Luca Dan Șerbănați all'esame di maturità, 1961
Luca Dan Șerbănați nei primi anni Settanta
Luca Dan Șerbănați all'ultima lezione del quinto anno, aprile 1989

Luca Dan Șerbănați

Professore emerito alla Politehnica di Bucarest

Ricerca, insegnamento, industria e memorie

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Luca Dan Șerbănați a Venezia, 1990
Luca Dan Șerbănați a New York, 2005
Luca Dan Șerbănați

Regole, metodo e costruzione

Oggi assistiamo, quasi senza rendercene conto, a una fuga dalle regole. Le regole che hanno guidato la nostra vita, a volte in modo oppressivo, altre volte in modo discreto e protettivo, sembrano essere messe in discussione in sempre più ambiti: nel governo, nell’economia, nella finanza, nella scuola, nella convivenza sociale e perfino nel rapporto che ciascuno di noi ha con la propria salute.

Per me questa fuga ha un significato particolare, perché gli inizi della mia ricerca sono stati legati proprio al rafforzamento delle regole esistenti e all’aggiunta di regole nuove. Sono entrato nell’informatica in un’epoca in cui la programmazione poteva diventare un’attività ingegneristica solo attraverso regole, metodi, discipline di progettazione, linguaggi formali, grammatiche, modelli e vincoli. Senza regole, il programma restava un testo fragile, dipendente dall’ispirazione e dalla memoria di chi lo scriveva. Con le regole, diventava un prodotto che poteva essere costruito, verificato, trasmesso e mantenuto.

Il concetto di metodo, introdotto con tanta forza da Cartesio nella cultura europea, è stato per me una sorta di martello pneumatico intellettuale con cui sono entrato non solo nelle metodologie software, ma anche in altri domini del pensiero. Metodo significa regole. Scuola significa regole. Convivenza significa regole. Medicina e conservazione della salute significano regole. Anche la libertà, se non vuole trasformarsi in arbitrio, ha bisogno di regole.

La scuola tra disciplina e abbandono della regola

La scuola è forse uno dei luoghi in cui questa trasformazione si vede con maggiore chiarezza. Nella mia infanzia, la scuola funzionava secondo regole precise, talvolta rigide, ma regole che rispondevano a necessità sociali evidenti: l’alfabetizzazione, la trasmissione di una cultura comune, la formazione di generazioni istruite, capaci di diventare cittadini e di partecipare alla vita della società. Da questo meccanismo di regole uscivamo, in un certo senso, abbastanza simili, come alberi in un frutteto portati alla stessa altezza e alla stessa forma. Non era, certo, l’immagine ideale dell’educazione, ma era l’immagine di un ordine.

Poi venne il 1968, con la sua rivolta contro l’autorità, le gerarchie e le forme rigide di disciplina. Molte delle critiche rivolte alla scuola tradizionale erano giustificate. Non siamo tutti uguali, e l’allievo non può essere trattato soltanto come un oggetto da modellare secondo una norma unica. La nuova pedagogia volle tenere conto della personalità di ciascun bambino, del suo ritmo, della sua sensibilità, del suo diritto a non essere schiacciato da una disciplina cieca.

Ma, come tante volte nella storia, la correzione di un eccesso produsse l’eccesso contrario. Il desiderio di liberare il bambino dalla rigidità della vecchia scuola indebolì progressivamente l’autorità dell’adulto. I genitori divennero spesso alleati dei figli contro la scuola, invece che partner della scuola nella loro educazione. L’insegnante rimase sempre più solo davanti alla classe, e la funzione educativa dell’adulto si offuscò. Al posto di un’autorità discutibile, ma reale, apparve talvolta l’assenza di autorità.

Questa assenza ha conseguenze più gravi di quanto sembri. L’educazione non nasce solo dalla protezione e dall’incoraggiamento, ma anche dall’incontro con un limite. Il bambino ha bisogno di affetto, ma ha bisogno anche di un adulto capace di dirgli “no”, di stabilire una differenza tra le generazioni e di offrirgli la resistenza necessaria alla crescita. Senza questa alterità, il conflitto educativo scompare, ma non scompare la sofferenza del bambino. Cambia soltanto forma.

In passato, il disagio dei giovani si esprimeva spesso come opposizione tra generazioni: i figli si ribellavano ai genitori, gli allievi agli insegnanti, i giovani al mondo adulto. Oggi, in molti casi, il disagio sembra provenire da altrove: non dal conflitto tra sogno e realtà, ma dall’assenza del sogno. Quando l’adulto non propone più né regole, né modelli, né orizzonti, il giovane non ha sempre qualcuno contro cui ribellarsi, né qualcosa in nome di cui crescere.

I fenomeni antisociali che appaiono oggi intorno alla scuola non possono essere spiegati soltanto dalla mancanza di regole, ma la mancanza di regole li favorisce. Gruppi violenti di adolescenti, abbandono scolastico, semianalfabetismo, indifferenza di alcuni genitori verso il percorso dei figli e perdita del rispetto per l’insegnante sono sintomi della stessa crisi. Non è solo la crisi di un’istituzione, ma la crisi di un’idea: che l’educazione richieda regole accettate, adulti presenti e una responsabilità condivisa tra famiglia, scuola e società.

La stanchezza davanti alla regolamentazione

Certo, il mondo si stanca quando le regole diventano troppo numerose, troppo rigide, troppo burocratiche o troppo lontane dalla vita reale. Arriva un momento in cui l’uomo sente di non vivere più in una società ordinata, ma in un labirinto amministrativo. Allora compare la reazione opposta: il desiderio di semplificare, di deregolamentare, di spezzare i vincoli, di lasciare che il mercato, l’individuo o le forze spontanee della società lavorino da soli.

Non credo che questa reazione debba essere disprezzata. Contiene una parte di verità. Una società soffocata dalle regole perde il respiro. Ma anche l’illusione di un mondo senza regole non è meno pericolosa. Un mercato senza regole può diventare una giungla. Una scuola senza regole può diventare abbandono. La difesa senza regole può diventare avventura. La convivenza senza regole può diventare aggressione. E lo Stato, quando si ritira completamente dalle zone in cui solo esso può garantire l’equilibrio, può lasciare dietro di sé non libertà, ma inferno.

Il mercato, lo Stato e il quadro della libertà

In America esiste una corrente di pensiero che ha sostenuto da molto tempo la riduzione dello Stato e la difesa della libertà del mercato. Nella sua forma radicale, essa si avvicina piuttosto a ciò che oggi si chiama libertarianism che al liberalismo europeo classico. Il libertarianism pone l’accento sulla proprietà privata, sulla libertà contrattuale, sulla cooperazione volontaria e sull’economia di mercato, considerando molti interventi dello Stato come forme di costrizione ingiustificata.

Ma anche il mercato ha bisogno di un quadro: diritto di proprietà, contratti, tribunali, regole di concorrenza e istituzioni capaci di difenderli. Senza questo quadro, il mercato non è più libertà organizzata, ma forza bruta. Quando le regole scompaiono del tutto, non resta una libertà pura, ma la libertà del più forte, del più rapido, del meno scrupoloso.

Regole organiche e regole artificiali

Esistono, credo, due tipi di regole. Alcune appaiono organicamente, dalla convivenza, dalle buone maniere, dall’educazione e da una morale comune. Altre sono regole artificiali, scritte in uffici governativi, amministrativi o giuridici. Una parte del turbamento della società contemporanea deriva dal fatto che abbiamo soffocato le regole organiche, morali, e le abbiamo sostituite con migliaia di pagine di leggi sterili. Quando la morale scompare, è necessario un apparato di controllo sempre più grande per mantenere l’ordine.

Forse, allora, la domanda non è se abbiamo bisogno di regole, ma quali regole dobbiamo conservare, quali regole dobbiamo cambiare e quali regole dobbiamo eliminare. La regola delle regole dovrebbe essere, a mio parere, il buon senso. Purtroppo proprio il buon senso è la cosa più difficile da definire con precisione. Il buon senso è una regola che non si scrive, ma si sente; è il lubrificante che impedisce all’ingranaggio della legge di bloccare la società. Non può essere facilmente trasformato in un articolo di legge, in una norma amministrativa o in un algoritmo. Senza di esso, qualsiasi sistema di regole diventa o oppressivo o ridicolo.

La crisi di legittimità della regola

Gli uomini non respingono sempre l’idea di regola; respingono le regole che sembrano ipocrite: severe per il cittadino comune e facoltative per le élite. Alla fuga dalle regole può quindi associarsi una profonda crisi di legittimità dell’autorità. La regola non è più percepita come una forma di protezione comune, ma come uno strumento imposto dall’alto, talvolta arbitrario, altre volte applicato in modo selettivo.

Nuove forme della fuga dalle regole

La tentazione contemporanea di rifiutare le regole dei protocolli medici scientifici a favore delle teorie complottiste o dei trattamenti miracolosi è anch’essa una forma di fuga dalla regola: una fuga dal metodo scientifico. Promette la liberazione dall’autorità, ma lascia l’individuo vulnerabile di fronte alla malattia.

Infine, la sostituzione delle regole umane con la regola algoritmica è un altro pericolo dei nostri giorni. “L’algoritmo” sembra la regola suprema, ma funziona spesso come una scatola nera. Quando lasciamo che la tecnologia decida al posto della legge, non stiamo forse sostituendo una regola intelligibile, socialmente negoziabile, con una regola matematica cieca, priva proprio di quel buon senso che invocavo prima?

D’altra parte, la libertà totale di espressione su internet, questo cosiddetto Far West digitale, non accompagnata da regole di responsabilità, non ha portato a una democrazia più pura, ma a polarizzazione, aggressività e tribalismo. È la prova vivente che l’assenza di regole distrugge il dialogo, non lo libera.

La democrazia tra ordine e libertà

La democrazia stessa si fonda su questa tensione. Ha bisogno di regole ferme, ma anche della capacità di modificarle. Ha bisogno di istituzioni, ma anche di fiducia. Ha bisogno di libertà, ma anche di limiti. Quando le regole scompaiono, la democrazia si degrada nella volontà del più forte. Quando le regole si moltiplicano senza misura, la democrazia si degrada in burocrazia. Tra questi due pericoli si trova la zona fragile in cui le società civilizzate cercano di sopravvivere.

Forse è per questo che il tema mi perseguita. Ho vissuto professionalmente in un mondo in cui la costruzione richiedeva metodo, e il metodo richiedeva regole. Ho poi visto, nella vita sociale e politica, quanto sia difficile trovare l’equilibrio tra regole necessarie e regole inutili. E oggi ho l’impressione che assistiamo non soltanto a una riforma delle regole, ma a una tentazione più profonda: quella di credere che esse possano essere sostituite completamente dalla volontà, dal mercato, dalla tecnologia o dall’istinto.

Non credo in un mondo senza regole. Credo però che le regole debbano rimanere intelligibili, giustificabili e proporzionate. Una buona regola non umilia la libertà, ma la rende possibile. Una cattiva regola non difende l’ordine, lo compromette. E un mondo che rinuncia del tutto alle regole non diventa più libero, ma più esposto all’arbitrio.