifugio si riempì di risate e, uno dopo l’altro, gli studenti cominciarono a uscire, stirando le membra irrigidite nella luce allegra del sole. Dopo una colazione rapida offerta dal gestore, il gruppo si raccolse con i bagagli davanti al rifugio e partì a piedi verso la fermata dell’autobus ai piedi del monte. Il viaggio di ritorno fu silenzioso, ciascuno immerso nei propri pensieri.
Arrivati a Reșița all’ora prevista, scendemmo dall’autobus nella stessa piazza da cui eravamo partiti. La madre di Renate l’attendeva. La guardai a lungo, cercando di ringraziarla senza parole per quell’esperienza indimenticabile. Credo che capì, perché mi baciò leggermente sulla guancia. Mi promise che ci saremmo rivisti in autunno, quando sarebbe tornata al Conservatorio. Avrei voluto stringerla forte, come per suggellare un patto e scongiurare l’inevitabile che mi assaliva, ma sua madre ci osservava da lontano, leggermente incuriosita dalla durata del nostro addio.
Epilogo
Benché ci fossimo promessi di scriverci, la sua lettera non arrivò. Per molto tempo vissi quel silenzio come un tradimento. Mi dicevo che, se il nostro incontro aveva significato per lei ciò che aveva significato per me, avrebbe dovuto darmi un segno.
Allora non volli ammettere che il silenzio non apparteneva soltanto a lei. Anch’io aspettavo che facesse il primo passo. Ero troppo orgoglioso per cercare altre vie per raggiungerla e mi difendevo con una formula che sembrava chiudere ogni cosa: «È stata soltanto un’avventura estiva». In realtà, l’orgoglio che scambiavo per dignità nascondeva la paura del rifiuto e forse il timore di scoprire che io avevo conservato per quell’estate un significato che lei non le aveva mai attribuito.
Gli anni passarono. Per molto tempo il ricordo del nostro incontro rimase legato alla gioia erotica e al semplice fatto che con lei ero stato bene. Nella vecchiaia, i rimpianti erotici si trasformarono gradualmente in rimpianti affettivi. Non desideravo più riaprire una storia conclusa, ma rivedere la persona che Renate era stata e farle una sola domanda: «Perché non mi hai mai dato alcun segno?»
Cercandola, trovai le tracce di un’insegnante di musica e autrice di manuali scolastici che portava lo stesso cognome e un insolito nome formato come anagramma di Renate. La somiglianza fra i nomi, la professione e alcune altre coincidenze mi indussero a credere che potesse essere la stessa persona. Mancava tuttavia il dettaglio che l’avrebbe collegata senza equivoci alla giovane di Reșița.
Alla fine, tramite un’amica, mi rivolsi a un investigatore privato. Identificò senza dubbio l’autrice e mi comunicò l’anno e il luogo della sua morte: era morta undici anni prima. Era andata in pensione raggiunta l’età pensionabile, si era trasferita immediatamente in provincia ed era morta sette anni dopo. I documenti di Bucarest da lui trovati non chiarivano però il luogo di nascita, l’informazione essenziale per la certezza che cercavo. Gli chiesi di continuare la ricerca. Forse riceverò un’altra risposta, forse no. Forse era lei, forse no.
La notizia non mi sorprese del tutto. Avevo preso in considerazione la morte o le malattie della vecchiaia già negli anni in cui avevo chiesto invano informazioni alle case editrici che avevano pubblicato i suoi libri. A turbarmi fu altro: anche se mancava la prova definitiva, sentii che la domanda che avrei voluto porle non aveva più un destinatario.
I fatti della giovinezza si erano conclusi nell’estate del 1964. La storia, tuttavia, aveva continuato a vivere in un angolo della mia memoria e ora aveva cambiato significato. Forse alcuni incontri avvengono prima che due persone abbiano imparato a non perdersi.
Se oggi potessi parlare con il giovane che ero allora, non gli direi di amare di più né di soffrire di meno. Gli direi soltanto di non aspettare sempre che sia l’altro a fare il primo passo. Da giovani l’orgoglio sembra una forma di dignità. Soltanto molto più tardi si scopre che spesso è soltanto un’altra forma della paura del ridicolo o del fallimento.





