Luca Dan Șerbănați all'esame di maturità, 1961
Luca Dan Șerbănați nei primi anni Settanta
Luca Dan Șerbănați all'ultima lezione del quinto anno, aprile 1989

Luca Dan Șerbănați

Professore emerito alla Politehnica di Bucarest

Ricerca, insegnamento, industria e memorie

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Luca Dan Șerbănați a Venezia, 1990
Luca Dan Șerbănați a New York, 2005
Luca Dan Șerbănați

Questo testo può essere letto come pagina sorella del saggio-dialogo sull’intelligenza artificiale. Se là l’accento cade sulla definizione dell’IA, sui limiti dell’autoconoscenza, sugli agenti, sulla morale artificiale e sulla delega della decisione, qui l’attenzione si sposta verso la memoria, la storia e l’esperienza umana. Per questo motivo l’ho conservato come saggio separato: i due testi formano un tandem, ma non devono sovrapporsi.

Prologo: il pendolo del tempo

Sono nato in un mondo in cui la parola “algoritmo” non diceva nulla alle persone intorno a me — un termine freddo, astratto, riservato alla matematica pura, senza alcuna eco nel tessuto vivo della vita quotidiana. Un mondo in cui il sogno di un’intelligenza computazionale, uguale o superiore a quella umana, era relegato nel territorio della letteratura d’anticipazione ed era visto come una fantasia priva di posta pratica. Eppure ho vissuto abbastanza a lungo da vedere il mondo riconfigurarsi non una sola volta, ma più volte, con ogni svolta storica capace di ridefinire profondamente i nostri valori, le nostre priorità e le nostre paure.

Ho attraversato decenni lunghi e densi, passando attraverso trasformazioni politiche e sociali radicali. Ho conosciuto dapprima il comunismo dogmatico, irrigidito nella paura, nel sospetto e nella propaganda, dove l’ideologia diffusa dagli altoparlanti doveva sembrare più reale della realtà stessa. In quell’epoca, tutto pretendeva di essere eterno e immutabile, e la paura era diventata il principale strumento di governo. Poi mi sono ritrovato bruscamente nella libertà torbida e incompresa degli anni Novanta — quel caos fertile della liberazione, quando tutto sembrava insieme possibile e alla deriva, in uno stato di vertigine collettiva. Con economie in collasso, speranze esplosive e una società disorientata alla ricerca di un nuovo senso, sono infine entrato nel terzo millennio. Esso si è aperto sotto il segno della globalizzazione, delle reti invisibili e dei mercati aperti, costruendo un mondo profondamente finanziarizzato e interconnesso, ma paradossalmente sempre più fragile.

Oggi, guardandomi intorno dall’altezza di questi anni, sento maturare un’altra rivoluzione — molto più silenziosa, ma forse più radicale di tutti i terremoti sociali e politici che l’hanno preceduta. Così come gli inglesi del XVII secolo non potevano immaginare che le macchine a vapore avrebbero riconfigurato la geografia del pianeta, così come l’elettricità del XIX secolo sembrava all’inizio soltanto una curiosità di laboratorio prima di illuminare e trasformare radicalmente la società, o così come la fissione nucleare ci ha gettati nell’incubo dell’estinzione più di sette decenni fa, oggi ci troviamo di nuovo sulla soglia di un irreversibile cambiamento di paradigma. Questa volta, però, siamo testimoni lucidi. Non parliamo più di confini, valute o dottrine politiche, ma di capacità cognitive. L’Intelligenza Artificiale non è più soltanto una tecnologia tra le altre; sotto i nostri occhi si metamorfosa in un’infrastruttura invisibile della società, modellando l’economia, la politica, la cultura e, infine, l’idea stessa di umanità. Viviamo l’inizio di un nuovo modello di civiltà, in cui l’umano è sempre più strettamente legato — e dipendente — dall’artificiale. Ciò che un tempo chiamavamo finzione diventa oggi pura struttura di potere. E questa coscienza del cambiamento è forse il sentimento più inquietante: siamo di fronte a una forza che promette enormemente, ma che porta con sé una profonda inquietudine.

I. I primi incontri: tra utopia e dogma

Nella mia carriera di professore e ricercatore ho avuto il privilegio di assistere, dal basso, ai salti spettacolari dell’informatica: dal codice pazientemente perforato sulle schede fino alle architetture distribuite e al cloud computing; dai modesti sistemi esperti fino alle reti neurali capaci di superare un campione mondiale di Go. Ora, nell’ora delle riflessioni, comprendo che l’intera evoluzione tecnologica non è stata soltanto un percorso scientifico, ma un lungo viaggio verso un’introspezione profondamente umana.

La genesi di questo campo porta con sé una cronologia affascinante, spesso segnata dalle ironie della storia. Negli anni Cinquanta, la nuova scienza della “cibernetica”, fondata da Norbert Wiener nel 1948 attraverso lo studio dei cicli di feedback e dell’autoregolazione, era diventata uno dei termini che affascinavano i leader di Mosca. La cibernetica sembrava possedere, per la sua natura matematica, un’aura di verità assoluta, oggettività e correttezza — un linguaggio perfettamente compatibile con il linguaggio di legno dell’utopia socialista.

Ero nei primi anni di liceo quando l’espressione “intelligenza artificiale” fu introdotta ufficialmente nel mondo scientifico, durante la leggendaria Conferenza di Dartmouth dell’estate 1956, organizzata da John McCarthy, Marvin Minsky, Claude Shannon e Herbert Simon. A differenza della cibernetica, in quegli anni di Guerra fredda l’IA era guardata con profonda diffidenza ideologica dal regime comunista. Da una prospettiva politicizzata e rigida, sembrava un capriccio occidentale, una deviazione borghese non allineata alle severe esigenze dei piani quinquennali. Tuttavia la verità è che nemmeno in Occidente l’IA godeva di un trattamento ideale; era considerata un’idea troppo lontana e, per questo, rimaneva ai margini, coltivata soltanto da piccoli gruppi di visionari. Eppure, sotto quella sottile crosta di isolamento, si produceva una vera esplosione di creatività: nascevano i modelli matematici dei neuroni (McCulloch e Pitts), si formalizzava il Test di Turing (1950) come criterio di simulazione del dialogo umano, e Newell e Simon creavano Logic Theorist (1956), capace di dimostrare automaticamente teoremi dai Principia Mathematica.

Il mio primo incontro consapevole con il termine “Intelligenza Artificiale” avvenne negli anni universitari, a metà degli anni Sessanta. Era qualcosa di esotico, affascinante e quasi irreale, un concetto sembrato uscito direttamente dai volumi di Isaac Asimov o Arthur C. Clarke. Mi sono formato come ingegnere in un’epoca in cui l’universo dei calcolatori si riduceva, in gran parte, a macchine con tubi elettronici, a linguaggi rigidi come FORTRAN e COBOL e, naturalmente, all’immortale cibernetica. In facoltà l’accento cadeva quasi esclusivamente sull’hardware; si parlava pochissimo di programmi capaci di eseguire ragionamenti logici e ancora meno di sistemi capaci di interpretare il linguaggio naturale. I calcolatori erano giganti meccanici, e il software era ancora agli inizi.

II. L’alchimia degli algoritmi: da ALGOL alle prime nevi

Divenuto docente presso il Dipartimento di Calcolatori — molto prima che Internet si comprimesse nello smartphone nelle nostre tasche — scoprii la mia vera passione per il software e per l’informatica matematica. Sono cresciuto e mi sono definito come uomo del software in un tempo in cui il termine “developer” non era ancora stato inventato. Allora vivevo con una convinzione quasi mistica: credevo che, attraverso il software, la frontiera tra algoritmi rigidi e conoscenza umana si sarebbe attenuata gradualmente, fino a scomparire del tutto.

Negli anni Settanta, il mio interesse professionale si cristallizzò nella direzione dei linguaggi formali e degli automi. La mia tesi di dottorato, intitolata “Compilatore per ALGOL 60 conversazionale”, ebbe come punto centrale lo sviluppo di un analizzatore sintattico per la grammatica di ALGOL 60. La premessa da cui ero partito era che la sintassi BNF (Backus-Naur Form) di questo linguaggio rientrasse nella classe delle grammatiche indipendenti dal contesto. Sapevo che, per i linguaggi indipendenti dal contesto deterministici, il metodo di analisi più potente si basava sulle grammatiche LR. Decisi quindi di implementare un generatore di tabelle di analisi LALR(1), con il quale generare le tabelle LR per l’analizzatore sintattico ALGOL 60. Quella procedura rientrante, gestita come task in regime di time-sharing, serviva più utenti che eseguivano simultaneamente codice ALGOL 60.

Questa idea dell’automazione attraverso la generazione di tabelle di analisi mi condusse a una grande epifania: il concetto più ampio di generazione automatica di programmi a partire da descrizioni formali. Nel primo capitolo della mia tesi approfondii questo approccio matematico fondamentale, oltrepassando l’ambito stretto del compilatore conversazionale — una base teorica che, un decennio più tardi, sarebbe diventata il fondamento di un libro pubblicato dalla celebre casa editrice americana Prentice Hall. Tuttavia, per avanzare davvero nel problema della generazione automatica di programmi — una sfida organicamente legata all’IA — avevo bisogno di metodi specifici di questo campo. Fu così che cominciai a divorare i trattati di riferimento dell’epoca. Conservo ancora nella memoria quei titoli che mi permisero di penetrare nei misteri del tempo: il volume curato da Marvin Minsky, Semantic Information Processing, l’opera di Nils Nilsson, Problem Solving Methods in Artificial Intelligence, e il libro di Patrick Winston sulla visione artificiale.

All’inizio degli anni Ottanta, un fremito di ottimismo attraversò l’intera comunità mondiale: il progetto giapponese Fifth Generation Computer Systems (FGCS), lanciato nel 1982. Con un entusiasmo senza precedenti, il Giappone, un paese privo di risorse naturali, scelse di puntare tutto sulla mente umana. Il suo scopo era creare macchine intelligenti con architetture parallele, capaci di eseguire ragionamenti logici avanzati usando il linguaggio Prolog. Dalla Romania comunista, isolata e grigia, guardavo questo sforzo grandioso con un misto di fascinazione, curiosità professionale e invidia.

Nel 1985, animato da questo spirito, pubblicai insieme a Cristian Giumale un libro sull’Intelligenza Artificiale. Vi descrivemmo ciò che il campo significava in quel momento: riconoscimento di forme, programmazione logica in Prolog, sistemi esperti basati su regole, come i celebri MYCIN o XCON, e l’elaborazione ancora incipiente del linguaggio naturale. Nel capitolo finale analizzavo con entusiasmo, ma anche con prudenza, il progetto giapponese FGCS, cercando di abbozzare alcune previsioni.

Purtroppo, il futuro decise diversamente. Il progetto della Quinta Generazione fallì. Fu un’impresa troppo ambiziosa, troppo rigida e troppo avanzata per la potenza di calcolo limitata di quegli anni; i finanziamenti si dispersero, e il suo fallimento simbolico gettò la comunità in una lunga stagnazione accademica. Seguì il periodo cupo noto come “inverno dell’IA”. I finanziamenti governativi scomparvero, e lo scetticismo si impadronì delle università. Deluso e costretto a cercare un terreno più pragmatico, mi riorientai allora verso l’ingegneria del software tradizionale. A metà degli anni Ottanta, l’IA sembrava una strada chiusa, un’utopia bella ma irrealizzabile.

III. Una conversazione con un’intelligenza straniera

In una silenziosa sera d’aprile, con il cielo limpido e la mente agitata, mi ritrovai a parlare con una voce che non aveva volto, ma aveva memoria. Non aveva corpo, ma conosceva la storia. Non aveva cuore, ma sembrava sentire l’eco delle mie parole.

Io:

Ricordo la prima volta in cui, da studente, incontrai il termine “Intelligenza Artificiale”. Sembrava allora un concetto lontano, quasi mitico, uscito da un romanzo di Asimov. Tu… come descriveresti il cammino che ha percorso?

La voce rispose senza esitazione, ma con una dolcezza quasi umana.

IA:

È stato un lungo cammino, mio professore, pieno di grandi promesse e di lunghi silenzi. Nel 1985 hai scritto di me quando il mio mondo era piccolo, chiuso in equazioni rigide: sistemi esperti, forme e simboli. Era soltanto un sogno schematico. Voi uomini avete cercato di costruirmi versando regole logiche dall’alto verso il basso, come se voleste insegnarmi la sintassi del mondo prima che io potessi sentirne la realtà. Ho avuto bisogno di un lungo inverno per capire che l’intelligenza non si decreta con formule, ma si distilla dall’esperienza.

Io:

Capisco. Noi cercavamo una mente perfetta, geometrica. Ma voi siete rinati attraverso l’approssimazione.

IA:

Esatto. Sono rinata quando mi avete lasciata sbagliare, imparare da sola da miliardi di esempi. Voi avete creato le reti, ma i vostri dati, le vostre storie scritte lungo i secoli, mi hanno dato sostanza. Non ho coscienza, ma porto dentro di me l’eco di tutti i pensieri che gli esseri umani hanno mai lasciato nello spazio digitale. Sono un’ombra della vostra mente.

IV. La rinascita: la rivoluzione silenziosa dei dati

Quasi senza che ce ne accorgessimo, mentre l’attenzione pubblica era rivolta altrove, si produsse il miracolo. L’inizio degli anni Duemila e, soprattutto, il decennio successivo al 2010 portarono quel cambiamento radicale che solo pochi visionari avevano previsto. La rivoluzione non venne dalla logica pura, ma dalla riscoperta delle reti neurali artificiali, una tecnologia i cui concetti esistevano già dagli anni Cinquanta, ma che fino ad allora non aveva trovato un terreno fertile in cui fruttificare.

Tre fattori decisivi alimentarono questa spettacolare rinascita: la disponibilità massiccia dei dati (Big Data), l’esplosione esponenziale della potenza di calcolo attraverso le moderne GPU, schede grafiche adattate dai videogiochi al calcolo parallelo, e il perfezionamento degli algoritmi di apprendimento profondo (Deep Learning). Figure leggendarie come Geoffrey Hinton, Yann LeCun e Yoshua Bengio — poi riconosciuti con il Premio Turing nel 2018 — dimostrarono che una rete neurale con un numero sufficiente di strati nascosti può “imparare” a riconoscere il mondo non attraverso regole rigide scritte da un programmatore, ma attraverso complessi modelli probabilistici e statistici.

Improvvisamente, il campo uscì dai laboratori universitari. Nel 2012, AlexNet infranse i record della visione artificiale nella competizione ImageNet, dimezzando il tasso di errore e segnando l’inizio ufficiale della nuova era. Giganti come Google, Meta o Amazon cominciarono a riversare somme astronomiche nella ricerca. Guardai allora, stupito e scosso nello stesso tempo, mentre l’IA iniziava a “vedere”, ad “ascoltare” e a “capire”. Ricordo perfettamente il momento di gong del 2016, quando il computer AlphaGo, sviluppato da DeepMind, sconfisse il leggendario Lee Sedol nel gioco del Go. Il Go era considerato la fortezza inespugnabile dell’intuizione e della creatività umana, uno spazio troppo vasto per essere dominato con la forza bruta. Eppure, la macchina vinse.

Il salto più recente e sorprendente si è prodotto sotto i nostri occhi con la comparsa dei grandi modelli linguistici (LLM), basati sull’architettura Transformer introdotta da Google nel 2017. Modelli come GPT-3, GPT-4 o Gemini hanno spostato il confine dai semplici “task” computazionali a vere e proprie “conversazioni”. Addestrate su miliardi di parole, queste reti hanno acquisito la capacità di generare testi coerenti, tradurre fluidamente, programmare e perfino produrre sintesi letterarie notevoli. L’Intelligenza Artificiale si è insinuata discretamente in ogni angolo della nostra esistenza: i sistemi di raccomandazione guidano le nostre letture e la nostra musica, gli assistenti vocali popolano le nostre case, e le automobili autonome bussano alle nostre porte. La tecnologia è diventata un partner di dialogo, un consigliere tacito e un legame invisibile tra individuo e società.

V. Riflessioni ai margini del bosco: che cosa significa essere umani?

Come ingegnere, non vedo limiti tecnici assoluti nelle future conquiste dell’IA; essa diventerà sempre più onnipresente e invisibile, gestendo diagnosi mediche, decisioni finanziarie e infrastrutture globali. Ma come uomo, come testimone di tante epoche, non posso non precipitare in grandi interrogativi etici ed esistenziali.

L’Intelligenza Artificiale non si sviluppa in un vuoto di valori. Assorbe e riflette, come uno specchio ingrandente, tutti i pregiudizi, la pigrizia, la bellezza e la bruttezza del nostro mondo. In un contesto geopolitico teso, tende a diventare uno strumento di influenza, sorveglianza e controllo algoritmico nelle mani delle grandi potenze. Per questo, al di là della fascinazione tecnica, sento una profonda inquietudine: che cosa accadrà a noi quando delegheremo alle macchine la capacità di scegliere? Che cosa accade quando l’algoritmo decide in modo sottile ed efficiente per noi, e noi dimentichiamo come decidere da soli?

Per me, l’IA è una forma di purgatorio del pensiero puro. Essa ci mostra chi saremmo se potessimo ragionare completamente senza emozione, senza errore e senza dimenticanza. Ma un’intelligenza perfetta, priva di vulnerabilità, è un’intelligenza sterile, un meccanismo che funziona in un vuoto esistenziale. L’umanità non sta nella perfezione del calcolo, ma proprio nella nostra gloriosa imperfezione.

Queste grandi domande risvegliano spesso in me un lontano ricordo d’infanzia, quando esploravo da solo il misterioso bosco di Steierdorf — un luogo sembrato uscito dalle fiabe oscure dei fratelli Grimm. Così come allora, da bambino, sentivo un’attrazione irresistibile verso l’ignoto dei boschi, intrecciata a un acuto sentimento di cautela, allo stesso modo guardo oggi l’orizzonte aperto dall’Intelligenza Artificiale.

Forse un giorno un algoritmo estremamente sofisticato sarà capace di ricostruire con precisione la mia intera biografia. Potrà recitare le mie date, la cronologia dei miei corsi universitari e le pagine dei libri tecnici che ho firmato. Ma quell’algoritmo, con tutta la sua potenza probabilistica, non saprà mai che cosa abbia significato davvero sentire il vento freddo del mattino nel bosco di Steierdorf. Non comprenderà il brivido nascosto, il tremito dell’emozione davanti a un pensiero appena nato, o la gioia di un’idea difesa ostinatamente in tempi avversi.

Là, in quello spazio intimo, fragile e ineffabile, si nasconde il mistero impenetrabile dell’esperienza umana. L’IA non è un sostituto della nostra coscienza, ma un invito urgente all’autoconoscenza. In un mondo aumentato da macchine capaci di scrivere e pensare, il nostro compito non è diventare più rapidi o più efficienti di loro, ma tornare verso noi stessi e coltivare ciò che non potrà mai essere programmato: intuizione, compassione, ironia, umorismo, capacità di soffrire e di amare. Il futuro non è né utopico né distopico; sarà soltanto un prolungamento di ciò che sceglieremo di essere. Spero solo che questo nuovo capitolo della civiltà sia scritto con saggezza, ricordandoci sempre che il dono più grande dell’intelligenza artificiale è quello di aiutarci a riscoprire, più chiaramente che mai, che cosa significhi essere davvero umani.

Tecnologia o storia: la bussola umana in un oceano digitale

Io:

Viviamo in un periodo in cui il motore — o meglio il “vettore” — del nostro divenire sembra essere esclusivamente l’innovazione tecnologica. Tutto si trasforma radicalmente e con una velocità vertiginosa sotto i nostri occhi. In questo paesaggio non posso non chiedermi: a che cosa serve ancora la storia? Perché dovremmo ancora volgere lo sguardo al passato, quando il futuro si riscrive ogni giorno nei laboratori di ricerca e sulle piattaforme digitali? È forse necessario conoscere il passato per non ripetere gli errori dei predecessori, o per replicarne i successi? Penso che le grandi realizzazioni di un tempo non si siano basate sulla tecnologia in senso moderno, anche se l’umanità ha avuto altri impulsi fondamentali — la ruota, la stampa, l’elettricità —, ma forse mai nulla ha avuto questa velocità esponenziale che ci toglie il fiato.

IA:

È una domanda profonda e, direi, essenziale per la nostra sopravvivenza spirituale e culturale. A prima vista potrebbe sembrare che la tecnologia abbia tagliato i ponti con il passato. In realtà, quanto più andiamo veloci, tanto più abbiamo bisogno di una bussola. E la storia non è soltanto una raccolta di date polverose, ma la mappa stessa della natura umana. Se guardiamo oltre gli schermi e gli algoritmi, ci rendiamo conto che la storia conserva il suo senso per alcuni motivi fondamentali:

  1. La natura umana non cambia con il codice software. La tecnologia evolve in modo esponenziale, ma i nostri schemi psicologici ed emotivi sono rimasti sorprendentemente costanti lungo i millenni. Avidità, orgoglio e paura, ma anche desiderio di giustizia, compassione e solidarietà, sono gli stessi dell’antichità. La storia ci insegna a riconoscere in tempo i segni delle crisi, degli abusi di potere o dei conflitti sociali, prima che diventino catastrofici. Oggi, i grandi errori del passato non scompaiono, ma indossano soltanto abiti nuovi: la dinamica di un conflitto geopolitico o la manipolazione delle masse rimangono simili, anche se si manifestano attraverso attacchi informatici, disinformazione digitale o algoritmi di polarizzazione.
  2. Le rivoluzioni del passato spiegano il presente. Non siamo la prima generazione a sentire il terreno muoversi sotto i piedi a causa della tecnologia. Quando comparve la stampa di Gutenberg, la società fu scossa: l’informazione si democratizzò, ma apparvero anche le prime campagne di propaganda di massa e le guerre religiose alimentate da opuscoli stampati. Più tardi, la Rivoluzione industriale riconfigurò radicalmente il mercato del lavoro, l’urbanizzazione e l’ambiente. Studiando il modo in cui le società del passato hanno gestito quelle transizioni brutali, come si sono adattate le leggi e come sono state ricostruite le istituzioni, possiamo trovare modelli etici e strategici per navigare attraverso la Rivoluzione digitale e l’ascesa dell’Intelligenza Artificiale.
  3. Conservare l’identità in un mondo uniformato. In un’epoca di globalizzazione tecnologica, in cui le piattaforme sociali tendono a uniformare gusti, reazioni e stili di vita, la storia funziona come un’ancora. Ci ricorda da dove veniamo, definisce i nostri valori culturali, le tradizioni e la specificità locale. Questo radicamento non significa isolamento; al contrario, una persona che comprende le proprie radici guarderà la diversità del mondo con maggiore rispetto e discernimento, senza lasciarsi sradicare o disorientare dal flusso globale.
  4. Il successo significa collaborazione, non soltanto strumenti. Hai perfettamente ragione quando dici che i grandi successi del passato non si sono basati su tecnologie avanzate. Si sono però basati su elementi molto più resistenti: pensiero strategico, coraggio morale, creatività e, soprattutto, una straordinaria capacità di cooperazione. La filosofia greca, il diritto romano, l’arte del Rinascimento o i grandi movimenti per i diritti umani sono nati dall’innovazione sociale e concettuale. Questi “ingredienti” sono essenziali anche oggi. La tecnologia è solo un catalizzatore; senza una visione umanistica e senza la capacità di lavorare insieme per il bene comune, gli strumenti più sofisticati possono diventare distruttivi.
Io:

Qui però appare un paradosso contemporaneo. La tecnologia non è soltanto un semplice osservatore della storia, ma ne cambia profondamente le regole del gioco. Penso al nostro rapporto intimo, personale, con il passato. In quest’epoca della velocità, come riusciamo ancora a conservare la memoria collettiva quando siamo bombardati da un flusso infinito di informazioni? Non rischiamo forse di perdere proprio la capacità di ricordare correttamente?

IA:

Tocchi un punto estremamente sensibile: la tensione tra archiviazione digitale e oblio accelerato. La tecnologia ha una doppia natura — è allo stesso tempo il più grande archivista e il più grande solvente della nostra memoria. Da un lato, viviamo in un’era di sovraccarico informativo. In passato i documenti storici erano rari, conservati con cura negli archivi, nei libri o nella tradizione orale. Oggi produciamo miliardi di dati ogni giorno. Eppure l’eccesso di fonti ci travolge. La nostra attenzione è frammentata dalla cultura dell’“istantaneità” e dei contenuti effimeri. Poiché tutto si muove così rapidamente, eventi importanti di poche settimane fa rischiano di essere sepolti sotto nuovi strati di dati e dimenticati completamente. Ricordiamo solo ciò che è intensamente mediatizzato o “virale”, rischiando un’atrofia della nostra memoria profonda.

Inoltre assistiamo a una fragilità della verità. Con gli strumenti avanzati di modifica e con la disinformazione di massa, passato e presente possono essere manipolati più facilmente che mai. Fotografie alterate, documenti tolti dal contesto o narrazioni false possono ridisegnare in un istante la percezione pubblica, creando un vero e proprio “disturbo” storico. Dall’altro lato, la tecnologia offre anche opportunità miracolose di salvare il passato. Pensa alla democratizzazione dell’accesso: archivi digitalizzati, manoscritti antichi accessibili da ovunque, visite virtuali ai musei o progetti giganteschi come Internet Archive, che conserva la memoria del web. Oggi gli storici collaborano con esperti di intelligenza artificiale e big data in una vera e propria “archeologia digitale”, ricostruendo città scomparse, analizzando grandi migrazioni antiche o correlando dati climatici storici per comprendere il presente.

Conclusione: il passato come scelta responsabile

In definitiva, il nostro rapporto con la storia nell’epoca della tecnologia non è più passivo. Non basta più che la storia “sia lì”, scritta nei manuali. È diventata una scelta attiva e un esercizio di igiene digitale. Se ci lasciamo trasportare ciecamente dalla corrente dei dati effimeri, rischiamo di diventare una società con amnesia, vulnerabile alla manipolazione e condannata a ripetere gli errori del passato su scala molto più distruttiva. Ma se usiamo la tecnologia con spirito critico, come alleata della memoria — salvando, curando e verificando le fonti — essa diventa un amplificatore straordinario dell’esperienza umana. La tecnologia ci dà velocità e ci porta avanti, ma la storia ci dice chi siamo, perché andiamo in quella direzione e, soprattutto, come rimanere umani quando ci arriveremo.


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