Il Talcioc
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Indice
- L’eguaglianza attraverso la miseria
- Un’epopea della povertà
- La valvola di sfogo del capitalismo morente
- Il contrasto tra venditore e compratore
- Conclusione
Ai tempi dell’ordinamento comunista, il Talcioc — termine importato dal russo, tolciok — era una forma di commercio privato sorvegliata dallo Stato e importata dall’Unione Sovietica. A Bucarest, il Talcioc si trovò inizialmente a Colentina, alla fine di alcune strade periferiche, in una grande fossa, per poi essere spostato a Dudești. La discesa nella fossa di Colentina, lungo pendii fangosi o gelati, suggeriva il crollo sociale di un’intera classe di “ex” in una bolgia dantesca. L’immagine del filo spinato che delimitava il recinto trasformava il luogo da mercato in una sorta di campo della sopravvivenza.
Animatissimo negli anni Cinquanta, questo mercato si teneva esclusivamente la domenica ed era frequentato da coorti di persone che scendevano dai vagoni al capolinea del tram 1.
Il Talcioc non era un semplice spazio di scambio, ma una destinazione dei “proscritti”. La domenica mattina, il tram 1 diventava un veicolo di contrasti: operai fieri diretti verso i parchi si mescolavano agli “ex” — aristocratici, intellettuali, borghesi — che stringevano al petto pacchi con gli ultimi resti di una vita raffinata, avvolti in vecchi giornali.
Se nei negozi di Stato la merce era standardizzata e rara, al Talcioc gli oggetti erano pezzi unici con una biografia. Vi si potevano comprare indumenti e biancheria “a pacco”, mobili, libri, quadri, incisioni, innumerevoli oggetti, dalle stecche per camicie fino alle stufe e alle cucine. Su pagine di giornale stese sul terreno fangoso si poteva trovare, accanto a un paio di mutandoni rattoppati, una prima edizione delle poesie di Baudelaire o una tabacchiera d’argento con stemma. Radio a valvole, pezzi di bicicletta o macchine fotografiche tedesche portate come bottino di guerra si vendevano accanto a chiodi tolti da vecchie assi e raddrizzati col martello.
Alcuni andavano al Talcioc per comprare cose che poi rivendevano lì stesso al doppio o al triplo.
L’eguaglianza attraverso la miseria
Il Talcioc fu il grande livellatore. Qui le barriere di classe crollavano davanti alla trattativa per un chilo di farina di mais o per un pezzo di sapone. Due aspetti devono essere presi in considerazione:
La degradazione delle élite: l’immagine del professore universitario che vende la propria biblioteca per sopravvivere, o della signora educata in collegio che smonta poco a poco il servizio da tavola in porcellana di Meissen, vendendo un piatto alla volta, è definitoria per quegli anni.
Il mondo interlope e la “bisnița”: accanto ai disperati, il Talcioc alimentò una nuova classe di opportunisti — piccoli speculatori che sentivano le carenze del mercato e vendevano “sottobanco” spille da balia, calze di nylon o gomme da masticare, sotto lo sguardo tollerante, o complice, della milizia.
Un’epopea della povertà
Il Talcioc fu un’epopea della povertà, della ristrettezza e della disperazione. Non trovò un rapsodo alla sua altezza, benché il romanzo di G. Călinescu Scrinul negru inizi proprio al Talcioc, al quale l’autore dedica una serie di pagine, ma in registro “ironico”. In Viața ca o pradă, Marin Preda evoca l’incontro con un ex ideologo marxista, Jacob Popper, finito a vendere mutande da donna al Talcioc.
Una descrizione memorabile ci è offerta nel diario dello scrittore Pericle Martinescu: “Visto dall’alto, dalla riva, il mercato dà l’impressione di un campo nel quale sono state ammassate fino all’inverosimile decine di migliaia di persone. La folla è così compatta che non si osserva alcun movimento e non si distingue alcun rumore particolare, sebbene quelle decine di migliaia di persone si muovano da una parte e dall’altra e parlino in tutte le lingue e di tutte le cose. Ex capitalisti, ex proprietari terrieri, ex commercianti, ebrei, zingari, professori, artisti, scrittori — tutte le categorie sociali sono mescolate qui... È in vendita tutto ciò che la fantasia umana ha creato nei secoli, dai tappeti persiani al filo da cucire, dagli apparecchi radio ai chiodi arrugginiti, dai soprammobili e dagli irrigatori alle mutande e alle matite”.
La valvola di sfogo del capitalismo morente
Il Talcioc era un luogo di sguardi evitati. La vergogna di chi vendeva incontrava l’avidità o la compassione di chi comprava. I venditori non gridavano come nei mercati tradizionali. Era una vendita sussurrata, quasi clandestina, segnata dalla paura di essere accusati di “speculazione”, reato grave nel codice penale dell’epoca.
G. Călinescu vedeva nel Talcioc uno spettacolo grottesco, pieno di “vecchiumi storici” che dovevano essere liquidati per far posto all’uomo nuovo. Per il resto della popolazione, invece, era l’ultima valvola di sfogo del capitalismo di sopravvivenza. Lo Stato lo tollerava perché il Talcioc risolveva un problema che l’economia pianificata non poteva gestire: la penuria estrema di beni di consumo elementari.
Il contrasto tra venditore e compratore
Questo era l’aspetto più impressionante del paesaggio. Vi era un paradosso visivo: i venditori erano schiacciantemente più distinti dei compratori.
I venditori. Ex capitalisti, ex proprietari terrieri, ex commercianti, ebrei, professori, artisti, scrittori non letti, rappresentanti dell’“ex borghesia agiata”, persone distinte, con abiti di “ottimo taglio” ma logori. Erano di solito dilettanti nell’arte del commercio, e arrossivano quando dovevano chiedere un prezzo.
I compratori. Di ogni tipo: “lattai”, “contadini” o “sensali”, che manifestavano una “durezza spietata” nella trattativa. Erano i piccoli uccelli rapaci. Poi vi erano compratori occasionali, venuti per curiosità o alla ricerca di oggetti precisi.
Perché scompare gradualmente?
Man mano che il sistema economico comunista si stabilizzava, lo Stato spingeva il commercio privato verso forme mediate: la rete della Consignația, commissionari, vendite controllate, riducendo così il ruolo dei mercati “liberi”.
Ideologicamente, simili talciocuri contraddicevano l’immagine della società socialista “egualizzata” e dell’uomo nuovo, essendo associati agli “ex” e alla speculazione, dunque a residui indesiderabili del capitalismo.
La chiusura propriamente detta
Le fonti evocano lo spostamento dalla fossa di Colentina verso altri luoghi, come Dudești, e poi una diminuzione fino alla scomparsa della forma classica, ma non indicano una decisione unica di “abolizione del Talcioc” paragonabile a una legge o a un decreto specifico.
Come realtà bucurestina, tuttavia, esso continua a esistere fino ai nostri giorni in altri quartieri; ma poiché gli “ex” non ci sono più, venditori e compratori appartengono ormai alla stessa categoria sociale.
Conclusione
Il Talcioc fu più di un bazar di cose vecchie; fu un museo del dolore a cielo aperto, dove la storia veniva venduta a pezzi per sopravvivere. Esso rivela un paesaggio sociale fratturato, nel quale la dignità del “vecchio mondo” si scioglieva nel fango di Colentina sotto gli sguardi avidi di una società in piena trasformazione brutale.
Rappresentava, in sostanza, un trasferimento forzato di patrimonio: gli oggetti di lusso — argenteria, porcellane, pellicce — passavano dalle mani di coloro che ne comprendevano il valore alle mani di coloro che traevano profitto dalla loro disperazione.
Il Talcioc bucurestino del dopoguerra è attestato come estremamente animato negli anni Cinquanta, funzionando la domenica, al capolinea del tram 1, come “sopravvivenza” tollerata del commercio privato.
Era già percepito come un’anomalia ideologica in un regime che aveva abolito il commercio privato, e veniva tollerato proprio per risolvere la penuria di beni di consumo e per “liquidare” il patrimonio delle vecchie classi.





