Il ritorno al Politecnico
I miei anni alla FILS (2004–2012)
Nel settembre 2004, soltanto pochi giorni dopo la conclusione della mia attività all'Università Ovidius, tornai al Politecnico di Bucarest. Non ritornavo però nella mia vecchia Cattedra di Calcolatori, bensì alla Facoltà di Ingegneria in Lingue Straniere, una struttura giovane, ancora dipendente dai docenti di altre facoltà e alla ricerca di una propria identità. Per me sarebbe stato l'inizio di una fase insolita: professore di ruolo in Romania, pur continuando a vivere e lavorare in Italia.
Indice
- Dal DSI alla FILS
- La base materiale: dalle soluzioni provvisorie a spazi propri
- Nel 2004, la storia della FILS divenne anche la mia
- Tra l'Italia e Bucarest
- Una “fabbrica” di ingegneri del software
- La formazione di un corpo docente proprio
- Il primo master in Software Engineering del Politecnico
- Gli accreditamenti
- Gli studenti e l'industria
- La direzione dell'intera cattedra
- Un progetto giunto a maturità
- Un pensionamento dal sapore amaro
- Dopo il pensionamento
- L'ingegneria del software, un profilo formativo per il futuro
Dal DSI alla FILS
Non fui testimone diretto degli inizi dell'insegnamento in lingue straniere al Politecnico di Bucarest. Nel 1990 mi trovavo già in Italia, e ciò che so di quel periodo deriva dai documenti che consultai in seguito e dai racconti dei colleghi che avevano partecipato alla costruzione della nuova struttura.
Nell'estate del 1990 fu istituito il Dipartimento di Scienze Ingegneristiche, noto con la sigla DSI, con insegnamento in lingua inglese. Nella primavera dell'anno successivo furono aggiunti i percorsi francese e tedesco. Era uno dei progetti ambiziosi nati subito dopo il crollo del regime comunista: l'università romena cercava di riaprirsi verso l'Occidente, di attirare studenti stranieri e di costruire programmi compatibili con quelli europei.
L'iniziativa ufficiale fu legata al rettore Virgiliu Constantinescu, mentre l'organizzazione concreta si appoggiò in larga misura a docenti della Facoltà di Elettrotecnica, tra cui Andrei Țugulea, Paul Dan Cristea e Marius Preda. Fin dall'inizio, il DSI era stato concepito come una struttura autonoma, simile a una facoltà e dotata di una propria direzione. Non disponeva però di un corpo docente sufficiente e si basava su professori provenienti dalle facoltà tradizionali del Politecnico e da altre istituzioni universitarie.
I programmi TEMPUS e le altre forme di cooperazione internazionale resero possibili periodi di formazione all'estero, la preparazione di nuovi corsi e la creazione di legami con università occidentali. I tre percorsi ebbero storie diverse: quello tedesco beneficiò di un importante sostegno istituzionale da parte della Germania, quello francese dell'appoggio dell'ambiente francofono, mentre il percorso inglese si basò maggiormente sugli sforzi propri del Politecnico e su collaborazioni universitarie puntuali.
Nel 1991, il precedente indirizzo di Ingegneria elettrica assunse la denominazione di Ingegneria elettrica e dei calcolatori, segno che l'informatica cominciava ad avere un proprio posto nella nuova costruzione. Da questa direzione sarebbero nati in seguito i programmi di Elettronica applicata e di Ingegneria dell'informazione.
La formula del DSI era stata pensata come provvisoria, ma durò più di un decennio. Nell'ottobre 2001, il Senato dell'Università Politehnica approvò la sua trasformazione nella Facoltà di Ingegneria in Lingue Straniere, e dal 2002 la FILS iniziò a funzionare ufficialmente come facoltà. In sostanza, si legalizzava una struttura che fin dal 1990 aveva operato quasi come una facoltà.
Il conseguimento dello status di facoltà non risolveva tuttavia il problema del corpo docente. Molti dei professori che avevano insegnato nei primi anni avevano i loro principali obblighi nelle facoltà di provenienza. Con il diminuire dei finanziamenti e dell'entusiasmo iniziale, alcuni di loro si ritirarono. La FILS aveva bisogno di una struttura accademica propria, capace di assicurarne la continuità. Nacque così la Cattedra di Ingegneria in Lingue Straniere, inizialmente un piccolo nucleo costituito soprattutto da giovani docenti.
La base materiale: dalle soluzioni provvisorie a spazi propri
All'inizio, la base materiale dell'insegnamento in lingue straniere era molto modesta. Nella vecchia sede, gli spazi destinati alle attività pratiche erano inadeguati e, in alcuni casi, la dotazione informatica poteva ridursi a un solo computer. Gli studenti svolgevano molte attività di laboratorio negli spazi delle facoltà dalle quali provenivano i docenti delle rispettive discipline. Questa dipendenza era naturale per una struttura nuova, ma ne limitava l'autonomia e rendeva difficile organizzare un programma unitario.
Quando arrivai alla FILS, nel 2004, il processo di costruzione di una base materiale era appena iniziato. Negli anni successivi, lo sviluppo dei programmi di studio, l'aumento dei docenti propri e gli accreditamenti imposero di proseguire l'allestimento dei laboratori e di utilizzare con sempre maggiore attenzione gli spazi disponibili. Il mio contributo riguardò soprattutto i programmi di studio e la formazione del corpo docente; la base materiale su cui essi si appoggiavano era stata e continuava a essere il risultato di una costruzione collettiva.
La situazione migliorò gradualmente. Furono ordinati dei computer e alla facoltà vennero assegnate due aule nel seminterrato del corpo J, sotto la segreteria della facoltà, nello spazio di un vecchio magazzino. Fu possibile trasformarle in laboratori propri, dotati di computer collegati in rete. Non fu opera di una sola persona, ma il risultato dello sforzo della direzione della facoltà, dei docenti e del personale tecnico. Tra i colleghi che si impegnarono direttamente nell'organizzazione dei laboratori e nella pianificazione del loro utilizzo vi fu anche il professor associato George Drăgoi, il cui contributo deve essere ricordato in questa storia.
Il cambiamento decisivo avvenne quando all'insegnamento in lingue straniere fu messo a disposizione l'intero corpo CJ del complesso del Nuovo Edificio (Fig. 1), precedentemente assegnato a una facoltà dell'area meccanica, ma non utilizzato da essa. La FILS ottenne così uno spazio riconoscibile come proprio, con aule, laboratori e locali amministrativi riuniti nello stesso edificio. Per una facoltà che aveva cominciato prendendo in prestito docenti, laboratori e spazi da altre strutture del Politecnico, questa evoluzione significava più di un semplice miglioramento logistico: era una delle condizioni della sua maturazione istituzionale.
Nel 2004, la storia della FILS divenne anche la mia
Fui assunto alla FILS il 15 settembre 2004 come professore della Cattedra di Ingegneria in Lingue Straniere. Per quanto ricordo, ero l'unico professore ordinario della cattedra; gli altri colleghi erano assistenti o lettori universitari.
In quel periodo continuavo a vivere e lavorare in Italia. Il mio status era stato concordato con Paul Dan Cristea, responsabile del percorso inglese, e con il decano della facoltà di allora, il professor Adrian Pascu: dovevo assolvere tutti i miei obblighi didattici, fino all'ultima ora, ma potevo farlo secondo un sistema modulare. In altre parole, venivo dall'Italia per periodi di due, tre o quattro settimane e concentravo in quegli intervalli le ore di tutti i miei corsi.
Non ero l'unico a insegnare in questo modo. Vi erano altri professori che venivano per periodi concentrati, ma erano pagati a ore. Io ero un docente di ruolo del Politecnico. Questa differenza avrebbe acquistato importanza in seguito, quando assunsi la direzione della cattedra.
Tra l'Italia e Bucarest
Venivo a Bucarest almeno quattro volte l'anno. Dovevo insegnare, seguire i progetti e tornare per gli esami. Durante i soggiorni in Romania abitavo nella casa di mia madre, nel quartiere Militari, che avevo sempre conservato.
In quegli anni mia madre si ammalò e dovetti ricoverarla in una casa per anziani. Ogni volta che mi trovavo a Bucarest andavo a trovarla ogni giorno. Le mie giornate erano divise tra la facoltà e le visite a mia madre. Morì nel febbraio 2010. Negli anni successivi, quando tornavo per la sessione invernale, il mio soggiorno a Bucarest rimaneva legato anche alla sua memoria: organizzavo le tradizionali commemorazioni religiose per lei.
Nelle settimane trascorse in Romania tenevo da quattro a otto ore di lezione al giorno. Il sistema modulare non significava una riduzione degli obblighi, ma la loro concentrazione in un periodo molto breve. Il lavoro didattico, tuttavia, non si limitava ai periodi trascorsi a Bucarest. In Italia dedicavo molto tempo alla preparazione dei corsi, che peraltro modificavo ogni anno. Non ho mai creduto che un professore possa ripetere all'infinito lo stesso materiale, tanto meno in un campo in cui tecnologie e pratiche cambiano rapidamente.
Anche la conoscenza dell'inglese non era uniforme. Sebbene i corsi fossero ufficialmente tenuti in inglese, non tutti gli studenti riuscivano a seguire con la stessa facilità una spiegazione tecnica più complessa. Quando sentivo che la lingua diventava un ostacolo alla comprensione della materia, continuavo in romeno. Gli studenti non protestavano; avevo l'impressione che fossero contenti di poter seguire meglio le spiegazioni. Il mio scopo non era dimostrare che sapevo insegnare in inglese, ma aiutarli a capire ciò che insegnavo.
Del resto, esistevano differenze tra gli studenti della FILS e quelli che avevo avuto molti anni prima alla Facoltà di Automatica e Calcolatori. Non credo che derivassero soltanto dal profilo della facoltà; si trattava anche di un cambiamento generazionale e del diverso modo in cui gli studenti si rapportavano all'università. La distanza tra i miei obiettivi didattici e gli obiettivi di studio delle nuove generazioni si ampliò nel corso degli anni e, dopo quasi vent'anni, contribuì alla mia decisione di smettere di insegnare.
Una “fabbrica” di ingegneri del software
Nei primi anni Duemila, la Romania aveva un'industria del software composta da imprese private in rapida espansione. Essa non aveva bisogno soltanto di programmatori capaci di scrivere codice, ma di ingegneri che comprendessero l'intero processo di realizzazione di un sistema: requisiti, modellazione, progettazione, architettura, organizzazione del gruppo di lavoro, collaudo, qualità e manutenzione del prodotto.
Trovandomi nella posizione di delineare il profilo dei futuri laureati dei corsi informatici della FILS, e non volendo che il loro piano di studi copiasse semplicemente quelli della Facoltà di Automatica e Calcolatori, scelsi di avvicinarci al corso di Ingegneria dell'informazione della Facoltà di Elettronica, che allora si stava espandendo verso l'informatica. Lì avevo maggiore libertà nella costruzione del piano di studi. Preferii la denominazione Ingegneria dell'informazione. Sapevo che James Martin aveva utilizzato questa espressione negli anni Ottanta e Novanta per una metodologia che pretendeva di comprendere quasi tutti gli aspetti dell'organizzazione e dell'elaborazione dell'informazione. Mi sembrava un'estensione eccessiva del termine. Per noi, tuttavia, la denominazione poteva esprimere un campo moderno, più ampio della semplice programmazione e sufficientemente flessibile da includere le nuove direzioni dell'informatica.
Immaginavo il programma come una vera e propria “fabbrica” di ingegneri del software. Usavo la parola “fabbrica” non per suggerire una produzione uniforme — il senso in cui il professor Moisil aveva un tempo utilizzato questa metafora —, ma per sottolineare che la facoltà doveva formare in modo sistematico gli specialisti di cui l'economia aveva bisogno.
Con l'accordo della direzione della facoltà, accanto ai tradizionali corsi di programmazione introdussi gradualmente discipline dai nomi insoliti nei piani di studio tradizionali di informatica delle università: Metodi di sviluppo del software, Metodologie software, Tecniche di progettazione del software e Architetture software. Dovevano costituire un percorso coerente: dalla programmazione ai metodi, dai metodi alla modellazione e alla progettazione, quindi all'architettura e al controllo del processo di sviluppo.
Già nel 2004 decisi che il primo linguaggio di programmazione insegnato agli studenti della FILS sarebbe stato Java, non C o C++. Questi linguaggi non scomparivano dal programma e potevano essere studiati in seguito, ma ritenevo che Java fosse più adatto a introdurre, su basi concettuali, la programmazione orientata agli oggetti e a preparare i futuri ingegneri del software. Gli studenti della FILS non protestarono contro questa scelta, che li allontanava dal percorso seguito ad Automatica, con una sola eccezione: Alexandru R., studente del primo anno e appassionato di programmazione in C, mi chiese già alla prima lezione: «Perché non C?». Oggi Alexandru è professore associato, non ha rinnegato la sua passione per la famiglia C e predica Rust.
Negli anni successivi, tutti i corsi prevedevano dei progetti. Non volevo che agli studenti rimanessero soltanto definizioni e schemi memorizzati per l'esame. Dovevano costruire, scegliere tra diverse soluzioni, giustificare un'architettura e comprendere la differenza tra un programma che funziona e un prodotto software realizzato secondo principi ingegneristici.
L'ingegneria del software era il nucleo del programma che avevo creato, ma non volevo che diventasse una specializzazione ristretta. Gli studenti dovevano rimanere aperti agli altri settori dell'informatica, in particolare all'intelligenza artificiale, ai sistemi distribuiti e alle applicazioni mediche.
La formazione di un corpo docente proprio
All'inizio, uno dei problemi seri era l'organizzazione delle attività pratiche dei miei corsi. Io concentravo l'insegnamento nei periodi in cui venivo dall'Italia e non disponevo del tempo necessario per tenere anche tutti i laboratori.
Chiesi aiuto a Crenguța Bogdan, che era stata mia assistente all'Università Ovidius. Accettò e, con uno sforzo che non ho dimenticato, faceva la pendolare tra Costanza e Bucarest per tenere le esercitazioni dei miei corsi. La situazione continuò fino al 2008, quando Andrei Vasilățean concluse gli studi. Lo accolsi poi come dottorando ed egli assunse le attività pratiche dei miei corsi.
Il tema della tesi di dottorato di Andrei traeva ispirazione dalle ricerche che svolgevo in Italia, soprattutto dal progetto LuMiR. Per lui, tuttavia, modificai la direzione iniziale introducendo gli agenti intelligenti e il concetto di ecosistema eHealth. Questo era anche uno dei modi con cui cercavo di costruire un corpo docente proprio: i laureati migliori potevano proseguire con il master e il dottorato, partecipare come assistenti alle attività pratiche e, gradualmente, diventare docenti della facoltà.
Mi impegnai a portare nella cattedra i migliori. Non era facile. L'industria del software offriva redditi molto più elevati dell'università, e i giovani di valore avevano pochi motivi per scegliere una carriera accademica se il loro primo criterio era lo stipendio. Erano pochi quelli con una vocazione per la ricerca e la didattica abbastanza forte da resistere all'attrazione dei guadagni dell'industria.
A volte si orientavano verso l'insegnamento coloro che non avevano trovato un posto adatto nella produzione, oppure chi desiderava un orario più flessibile per altre attività. Era difficile spiegare perché un laureato del genere venisse respinto. Ma la responsabilità dello scarso numero di docenti con una vera vocazione non apparteneva soltanto a loro. Nemmeno noi professori riuscivamo sempre a individuare in tempo i migliori e, soprattutto, a convincerli, attraverso il nostro esempio personale, del fascino del mestiere di docente e ricercatore.
Nel periodo in cui Andrei Vasilățean diventava assistente, una combinazione di circostanze mi diede l'occasione di conoscere anche Maria-Iuliana Dascălu, laureata all'Accademia di Studi Economici, una giovane seria e con buone conoscenze informatiche. Fui lieto di poter approvare le loro candidature ai concorsi per i posti universitari. Andrei proveniva proprio dagli studenti formati alla FILS e continuava ad affermarsi attraverso il dottorato; Maria-Iuliana arrivava da un diverso percorso universitario, ma portava la stessa serietà e lo stesso desiderio di conoscenza.
In seguito, entrambi sarebbero arrivati alla direzione della facoltà. Li considero due delle persone alle quali ho trasmesso il testimone. Il fatto che siano rimasti nell'università, siano cresciuti professionalmente e portino avanti la costruzione iniziata in quegli anni mi dà il senso di una vera continuità.
Nel complesso della mia attività di supervisore di dottorato, tre dottorandi provennero dall'Università Ovidius di Costanza, tre dalla FILS e altri tre avevano seguito percorsi universitari differenti. Il fatto che la FILS avesse cominciato a fornire propri candidati al dottorato era un segno di maturità accademica.
Il primo master in Software Engineering del Politecnico
Il progetto non poteva fermarsi agli studi di laurea. Le discipline introdotte nel programma di Ingegneria dell'informazione offrivano agli studenti una base ingegneristica, ma l'ingegneria del software era un campo troppo vasto per poter essere approfondito soltanto nel primo ciclo universitario.
Nel maggio 2007 lavoravo ancora a diverse versioni del programma e del piano di studi per un master in Software Engineering. Non posso più affermare con certezza se riuscimmo a organizzare l'ammissione già nell'autunno di quell'anno. So però con sicurezza che nel settembre 2008 organizzammo la prova di ammissione. Il master funzionava dunque nell'anno accademico 2008–2009.
Nel maggio 2009 organizzai una presentazione pubblica del programma. Il manifesto lo annunciava come il primo Master of Software Engineering dell'Università Politehnica di Bucarest. La formulazione non indicava l'anno d'inizio, ma il fatto che fosse il primo programma di questo tipo creato nell'università.
Nel 2010 il programma fu presentato e valutato nella forma di master di ricerca, interamente impartito in inglese, della durata di quattro semestri e per un totale di 120 crediti. Non volevamo offrire ai nostri laureati soltanto alcuni corsi supplementari. Il master doveva formare specialisti capaci di comprendere l'intera catena dello sviluppo di un prodotto software, dalla nascita dei requisiti fino alla consegna, riunendo la prospettiva tecnica, l'architettura, la gestione dei progetti, il collaudo e l'assicurazione della qualità.
Il nucleo del programma comprendeva discipline quali Principles of Software Engineering, Formal Models in Software Engineering, Software Methodologies, Software Project Management, Software Architectures, Software Testing e Software Quality Management. Attorno a esse vi erano corsi orientati verso settori allora in pieno sviluppo: model-driven engineering, sistemi distribuiti, interazione uomo–computer, Semantic Web, agenti software, giochi e simulazioni interattive.
Il programma era organizzato intorno a tre direzioni parallele: discipline fondamentali di ingegneria del software, discipline orientate alle applicazioni e ricerca guidata. Quasi metà dell'attività dello studente era riservata alla ricerca e alla preparazione della tesi. Questa doveva contenere un autentico elemento di ricerca e, ogni volta che fosse possibile, condurre alla progettazione e alla realizzazione di un sistema software.
Il master mirava a formare non soltanto programmatori meglio preparati, ma futuri leader dello sviluppo software: architetti, progettisti, responsabili tecnici e specialisti capaci di migliorare le pratiche esistenti nell'industria.
Da circa dieci anni ero anche supervisore di dottorato. Per gli studenti migliori esisteva così un percorso completo: la laurea offriva la formazione ingegneristica di base, il master apportava approfondimento e ricerca applicata, mentre il dottorato apriva la strada alla ricerca avanzata. La “fabbrica” di ingegneri del software che avevo immaginato nel 2004 acquistava così tutti i livelli necessari.
Gli accreditamenti
Nel periodo in cui diressi la cattedra, i programmi della FILS dovettero affrontare le valutazioni delle nuove strutture ARACIS. I dossier erano voluminosi e richiedevano un'enorme mole di lavoro amministrativo: piani di studio, schede delle discipline, situazioni del personale, spazi, laboratori, attività scientifica e giustificazione delle competenze offerte ai laureati.
Nella preparazione dei documenti fui aiutato in modo essenziale da Bujor Păvăloiu e Ioana Guică. Senza il loro lavoro attento, l'organizzazione dei dossier sarebbe stata molto più difficile.
Per il programma di Ingegneria dell'informazione in lingua inglese partecipai direttamente alla difesa della concezione curricolare davanti alla commissione. I suoi membri mi conoscevano professionalmente, ma furono sorpresi da alcuni titoli dei corsi, inesistenti nelle nomenclature tradizionali. Dovetti spiegare perché un programma moderno avesse bisogno di discipline come Metodologie software, Tecniche di progettazione o Architetture software e come esse si collegassero in un percorso coerente di formazione dell'ingegnere del software.
Lo stupore iniziale si trasformò gradualmente in interesse. La commissione comprese che non si trattava dell'invenzione arbitraria di alcuni titoli, ma dell'introduzione al Politecnico di un campo universitario maturo, riconosciuto a livello internazionale e richiesto dall'industria.
Non guidai personalmente tutti gli accreditamenti. Per il programma di Elettronica applicata in lingua tedesca, il ruolo principale fu svolto dal professor Istvan Sztojanov, rappresentante tradizionale della Facoltà di Elettronica e sostenitore di questa direzione. Come responsabile della cattedra rispondevo dell'insieme della struttura, ma ogni programma aveva le persone che ne conoscevano meglio le specificità.
L'accreditamento del programma di Ingegneria dell'informazione e quello del master in Software Engineering rappresentarono per me più dell'adempimento di formalità. Erano la conferma istituzionale di un progetto curricolare che avevo costruito gradualmente.
Gli studenti e l'industria
Molti studenti della FILS cominciavano a lavorare nelle aziende prima della laurea. Per loro era un'opportunità di fare esperienza e garantirsi un reddito, ma per la facoltà la situazione creava problemi seri. Dovevano conciliare l'orario di lavoro con la frequenza dei corsi, i progetti e gli esami. Talvolta il lavoro diventava prioritario e l'università era trattata come un'attività da inserire tra gli obblighi professionali.
I temi delle tesi provenivano raramente direttamente dall'attività svolta nelle aziende. Nelle imprese, gli studenti erano utilizzati soprattutto per lavori di programmazione. Io cercavo di insegnare loro qualcos'altro: pensare al livello dei requisiti, dei metodi di sviluppo, dei modelli, delle architetture, dei processi e della qualità del prodotto software.
Questa differenza non significava che l'esperienza professionale fosse inutile. Al contrario, molti rimanevano nelle aziende in cui avevano iniziato a lavorare e, dopo la conclusione degli studi, ottenevano posizioni migliori. I laureati della FILS trovavano rapidamente lavoro e molti andarono a lavorare all'estero. La loro evoluzione confermava che l'orientamento scelto rispondeva a un bisogno reale dell'industria del software.
La direzione dell'intera cattedra
Nel 2008, con il cambiamento della direzione della facoltà, si dovette designare anche un responsabile della Cattedra di Ingegneria in Lingue Straniere. Fui eletto ad assumere questa responsabilità — per quanto ricordo, senza che vi fosse un altro candidato — e iniziai immediatamente il lavoro.
La funzione non si limitava al programma di Ingegneria dell'informazione in lingua inglese, al quale avevo dedicato la maggior parte della mia attività didattica. Ero responsabile dell'intera cattedra, che gestiva la propria attività didattica per tutti e tre i percorsi della facoltà: inglese, francese e tedesco.
Ogni percorso aveva un responsabile che ne conosceva i docenti, i problemi correnti e i rapporti istituzionali. Questa organizzazione mi evitava di entrare in tutti i dettagli dei percorsi francese e tedesco. Del percorso inglese, invece, rispondevo direttamente, sia per quanto riguardava il corpo docente, sia per i piani di studio e lo sviluppo dei programmi.
Volevo che i percorsi inglese e francese non evolvessero come due strutture prive di legami. I due programmi di Ingegneria dell'informazione dovevano, nella mia concezione, procedere insieme e avere piani di studio il più possibile simili. Per un periodo riuscii a mantenere questa corrispondenza. Insegnai anche nel percorso francese, proprio per sostenere l'avvicinamento tra i due programmi.
Col tempo mi resi conto che, nella mia situazione, era troppo difficile lavorare contemporaneamente in entrambi i percorsi. Vivevo in Italia, concentravo le lezioni in brevi periodi e avevo anche la responsabilità della direzione della cattedra. Rinunciai quindi ai corsi del percorso francese e concentrai la mia attività didattica su quello inglese. In seguito, per ragioni legate ai docenti disponibili e agli orientamenti propri del percorso, il piano francese si allontanò gradualmente da quello inglese.
La mia posizione era dunque duplice. Come professore e progettista di programmi, ero coinvolto soprattutto nel percorso inglese. Come responsabile della cattedra, dovevo seguire il funzionamento dell'intera struttura, con tutti e tre i percorsi, coordinare i posti, le discipline e i docenti propri, e mantenere i rapporti con i professori provenienti dalle altre facoltà.
Una parte importante di questa attività, poco visibile dall'esterno dell'università, era la preparazione degli organici e dei carichi didattici. Dovevo distribuire discipline, lezioni e attività pratiche tra i docenti propri, i professori provenienti da altre facoltà e i collaboratori pagati a ore, verificare la copertura di tutti gli obblighi didattici e proporre i posti necessari allo sviluppo della cattedra. In una struttura ancora piccola e dipendente da collaboratori esterni, la preparazione dell'organico era ogni anno un difficile esercizio di equilibrio tra le esigenze dei programmi, le competenze disponibili e le risorse esistenti.
La funzione comportava anche la partecipazione alla valutazione dei docenti, la preparazione dei concorsi per i posti, la redazione dei documenti di autovalutazione e assicurazione della qualità, nonché il coordinamento dell'attività di ricerca della cattedra. Gli accreditamenti dei programmi rappresentavano la parte più visibile di queste responsabilità, ma dietro di essi vi era un lavoro amministrativo continuo, svolto insieme ai responsabili dei percorsi e alla direzione della facoltà.
La situazione era tanto più insolita in quanto continuavo a vivere e lavorare in Italia. Mi appoggiai ai responsabili dei percorsi e ai colleghi presenti stabilmente a Bucarest, in particolare a Bujor Păvăloiu, per risolvere i problemi operativi. La responsabilità generale della cattedra, del suo sviluppo e dei rapporti con la direzione della facoltà rimaneva tuttavia mia.
La cattedra aveva ancora pochi docenti propri e dipendeva da numerosi professori provenienti da altre facoltà o pagati a ore. Era così piccola che la mia funzione di direzione non era accompagnata dall'indennità normalmente concessa a un responsabile di cattedra o di dipartimento. Il numero dei dipendenti propri non raggiungeva la soglia prevista.
Per quanto ricordo, soltanto verso il 2012 il dipartimento raggiunse la dimensione a partire dalla quale il suo responsabile avrebbe avuto diritto all'indennità. Proprio allora, tuttavia, il mio mandato si concludeva e stavo per essere pensionato. La situazione aveva una certa ironia: avevo contribuito allo sviluppo di una struttura troppo piccola perché la funzione direttiva fosse retribuita e, quando essa era finalmente diventata abbastanza grande, dovevo lasciarla.
Un progetto giunto a maturità
Guardando indietro, tra il 2004 e il 2012 era cambiato quasi tutto. La cattedra che avevo trovato molto piccola era cresciuta e intorno a essa si era formato un nucleo più stabile di docenti. Il programma di Ingegneria dell'informazione aveva acquisito una propria identità, diversa dalla semplice riproduzione dei piani di studio di altre facoltà.
L'ingegneria del software era diventata l'asse principale del programma, senza che questo si chiudesse agli altri settori dell'informatica. Esisteva un master in Software Engineering, i programmi avevano superato gli accreditamenti necessari e i nomi e la concezione dei corsi, che inizialmente avevano suscitato qualche perplessità, avevano ottenuto un riconoscimento istituzionale.
La facoltà disponeva ormai anche di spazi e laboratori propri, incomparabilmente migliori della base materiale improvvisata degli inizi. Lo sviluppo accademico, amministrativo e materiale si era sostenuto reciprocamente e aveva dato alla FILS un'identità istituzionale più chiara.
Nei corsi specialistici erano sempre meno numerosi i professori provenienti dall'esterno della facoltà, anche se la collaborazione con docenti pagati a ore continuava a essere importante. Il risultato più convincente si vedeva tuttavia nei laureati: trovavano il loro posto nell'industria del software, in Romania e all'estero, e confermavano che l'orientamento scelto rispondeva a un bisogno reale.
La struttura che avevo diretto era diventata abbastanza matura da proseguire il proprio cammino anche senza di me.
Un pensionamento dal sapore amaro
Nel gennaio 2011 entrò in vigore la nuova Legge sull'istruzione. Una delle sue disposizioni stabiliva il pensionamento dei docenti universitari al compimento dei sessantacinque anni. Per i professori più anziani, la misura arrivò come una mazzata. Un'intera generazione, che aveva accumulato decenni di esperienza didattica e scientifica, doveva lasciare quasi contemporaneamente i propri posti di ruolo.
Non contestavo la necessità di promuovere i docenti giovani. Mi sembrava però rischioso che il rinnovamento avvenisse mediante l'allontanamento improvviso dei professori più esperti. Io avevo già superato l'età prevista dalla legge. Nel mio caso, il pensionamento fu rinviato fino alla conclusione del mandato direttivo e alle elezioni universitarie del marzo 2012.
Poco tempo prima, fui convocato da uno dei prorettori. Mi parlò con tono amabile e conciliante e mi chiese di accettare il pensionamento senza protestare. L'università, mi spiegò, aveva bisogno che si liberassero posti di professore per i numerosi giovani professori associati pronti alla promozione.
— Nessun problema, professore. Presenterò la domanda di pensionamento, risposi.
Venni poi a sapere che quella massa di professori associati in attesa di occupare i posti liberati non esisteva, almeno non nelle proporzioni che mi erano state presentate.
Nel marzo 2012, mentre numerosi professori nella stessa situazione cercavano di ottenere il sostegno dell'università per continuare la propria attività, parlai con la rettrice del Politecnico. La conoscevo da molti anni, da quando era una giovane assistente alla Facoltà di Chimica Industriale, e confidavo che la mia situazione sarebbe stata esaminata con benevolenza.
— Non si preoccupi, professore. Chiederemo un anno sabbatico per lei e per altri colleghi, poi vedremo, mi disse.
Me ne andai tranquillo, convinto che non mi avrebbe dimenticato. In seguito mi fu raccontato ciò che era accaduto dopo la riunione del Senato. La segretaria della rettrice, che mi conosceva perché era stata mia studentessa, aveva notato che il mio nome non figurava nell'elenco di coloro per i quali era stata trovata una soluzione.
— Ma che cosa fate con il professor Șerbănați? avrebbe chiesto.
La risposta era stata breve:
— Porta il suo fascicolo di pensionamento alle Risorse Umane.
E così fui pensionato.
Dico con sincerità che avrei preferito continuare la mia attività alla FILS come professore di ruolo. Ero andato in pensione anche in Italia e, per la prima volta dopo molti anni, avrei avuto più tempo per la facoltà, i corsi e gli studenti. Non feci però del pensionamento un dramma. Sapevo che ogni fase professionale ha una fine ed ero soddisfatto di ciò che ero riuscito a costruire.
Ciò che mi disturbò non fu il pensionamento in sé, ma il modo in cui due persone della direzione dell'istituzione, dalle quali mi sarei aspettato sincerità e sostegno, mi trattarono con promesse e spiegazioni che non sarebbero state rispettate. L'ironia fu che, soltanto pochi mesi dopo il mio pensionamento, la normativa venne modificata e alle università fu nuovamente concessa la possibilità di mantenere, a determinate condizioni, professori che avevano superato l'età pensionabile. Per me, il cambiamento arrivava troppo tardi.
Dopo il pensionamento
Il mio legame con la FILS non si concluse nel marzo 2012. Continuai a insegnare con pagamento a ore fino al 2023. Per circa dieci anni feci anch'io parte della categoria dei docenti esterni alla struttura permanente di cui la facoltà continuava ad avere bisogno.
Non ero più professore di ruolo e non ricoprivo più una funzione direttiva, ma i corsi e gli studenti rimasero parte della mia vita. Il fatto che la facoltà abbia continuato a crescere, che oggi disponga di un maggior numero di docenti propri e che persone formate o attratte in quegli anni portino avanti la costruzione mi dà la sensazione che lo sforzo non sia stato vano.
Lasciai la direzione e poi il corpo dei professori di ruolo, ma una parte di ciò che avevo pensato e costruito rimase nella struttura della facoltà, nei suoi programmi e, soprattutto, nei suoi laureati.
L'ingegneria del software, un profilo formativo per il futuro
Un innesto che può diventare portinnesto
Guardando retrospettivamente, il profilo di Software Engineering che cercai di costruire alla FILS può essere paragonato a un innesto. Non nacque su un terreno privo di tradizione ingegneristica, ma fu innestato sull'ingegneria dei sistemi, dalla quale ereditò — nello spirito dei metodi di analisi e progettazione promossi da autori come Ed Yourdon e Robert C. Martin — il rigore della modellazione, la visione d'insieme e l'attenzione all'integrazione dei componenti in un sistema coerente. La compatibilità tra i due campi si dimostrò molto buona. L'ingegneria dei sistemi offriva le radici e la resistenza, mentre l'ingegneria del software portava un altro tipo di frutto: metodi di sviluppo, architetture, processi, collaudo, qualità e organizzazione del lavoro collettivo.
L'ingegneria del software non era però un campo debole, incapace di esistere da solo. Aveva piuttosto bisogno di un sostegno istituzionale e curricolare riconosciuto, che gli permettesse di svilupparsi all'interno di un'università tecnica. Una volta maturata, la sua posizione può cambiare. Credo che oggi l'ingegneria del software possa diventare a sua volta il portinnesto sul quale innestare l'intelligenza artificiale, i sistemi basati sui dati e sui modelli, le tecnologie cloud, la sicurezza e le nuove generazioni di sistemi distribuiti.
L'intelligenza artificiale può generare codice e accelerare in modo spettacolare la realizzazione delle applicazioni, ma non può sostituire la necessità di requisiti ben formulati, architetture coerenti, verifica, collaudo, sicurezza, validazione rigorosa e responsabilità per l'intero ciclo di vita del prodotto. Quanto più potenti diventano gli strumenti, tanto più importante diventa la disciplina ingegneristica nella quale vengono integrati. Questa era una delle idee centrali del mio libro del 1992 e rimane un'esigenza attuale.
Un profilo che deve evolvere
Il profilo di Software Engineering deve dunque rimanere nei piani di studio, ma non può rimanere immutato. Oltre ai fondamenti della programmazione, della modellazione e della progettazione, dovrebbe includere lo sviluppo assistito dall'intelligenza artificiale, l'ingegneria dei sistemi basati su dati e modelli, le tecnologie cloud e DevOps, la sicurezza, i sistemi distribuiti, la verifica dei risultati generati automaticamente e la collaborazione tra esseri umani e agenti intelligenti. L'ingegnere del software del futuro scriverà forse meno codice a mano, ma dovrà comprendere meglio il sistema che costruisce e le sue conseguenze.
Per quanto riguarda i candidati, non credo che la sola denominazione Software Engineering possa produrre un afflusso massiccio. L'intelligenza artificiale, la sicurezza informatica e la data science esercitano oggi un'attrazione maggiore. Un programma di ingegneria del software ben presentato, impartito in inglese, collegato all'industria e costruito intorno a progetti reali può tuttavia avere un flusso costante di buoni candidati. Il suo vantaggio è di non dipendere da una sola tecnologia di moda, ma da un bisogno permanente: trasformare idee e prototipi in sistemi software affidabili e durevoli.
In passato, l'ingegneria del software si è innestata con successo sull'ingegneria dei sistemi. In futuro, può diventare il portinnesto sul quale verranno innestate le nuove tecnologie. Da questa prospettiva, il progetto iniziato alla FILS nel 2004 può continuare, con strumenti e discipline diversi, finché la formazione degli ingegneri del software non verrà confusa con la formazione dei programmatori anche esperti.
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