Luca Dan Șerbănați all'esame di maturità, 1961
Luca Dan Șerbănați nei primi anni Settanta
Luca Dan Șerbănați all'ultima lezione del quinto anno, aprile 1989

Luca Dan Șerbănați

Professore emerito alla Politehnica di Bucarest

Ricerca, insegnamento, industria e memorie

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Luca Dan Șerbănați a Venezia, 1990
Luca Dan Șerbănați a New York, 2005
Luca Dan Șerbănați

Ritratto e posto nella mia vita

Draga, la sorella minore di mia madre, fu per me più di una zia. Fu come una terza madre, dopo la mia vera madre e Mamma Linica, mia nonna. Aprii gli occhi sul mondo vedendola ogni giorno in casa nostra, pronta a proteggermi ogni volta che ce n'era bisogno. Quando ancora non parlavo bene la chiamai Dădica, e con quel nome continuai a chiamarla fino alla sua morte.

Draga era una presenza calda e protettiva, che mi accompagnò nelle tappe più importanti della mia vita. Il nostro rapporto fu speciale e profondo. La mia storia con Draga è profondamente commovente, piena di salite e discese, segnata da momenti d'amore, da difficoltà e, alla fine, dalla tragedia.

Medicina, bellezza e incontro con Igor

Dopo il liceo, Draga si iscrisse a Medicina, dicendo che le piaceva la professione di medico. Era molto bella e, da studentessa alla Facoltà di Medicina, veniva corteggiata da molti colleghi. Ne scelse uno: Igor Bodeanschi, studente brillante, di origine bessarabica-gagauza, nato a Comrat, due anni più grande di lei. Igor era un ragazzo un po' paffuto, sempre allegro, mite, affettuoso con Draga, disponibile con tutti: insomma, un pezzo di pane. A causa dei drammatici eventi che avevano trasformato la Bessarabia in teatro di guerra, la famiglia di Igor si era trasferita in Transilvania, a Odorhei, e lui aveva deciso di restare il più possibile vicino ai suoi in quel periodo complicato. Perché Draga si abituasse alla sua famiglia, la mandò qualche mese prima delle nozze a Odorhei, presso i futuri suoceri, mentre lui sosteneva gli esami di laurea a Bucarest. A Odorhei, Draga imparò a cucinare sotto la mano di ferro della futura suocera.

Il matrimonio con Igor: fretta e prime incrinature

A differenza di mia madre, Draga non ebbe la pazienza di finire gli studi prima di sposarsi. Nel gennaio del 1943, quando era al quarto anno di facoltà e le restavano relativamente pochi esami, sposò Igor, già medico militare. A Igor quella fretta conveniva; anzi, sosteneva che Draga potesse interrompere gli studi, perché il suo stipendio di medico bastava a mantenerla. La festa di nozze fu organizzata da Marioara e Luca, i miei futuri padrini, nella loro villa di via Cazărmii.

Draga, studentessa (1942)
Fig. 1. Draga, studentessa (1942)
Draga nel 1953
Fig. 2. Draga nel 1953
Draga nel 1955
Fig. 3. Draga nel 1955

Che cosa seguì a quell'inizio felice? Per Draga seguì un calvario, dovuto anche al suo carattere ribelle: non seppe organizzare la propria vita e reagì agli eventi con impulsi spesso imprudenti.

Odorhei, dipendenza e clinica di Cluj

Dopo il matrimonio, i due si trasferirono a Odorhei, nella casa dei genitori di Igor. Purtroppo la loro unione fu breve, appena sei anni. Nonostante l'amore smisurato di Igor per Draga, il rapporto si deteriorò rapidamente. La mancanza di interessi e di attività a Odorhei fece cadere Draga nella dipendenza dalla morfina, un problema di cui Igor non seppe nulla per molto tempo e che poi non fu capace di gestire.

Radu: gli anni in casa nostra

Alla fine Draga fu ricoverata in una clinica di disintossicazione a Cluj. Lì conobbe il capitano Radu Dașchievici, un ufficiale giovane e carismatico che veniva in ospedale a trovare la sorella ricoverata, compagna di stanza di Draga. Visita dopo visita nacque tra Draga e Radu una relazione, che si concretizzò in una proposta di matrimonio. Draga chiese il divorzio da Igor e nel 1950 sposò Radu.

Draga sposa (17 gennaio 1943)
Fig. 4. Draga sposa (17 gennaio 1943)
Il matrimonio di Draga (17 gennaio 1943)
Fig. 5. Il matrimonio di Draga (17 gennaio 1943). Da sinistra a destra: il signor Bodeanschi padre, Valik, fratello di Igor, Igor, Luca Constantinescu, nonno Petruș, Marioara, Linica.
Con Draga e Radu, Capodanno 1954
Fig. 6. Draga, Radu e io, fiero neo-pioniere, a Capodanno 1954.

Benché conoscessi Draga fin da piccolo, il nostro rapporto speciale cominciò a svilupparsi dopo il suo secondo matrimonio, quando lei e Radu vennero ad abitare con noi: una stanza si era liberata dopo la morte della bisnonna. Radu era un uomo alto, biondo, con gli occhi azzurri, e insieme a Draga, bella anche lei, formava una coppia apparentemente perfetta. La realtà fu diversa, e la loro storia, iniziata in modo brillante, sarebbe finita in un disastro.

Negli anni passati insieme in casa, Radu e Draga mi trattarono come un figlio. Andavamo insieme in vacanza al mare o a Călimănești, a teatro o al cinema. Mi mostrarono che cosa significano la generosità e la cura verso un bambino. Erano più disponibili dei miei genitori, sempre occupati, e per questo pretendevo da loro perfino più di quanto pretendessi dai miei.

L'episodio dei biglietti a teatro

Un episodio mi è rimasto impresso nella memoria. Avevo nove anni e seppi che Draga e Radu avevano biglietti per il teatro. Mi entusiasmai all'idea di andarci anch'io - non sarebbe stata la prima volta - ma loro mi dissero che quella volta non avevano un biglietto anche per me. La mia frustrazione fu tale che, di nascosto, trovai i loro biglietti, li strappai e li gettai nel cassetto della cenere della stufa, dicendo tra me: "Ecco, così imparate a non portarmi a teatro con voi!" Quando non trovarono più i biglietti dove li avevano messi, e la mia faccia allegra mi tradì, lo scandalo che seguì risuonò in tutta la casa. Mio padre, furioso, mi diede una bella lezione, mentre Draga e Radu, soprattutto Radu, sempre calmo e mite, cercarono di salvarmi. Il loro intervento non riuscì a sottrarmi alle mani di mio padre.

La rottura: divorzio e ricaduta

Dopo sette anni di matrimonio, durante un funerale, Radu conobbe al cimitero una signora, moglie di un lontano parente, che gli fece perdere la testa; il suo rapporto d'amore con Draga, apparentemente indistruttibile, si disfece. Il divorzio e l'immediato matrimonio di Radu con quella signora lasciarono Draga in una sofferenza terribile, che la spinse a ricadere nella dipendenza dalla morfina. Il tentativo di suicidio e la sua fragilità emotiva mobilitarono la famiglia, decisa ad aiutarla a ritrovare un equilibrio.

Con l'aiuto dei parenti, Draga cercò di ricostruirsi la vita. Riprese la facoltà, ma i vent'anni passati da quando era stata studentessa per la prima volta resero impossibile riadattarsi. Cominciò invece a lavorare come infermiera e poi come tecnica di radiologia in un ambulatorio frequentato da pazienti con malattie polmonari, da qualche parte, lontano da casa, sulla Șoseaua Giurgiului. Anche se l'esposizione costante alle radiazioni poteva mettere in pericolo la sua salute, Draga non sembrava preoccuparsene. Aveva trovato uno scopo e un ritmo di vita che le offrivano un fragile equilibrio.

Lavoro, remi e cozonac

Draga aveva anche un altro vizio che le dava molta gioia: il gioco. Le serate di remi a casa dei cugini Anca e Tibi erano un vero rituale familiare, dove si riunivano tutti gli appassionati, compreso mio padre. Fino a mezzanotte, risate e agitazione riempivano la casa. Quando era sposata con Radu, Draga trascinava anche lui, che però non amava affatto il gioco; e se giocava, perdeva sempre, irritando la moglie, che lo rimproverava davanti agli altri. Forse anche questo fu uno dei motivi che allontanarono Radu da Draga. Del resto, anche nel rapporto tra i miei genitori quelle partite notturne erano motivo di discussione. A mia madre non piaceva giocare; mio padre invece era appassionato di giochi: dal tric-trac al remi e al poker, gli piaceva tutto. Quando tornava a casa dopo mezzanotte, mia madre non gli risparmiava i rimproveri, come non li risparmiava ad Anca e Tibi, che apparivano come gli "istigatori" di quegli incontri di famiglia: "Ma insomma, cari miei, non pensate che quest'uomo lavora e domattina deve alzarsi alle sei?" sbottava ogni tanto.

Una delle più belle tradizioni familiari in cui Draga aveva un ruolo essenziale era la preparazione dei cozonac a Pasqua e a Natale. Mia nonna ricorreva a Draga per "battere" l'impasto, un lavoro che richiedeva molta forza e molta pazienza. Dopo mezzanotte, quando l'impasto doveva essere lavorato e battuto per un'ora intera, così da avere poi il tempo necessario per crescere nella madia, Draga diventava la salvatrice della famiglia. A volte tardava alle partite di remi, e mia nonna andava in panico: "Vedrai che quella mi lascia qui e non potrò più fare i cozonac." Ma Draga non mancò mai. Arrivava sempre in tempo, si rimboccava le maniche e si metteva al lavoro, riportando calma in tutta la casa.

Gli anni dopo la morte di mio padre

I ricordi più cari che ho di Draga risalgono al periodo in cui, dopo la morte di mio padre, in casa eravamo solo lei, mia madre, mia nonna e io. Draga aveva al lavoro un orario breve, di sei ore. Tornava a casa prima di me e si metteva a cucinare, più precisamente a finire ciò che mia nonna aveva cominciato a preparare quella mattina. Quando noi, mia madre e io, arrivavamo dal lavoro, Draga ci aspettava con la tavola pronta, cucinata con l'abilità imparata dalla suocera di Odorhei. Per anni questa routine ci avvicinò e mi mostrò quanto lei tenesse a me.

Gli ultimi anni di Draga furono segnati dalla solitudine. Nel monolocale di Drumul Taberei, assegnatole dopo la demolizione della nostra casa, la sua vita si restrinse sempre di più. Non aveva più voglia di cucinare e mangiava soprattutto salumi e cibi pronti. Le mancavo io, lo stimolo che la spingeva a dimostrare la sua presenza nella mia vita. Veniva spesso a trovarci, soprattutto dopo la nascita di mio figlio, per il quale sviluppò una vera passione. Lo portava a passeggio nel parco quando era piccolo, oppure lo incontrava lì quando era sorvegliato da Natalia, la signora che si occupava di lui mentre noi eravamo al lavoro. Dopo la nostra partenza per l'Italia, perse anche quella briciola di gioia.

Il declino: solitudine, incidente, ultimi anni

Dopo la partenza dal paese di Anca e Tibi, il "Casinò" di via Puișor si sciolse, e Draga trovò una cerchia di amiche per le partite di poker. Questa passione però le avrebbe portato guai. Una sera d'inverno, andando a una di quelle partite, scivolò sul ghiaccio e si fratturò il femore. La protesi del collo del femore che le fu impiantata all'anca si infettò e dopo un po' dovette essere rimossa; un'altra non si poté più mettere. La frattura segnò l'inizio di un decennio di sofferenza e di declino fisico e affettivo. Le infezioni ripetute e le complicazioni mediche la spinsero a isolarsi nel suo monolocale di Drumul Taberei, e la vita divenne per lei un tormento.

In quegli anni difficili fui il suo principale sostegno. Benché vivessi a Roma, vedevo Draga ogni volta che tornavo in Romania per i corsi all'Università di Costanza. Fin dall'inizio mi assicurai che avesse aiuto per le faccende quotidiane e assunsi una donna che la visitasse ogni due giorni, portandole anche la spesa concordata; ma la solitudine e la sofferenza fisica lasciarono lentamente il segno. Era diventata aspra e recalcitrante, non accettava visite di medici e diceva "no" a qualunque proposta. Ogni volta che incontrava sua sorella Zizi, mia madre, litigavano per nulla, tra pianti e rimproveri di ogni genere, finché proibii a mia madre di andare ancora da lei. I rapporti fra le due sorelle non erano mai stati calorosi, ma si era andati troppo oltre e, per la serenità di mia madre e mia, dovetti prendere quella decisione. Su mia richiesta, Igor, il suo primo marito, si offrì di visitarla e aiutarla, ma Draga, orgogliosa, rifiutò categoricamente di farsi vedere da Igor in quello stato di degrado.

La fine e il vuoto rimasto

Nel novembre del 2000 venni in Romania per il suo compleanno e la festeggiammo come si poté. Non voleva vedere nessun altro, tranne me e la donna che ormai veniva ogni mattina a controllarla. Fummo dunque solo noi due, una torta con le candeline accese, un bicchiere di vino e il suo sorriso, che mi fece sentire che aveva ancora piccole gioie a cui aggrapparsi. Sei settimane più tardi, Draga morì sola in casa, per un'infezione generalizzata che non volle curare. Da medico sapeva che cosa significava, ma per lei la vita non aveva più alcun senso. Aveva ottant'anni, e la sua perdita lasciò un vuoto nella mia vita e un senso di colpa per non essere riuscito a salvarla.


Draga nel 1942
Fig. 7. Draga nel 1942
Draga con Alexandru (1983)
Fig. 8. Draga con Alexandru (1983)
Draga con mia madre in costume nazionale (1940)
Fig. 9. Draga con mia madre in costume nazionale (1940)