Luca Dan Șerbănați all'esame di maturità, 1961
Luca Dan Șerbănați nei primi anni Settanta
Luca Dan Șerbănați all'ultima lezione del quinto anno, aprile 1989

Luca Dan Șerbănați

Professore emerito alla Politehnica di Bucarest

Ricerca, insegnamento, industria e memorie

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Luca Dan Șerbănați a Venezia, 1990
Luca Dan Șerbănați a New York, 2005
Luca Dan Șerbănați

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Era pomeriggio. Stavamo seduti tutti e due, mia nonna e io, sul bordo del letto nella camera dei miei genitori, chinati su un libro. Mentre lei mi leggeva, io la tenevo con una mano intorno alle spalle, e l'altra l'avevo appoggiata sulle sue ginocchia. La nonna aveva finito le faccende di casa, sua madre dormiva, e così poteva dedicarmi un'ora di lettura fino al ritorno di mia madre dal lavoro.

Il libro l'aveva scelto lei, dalla libreria piena di volumi che avevamo nel soggiorno. Era Le leggende dell'Olimpo, sesta edizione, del 1924, firmata da Gheorghe Popa-Lisseanu. Il libro, come risultava scritto sulla prima pagina, era stato dato come premio scolastico a uno dei figli di mia nonna, e lei lo aveva considerato adatto al nipote nel quale vedeva, con molta meraviglia, il piacere per ciò che gli veniva letto.

Di certo non era al corrente dello scandalo dei tempi di Ottaviano Augusto, provocato due millenni prima dai racconti licenziosi delle Metamorfosi di Ovidio, poema al quale Popa-Lisseanu si era ispirato. In quel poema, Ovidio, scrittore di tematica prevalentemente amorosa, aveva rielaborato in versi e trasmesso alla posterità le storie più note della mitologia antica, centrate sul fenomeno della metamorfosi. Se mia nonna lo avesse saputo, ci avrebbe pensato due volte e probabilmente avrebbe scelto un altro libro, più innocente, più adatto ai bambini. Anche le leggende di Ispirescu erano lì, nella libreria, ma non furono il primo libro trovato da mia nonna. E poi il titolo diceva esattamente ciò che doveva dire: le leggende sono per i bambini.

Diciamo che mia nonna, non avendo finito il liceo, non poteva conoscere il contenuto delle Metamorfosi; ma gli insegnanti che avevano inserito quei volumi tra i premi scolastici avrebbero dovuto sapere che erano pieni di violenza, tradimenti e rapporti controversi (si vedano alcuni estratti nella Fig. 0). A quattro anni io capivo poco di quelle vicende, ma un ragazzo di dieci o undici anni avrebbe potuto apprendere troppo presto comportamenti contrari alla morale comune.

Mia nonna non poteva sapere che Popa-Lisseanu si era ispirato alle Metamorfosi di Ovidio e che, dietro il titolo rassicurante di Le leggende dell'Olimpo, si nascondevano violenze, tradimenti e avventure amorose. Se lo avesse saputo, forse avrebbe scelto i racconti di Ispirescu, anch'essi presenti nella libreria. Ma il titolo sembrava innocuo: le leggende erano per i bambini, non è vero? A quattro anni capivo ben poco degli episodi più inquietanti; gli dèi e gli eroi, tuttavia, popolavano le mie notti.

Infatti, quando entrai al liceo Nicolae Bălcescu, mio padre, orgoglioso che fossi stato ammesso tra i primi, mi offrì in regalo dieci libri da scegliere da solo nelle librerie e nei negozi antiquari. Li ricordo ancora tutti. Tra essi brillavano le Metamorfosi di Ovidio, in una splendida edizione del 1957, la prima, credo, dopo la guerra. Leggendole, i miei ricordi di mitologia greca e romana, che ero fiero di aver usato nell'infanzia per imparare a leggere, furono riconsiderati. In bene, in male? Non lo so. Non so come sarei cresciuto senza conoscerli, ma certamente sarei stato più innocente. Dopo altri dieci anni, alla fine dell'adolescenza, avrei capito le Metamorfosi ancora in un altro modo. Avrei capito diversamente, per esempio, perché Giunone dovette prendere Zeus come marito dopo aver scaldato sotto le sue vesti un povero cuculo intirizzito dal freddo.

Dopo quasi quarant'anni, negli anni del comunismo, fu pubblicato un altro libro chiamato anch'esso Le leggende dell'Olimpo, sempre in due volumi, con la stessa fonte d'ispirazione, le Metamorfosi di Ovidio, ma con un autore diverso: Alexandru Mitru. I fatti narrati erano gli stessi; un'altra generazione di giovani doveva conoscere i crimini e le avventure amorose di Zeus e dei suoi compagni, dèi ed eroi. È bene, è male? Non lo so.

Mia nonna seguiva il testo con l'indice della mano destra, curvato dall'artrosi, con l'unghia corrosa dalla liscivia con cui lavava le pentole. Di tanto in tanto si fermava su una parola e mi chiedeva di leggerla anch'io, lettera per lettera, poi di dividerla in sillabe. Mi correggeva o mi lodava, secondo il caso, poi proseguiva con le storie degli dèi e degli eroi che già occupavano i miei pensieri, soprattutto di notte. A ogni illustrazione si fermava per spiegarmela, dopo che io ne avevo prima sillabato la didascalia. Avevo compiuto da poco quattro anni, e questo è il primo ricordo che conservo vivo nella mente. Ciò che mi accadde prima lo so dai racconti degli altri o dalle fotografie. Di ciò che accadde dopo ricordo solo lampi vivi, fra i quali provo a riempire, con supposizioni, i vuoti della vita che si andava svolgendo. Ma il primo ricordo che mi viene all'improvviso quando penso a quel periodo è legato alla lettura della mitologia greco-romana da parte di mia nonna e al suo sforzo di insegnarmi a leggere. Verso le cinque del pomeriggio doveva arrivare mia madre dal lavoro. La nonna interrompeva la lettura e mi faceva salire su una sedia accanto alla finestra, perché vedessi quando mia madre scendeva dal tram e potessi salutarla con la mano.

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Fig.0. Estratti, alcuni licenziosi, dal libro di Gheorghe Popa-Lisseanu.

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Mamma Linica

L'ho chiamata «Mamma Linica» da quando ho cominciato a comprendere il mondo. Non so chi abbia pronunciato per primo quel nome, ma per me esprimeva la verità: mia nonna era anche la mia seconda madre. Soltanto dopo la sua morte seppi quante prove aveva attraversato prima di diventare la donna che avevo conosciuto.

La storia di Mamma Linica che cerco di ricostruire nelle pagine che seguono, segnata da tante difficoltà, è per me una lezione di resilienza e di coraggio, oltre che di amore incondizionato per la famiglia. Quella lezione l'aveva appresa da Lina, sua madre; l'avrebbe trasmessa a mia madre, Zizi, e, senza mai formularla a parole, a me.

Linica, seconda figlia dei miei bisnonni Lina e Andrei Nicolescu, nacque nella famiglia che sarebbe poi diventata numerosa di Dealul Spirii, nella Bucarest della fine dell'Ottocento. Fin da piccola dimostrò una maturità precoce e si assunse responsabilità tutt'altro che facili per la sua età: aiutava nelle faccende domestiche, si occupava dei fratelli più piccoli e cercava di sostenere la madre in tutto ciò che c'era da fare. In una casa piena di allegria e di vita, dove le responsabilità erano quotidiane, Linica imparò che cosa significa prendersi cura degli altri. Da Lina aveva imparato che una famiglia non si tiene unita con le parole, ma con ciò che ciascuno fa, giorno dopo giorno, per gli altri.

Venni a conoscenza solo tardi di uno degli episodi più dolorosi della sua vita. Linica era rimasta incinta a diciassette anni, e l'identità del padre del bambino non fu mai stabilita con certezza. Nel mondo di allora la colpa ricadeva senza appello sulla donna. Lina organizzò il matrimonio della figlia con Ahil Păunescu, un pasticciere attratto senza dubbio anche dalla dote registrata nel contratto matrimoniale. La bisnonna lasciava intendere che Ahil potesse essere stato proprio l'autore della violenza, ma la verità non può più essere accertata. Il matrimonio fu segnato da abusi fisici e verbali. Conoscendo la nonna che sarebbe diventata, la immagino sopportare a lungo in silenzio, forse anche con l'ingiusto sentimento di dover espiare una colpa. Nel 1914 ottenne il divorzio e rimase accanto alla figlia Marioara.

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Fig.1. Linica a nove anni (1899).
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Fig.2. Linica al fidanziamento con Ahil (1907)
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Fig.3. Linica con Petruș al matrimonio (1918).

Il rifugio a Botoșani e l'incontro con Petruș

Un momento cruciale nella vita di Linica fu il ritiro della famiglia durante la Prima guerra mondiale. Il viaggio da Bucarest a Botoșani, in mezzo al caos e ai pericoli, fu soltanto l'inizio delle prove. L'epidemia di tifo esantematico colpì duramente la popolazione e l'esercito, e non risparmiò neppure mia nonna, che si ammalò gravemente. Per fortuna si riprese, dimostrando una forza interiore straordinaria. Dopo il ricovero nell'ospedale per malattie contagiose, continuò a lavorarvi come infermiera fino alla fine della guerra.

Durante il rifugio a Botoșani, il suo destino prese una nuova svolta, questa volta felice. Conobbe, probabilmente attraverso un sensale incaricato dalla bisnonna Lina, Petre (Petruș) Iliescu-Melchisedec, impiegato alla Scuola Militare di Bucarest: un uomo di quarantaquattro anni, robusto, lento e riflessivo, calmo, equilibrato, colto. Più anziano di Linica di sedici anni e fumatore incorreggibile, Petruș portava baffi in stile imperiale che gli davano una nota di distinzione.

Il corteggiamento discreto e paziente di Petruș conquistò Linica, e i due si sposarono civilmente a Botoșani nel 1918. Dopo la guerra, il loro matrimonio fu benedetto anche religiosamente a Bucarest. Sebbene la loro unione probabilmente non fosse il risultato di una passione ardente, ma piuttosto una scelta dettata dalle circostanze, il rapporto si dimostrò estremamente solido.

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Fig.5. Linica, dopo il tifo, infermiera, a Botoșani (1917)
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Fig.4. Linica a 40 anni (1930)

Nel tentativo di ricostruire il rapporto fra mia nonna e mio nonno, posso soltanto formulare ipotesi, fondate su informazioni sparse sui loro caratteri. Petruș dovette essere attratto dalla bellezza di Linica, soltanto temporaneamente offuscata dalla convalescenza dopo il tifo, ma anche dal suo pragmatismo e dalla sua determinazione, qualità consone al proprio carattere metodico. Linica, da parte sua, aveva trovato in lui un compagno stabile e affidabile, capace di offrirle un'ancora in un mondo turbato e in un futuro incerto, per sé e per Marioara.

Ma come si svolse il corteggiamento di Petruș? Difficile dirlo. Era capace di gesti sentimentali, di dichiarazioni che potessero conquistare il cuore di Linica? Probabilmente no. Tuttavia, nel suo modo riservato, Petruș riuscì a trasmetterle un senso di sicurezza, un fondamento solido per il futuro, anche se non fu un compagno passionale.

Neppure della loro prima notte si parlò mai in famiglia. Posso soltanto immaginarla come un momento di scoperta reciproca. Petruș non sembra essere stato un uomo di grande esperienza; probabilmente Linica, matura e pratica, guidò con tatto e dolcezza la loro intimità. Non la passione della giovinezza, ma la fiducia e il desiderio di costruire qualcosa di durevole dovettero segnare l'inizio del loro rapporto.

Il matrimonio con Petruș rappresentò per Linica l'inizio di una vita stabile, di ricostruzione e di speranza. Nonostante le difficoltà economiche, riuscirono a formare una famiglia. Ebbero tre figli, ciascuno con una personalità distinta, che divennero il centro del loro mondo. La nonna fu per loro una madre devota e un esempio di coraggio e determinazione.

Vennero al mondo quasi uno dopo l'altro: Zizi, appena dieci mesi dopo il matrimonio; Draga, quindici mesi dopo Zizi; e Pirică, appena dieci mesi dopo Draga. Questa rapida successione parla di un rapporto funzionante, ma anche del loro desiderio di fondare una famiglia il più presto possibile, in un tempo in cui l'incertezza incombeva. Purtroppo un quarto figlio, Romeo, morì prima di compiere un anno. Tre figli erano già troppi per il modesto stipendio di Petruș? O forse la sua età — aveva cinquant'anni — ebbe un ruolo nella decisione di non avere altri figli? Chi lo sa?

Nonno Petruș

Mio nonno, Petruș Melchisedec, marito di Linica, fu un uomo di contrasti, una combinazione di rigore burocratico e sensibilità umana. Segretario alla Scuola Militare del Genio e dell'Artiglieria di Bucarest, dedicò la vita al suo lavoro modesto. Lo stipendio, benché costante, non bastava ad assicurare il benessere di una famiglia numerosa; la situazione economica della famiglia dipendeva anche dagli affitti delle due case di via Puișor, ricevute da Linica come dote da sua madre.

In famiglia si diceva che Petruș ricevesse talvolta piccoli regali dai genitori degli allievi al momento dell'iscrizione alla scuola, per accelerare la procedura di ammissione. Era una pratica tollerata all'epoca, ma non ne ho avuto altre conferme.

Ciò che si sa con certezza è che una delle passioni di Petruș era scommettere alle corse dei cavalli, un'attività che raramente gli portava vincite; anzi. Dopo ogni perdita alle corse, tornava a casa con un sorriso colpevole e un pacchetto di dolci per la famiglia, gesto che però non lo risparmiava dalle osservazioni di Linica: "Hai perso di nuovo. Quando ti calmerai?" chiedeva lei, ma le risate dei bambini e il profumo dei dolci addolcivano la tensione. Nel loro rapporto, la serietà lasciava talvolta spazio all'umorismo e all'indulgenza. A Petruș piaceva portare Linica al cinema. Amava i film drammatici ed era un grande ammiratore di Greta Garbo. Quando, nel 1941, la Divina si ritirò dallo schermo, per lui fu un duro colpo. Continuò a vedere i suoi film più vecchi quando li proponevano i cinema di quartiere.

Il più grande amore di Petruș rimanevano però i figli, che crebbe con dolcezza e affetto. La sua preferita era Zoe Ana, detta Zizi, mia madre, che si distingueva per la buona condotta, gli ottimi risultati a scuola e un atteggiamento responsabile in casa. Il desiderio di Petruș di darle un'educazione completa lo spinse a pagarle lezioni di violino, un sogno che purtroppo fu abbandonato per mancanza di denaro, ma anche per l'insufficiente talento musicale di Zizi. "È stato solo un tentativo", diceva Petruș, guardando con indulgenza la figlia.

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Fig. 6. Nonno Petruș (1930)

Nel 1930, la sua carriera di impiegato fu interrotta bruscamente dalla crisi economica mondiale, che portò al pensionamento forzato molti funzionari vicini all'età della pensione. Scrisse numerose memorie alle autorità, sperando di essere reintegrato, ma tutti i tentativi furono vani. La sua ostinazione nel mantenere ordine e dignità in mezzo a quelle difficoltà fu ammirevole. Con una pensione molto più piccola dello stipendio, Petruș si trovò in una situazione difficile, cercando di garantire alla famiglia una vita decorosa.

Benché i tempi fossero duri e le difficoltà economiche pesassero su di lui, Petruș conservò l'amore per i figli e il rispetto per la moglie. Linica cercò di renderlo utile nelle faccende domestiche, ma senza grande successo, a causa di una certa sua "signorilità", innata o acquisita nei quarantacinque anni di celibato. I due trovarono tuttavia un equilibrio fondato sulla stima reciproca. Petruș, con il suo rigore e il suo carattere metodico, e Linica, con la capacità di adattarsi e amministrare la vita quotidiana, formavano una squadra basata sulla complementarità. Linica era l'anima della casa, capace di governare il caos quotidiano e trasformarlo in un tepore abituale, mentre Petruș trovava rifugio nell'ordine e nella disciplina.

In effetti, ordine e disciplina erano tratti definitori della personalità di Petruș, probabilmente derivati dalla sua professione di burocrate. Nel soggiorno troneggiava una massiccia cassaforte, dove conservava poco denaro ma, soprattutto, tutti i documenti importanti della famiglia, organizzati impeccabilmente. Accanto, una libreria alta, con sei ripiani e uno sportello a vetri chiuso a chiave, custodiva la collezione di libri della famiglia. La biblioteca rappresentava un vero santuario della conoscenza, costruito con cura nel corso degli anni. Tra i volumi ordinati con meticolosità si vedevano l'Enciclopedia della Romania in quattro volumi, pubblicata nell'ultima fase del regno di Carlo II, album d'arte, libri della collana interbellica "Biblioteca per tutti" e molti altri volumi ricevuti dai figli come premi scolastici o comprati per i loro studi.

Tutti questi libri avevano copertine rivestite da Petruș con carta verde chiaro; ognuno portava sul dorso un'etichetta con un codice preciso: una lettera seguita da tre cifre. La lettera era l'iniziale del cognome dell'autore, mentre le tre cifre indicavano un numero d'ordine in un catalogo che Petruș teneva aggiornato. Il catalogo era in realtà un repertorio scritto con calligrafia elegante, con autori e titoli dei libri della biblioteca. Questo rigore esemplare rifletteva la passione di Petruș per l'ordine e il desiderio di creare un sistema accessibile e ordinato nel caos quotidiano, peraltro splendidamente gestito da Linica. Nei momenti di riposo si ritirava nel salotto per leggere o per registrare nel catalogo personale le nuove acquisizioni.

Molto tempo dopo, quando il catalogo venne in mio possesso, la carta ingiallita conservava ancora la traccia della penna di mio nonno e le sue impeccabili lettere calligrafiche. Sentii che qualcosa della sua anima era giunto fino a me. Peccato che noi, i suoi discendenti, non abbiamo avuto le qualità necessarie per perpetuare lo "stile Petruș".

Per mancanza di attività, Petruș diventava sempre più malinconico e scontroso. Fumava molto. Camminava tutto il giorno davanti alla casa con le mani dietro la schiena, fumando e osservando a destra e a sinistra ciò che accadeva nel quartiere. Benché io non l'abbia conosciuto, i racconti su Petruș sono rimasti vivi nella nostra famiglia. Immagino le sue passeggiate su via 13 Septembrie come qualcosa di più di una semplice abitudine: forse erano un modo per conservare la dignità nei tempi difficili. Ogni tanto si fermava all'angolo della strada a parlare con qualche conoscente del quartiere e rientrava in casa solo all'ora dei pasti.

Il pranzo si svolgeva con una certa solennità, imposta proprio da lui, come aveva visto nella casa del fratellastro George, dove aveva vissuto fino all'età di quarantacinque anni.

A proposito del fratello George...

Si raccontava che Petruș, prima del matrimonio, vivendo in casa di George, partecipasse ogni giorno ai pasti organizzati per tutta la famiglia, compresi i sei figli di George. Come accade spesso a tavola nelle famiglie con bambini, questi o non hanno fame o non gradiscono il cibo servito, e il risultato è quasi sempre un conflitto con i genitori, che vorrebbero farli mangiare a ogni costo. Pare che tra i figli di George e il loro zio Petruș ci fosse una grande complicità: ogni volta che il cibo non era di loro gradimento, Petruș, complice con loro, posava le posate e dichiarava di non poter più mangiare; allora tutti i bambini si affrettavano a fare lo stesso, sfuggendo così ai rimproveri dei genitori. Lo spirito di cameratismo di Petruș si manifestò anche nei rapporti con i cognati, i fratelli di Linica, che visitavano spesso i coniugi Melchisedec quando venivano a trovare Lina, la loro madre. Ma ciò che merita di essere ricordato è il rispetto di Petruș per Lina, sua suocera, nella cui casa del resto abitava.

Gli anni Trenta furono dedicati prima di tutto ai figli. Essendo in pensione, Petruș aveva tempo per occuparsi dell'educazione dei tre bambini, seguendo la loro attività scolastica, andando a scuola a parlare con gli insegnanti e comprando loro i libri necessari.

Il matrimonio delle ragazze

Crescendo, le due ragazze gli diedero non pochi grattacapi con la scelta degli amici o dei corteggiatori. In particolare Zizi gli creò problemi quando si innamorò di un giovane di due anni più grande di lei, proveniente da una famiglia più che modesta e con un passato incerto. Petruș fu costretto a intervenire e, se non riuscì a interrompere la relazione a causa dell'ostinazione di Zizi, innamorata persa, almeno riuscì a far rimandare il matrimonio fino al completamento degli studi universitari. Le nozze ebbero luogo nel marzo 1943.

Draga, benché fosse stata più difficile come bambina, gli diede anch'essa parecchie preoccupazioni sentimentali. Essendo molto bella, aveva molti corteggiatori, cosa che inquietava Petruș; alla fine però fu lei a scegliere un collega della Facoltà di Medicina, due anni più grande di lei, un uomo serio, Igor Bodeanschi, che nel 1943, quando si sposarono, era già medico militare. Igor era profondamente innamorato di Draga, e questo fece di lei una ragazza un po' viziata: a differenza di Zizi, Draga non aspettò di finire l'università e affrettò il matrimonio con Igor nel gennaio 1943, quando era al quarto anno, interrompendo poi gli studi con il consenso di lui.

La morte di Petruș

Affrettandosi a sposarsi, le ragazze permisero tuttavia al padre di assistere e di godere delle loro nozze prima della morte, avvenuta poco tempo dopo i due matrimoni. La causa fu un infarto su un quadro di angina pectoris aggravato dall'abitudine di Petruș di fumare. Il 1 luglio 1943, alle quattro del mattino, gli inquilini di tutto il cortile e i vicini delle case intorno furono svegliati dalle grida strazianti di Linica: "È morto Petruș! È morto Petruș!" Aveva settantuno anni, e la sua assenza dalla casa fu sentita a lungo da tutta la famiglia.

La morte inattesa di Petruș fu un colpo devastante per Mamma Linica. Linica sembrava disorientata, come se il suo mondo intero fosse crollato. Petruș era stato il pilastro della stabilità familiare, e la sua perdita la lasciò in uno stato di confusione e sofferenza profonda.

Il funerale di Petruș fu organizzato con grande pompa da Marioara, la figliastra che lo aveva amato come un padre. La bara di piombo con applicazioni di bronzo fu deposta nella chiesa Spirea Veche, dove un corteo di sacerdoti celebrò il rito funebre, insieme a un coro dell'Opera e a una folla di partecipanti. Dalla chiesa, il corteo funebre, formato da automobili nere che seguivano l'enorme carro tirato da sei cavalli vestiti di nero, con piumaggi neri sul capo, prese la via del cimitero Ghencea. Là, dopo un'altra funzione, la bara di piombo fu murata nella cripta della cappella di famiglia, dove Linica pretese di essere murata anche lei quando sarebbe morta. Rispettammo questo desiderio trent'anni dopo, quando Linica sopravvisse a Petruș.

Nonostante le difficoltà economiche e le differenze di carattere, il rapporto tra Petruș e Linica resistette. Senza esuberanze né dichiarazioni altisonanti, nei venticinque anni di matrimonio costruirono una vita fondata sul rispetto reciproco e su un affetto discreto, al centro della quale vi furono i loro figli.

Oggi, quando guardo le fotografie di Petruș, vedo non soltanto un modesto impiegato, ma un uomo che amò la famiglia al di sopra di tutto, un capofamiglia. Forse non ho ereditato lo "stile Petruș", ma ho ereditato il rispetto per i valori semplici che tengono unita una famiglia.

Il periodo di lutto dopo la morte di Petruș

Per alcune settimane dopo la morte di Petruș, Linica fu sopraffatta dal lutto. Non aveva più energia per gestire le faccende quotidiane; le abitudini che un tempo la tenevano occupata furono abbandonate. Non aveva più la forza di cucinare o di occuparsi della casa, e la stanza dove erano soliti stare insieme sembrava vuota senza la presenza di Petruș.

La famiglia dovette mobilitarsi per aiutarla a riprendersi. Jean, il marito di Zizi, con il suo pragmatismo e la sua devozione, prese l'iniziativa di sostenerla concretamente. Aiutò Linica a ottenere la pensione di reversibilità, che le assicurò un reddito piccolo ma stabile. Al di là dell'aiuto economico, quel gesto le mostrò che non era sola. La posizione di Jean come unico uomo della casa si consolidò, e il rapporto tra suocera e genero, pur senza diventare perfetto, migliorò molto.

Con il sostegno della famiglia e grazie al suo carattere deciso, Linica ritrovò gradualmente l'equilibrio e continuò a vivere con la dignità che l'aveva sempre contraddistinta.

Negli anni successivi i tempi cambiarono rapidamente. La nazionalizzazione portò nuovi inquilini nelle stanze requisite, e l'intimità della casa di un tempo divenne un ricordo. Linica accettò i cambiamenti con rassegnazione, concentrandosi su ciò che poteva ancora controllare: il bene dei figli e dei nipoti. Riprese le sue piccole abitudini quotidiane e continuò a svolgere il ruolo di guida pratica della famiglia.

Ricordo che, nonostante le privazioni, mia nonna riusciva sempre, come dice un'espressione romena, a «tirare fuori qualcosa dalla terra, dall'erba verde» per mettere in tavola un piatto caldo. Sapeva amministrare il poco che avevamo, un'abilità acquisita probabilmente negli anni difficili dell'infanzia e delle guerre.

Un nuovo inizio: la mia nascita

Un anno dopo la morte di Petruș, mentre Linica portava ancora nell'anima il lutto per la perdita del marito, la vita le offrì un nuovo raggio di speranza. La famiglia si era rifugiata a Tântava, un borgo oltre Domnești, a venti chilometri da Bucarest, per sfuggire ai bombardamenti anglo-americani iniziati il 4 aprile 1944. Zizi, incinta, attraversava un periodo difficile. La gravidanza non era stata programmata e portava con sé un misto di paure legate ai tempi duri della guerra e al suo desiderio di trascorrere ancora un po' di tempo senza responsabilità accanto a Jean, prima di iniziare il complesso percorso della crescita di un bambino.

La decisione di portare avanti la gravidanza non fu facile per Zizi. In un momento di esitazione, era ricorsa a una serie di iniezioni destinate ad aiutarla a interrompere la gravidanza, una pratica comune, benché rischiosa, a quel tempo. Ma Marioara, la sorella maggiore di Zizi, intervenne con fermezza. Con le lacrime agli occhi, la pregò di non abortire e promise che, se Zizi non avesse voluto crescere il bambino, lo avrebbe adottato lei, perché non poteva più avere figli. Linica, che dopo la perdita di Petruș desiderava ardentemente dei nipoti, si unì alle suppliche di Marioara. Diceva a Zizi che un bambino avrebbe riportato gioia e senso nelle loro vite. Sotto la pressione e il sostegno amorevole della famiglia, Zizi si lasciò convincere a conservare la gravidanza.

Il 15 luglio 1944, a Tântava, circondata dalla famiglia raccolta intorno a lei e assistita dalla levatrice del villaggio, Zizi mi diede alla luce nel pomeriggio, alle 14:20. L'emozione fu di tutti, ma soprattutto di Jean, venuto apposta per l'evento dalla guarnigione in cui era mobilitato. Era felice di avere un maschio. Marioara, arrivata anch'essa da Bucarest, aveva portato vestiti bianchi, neutri perché nessuno sapeva quale sarebbe stato il sesso del bambino, e un elegante landò, anche questo bianco. In quei momenti la famiglia dimenticò il rumore della guerra intorno e si concentrò sul miracolo della nascita. Al mio battesimo, i padrini furono proprio Marioara e suo marito Luca, entrambi molto coinvolti nei primi mesi della mia vita.

Il ritorno a Bucarest avvenne all'inizio di settembre, dopo il colpo di Stato del 23 agosto 1944, quando la Romania rivolse le armi contro il suo ex alleato, la Germania, e dopo i bombardamenti tedeschi dei campi petroliferi nei giorni successivi al colpo di Stato. Il viaggio di ritorno della popolazione rifugiata, su carri e camion, fu pieno di tensioni. Le famiglie dei rifugiati si mescolavano alle truppe russe che entravano a Bucarest, e i racconti sulle imprese dei soldati russi suscitavano paura nella popolazione della capitale. Tuttavia, la famiglia riuscì a rientrare in città. Gli scuri furono rimossi dalle finestre, i quadri sepolti in giardino furono dissotterrati, e la famiglia cercò di ricostruire la propria vita in una Bucarest segnata dalla guerra, ma piena di speranza in giorni migliori.

Linica, una nonna perfetta

La mia nascita fu per Linica una rinascita emotiva. Divenne la mia seconda madre, dedicandosi alla mia crescita con la stessa energia e lo stesso amore che aveva donato alla propria famiglia nel corso degli anni. Pochi mesi dopo la mia nascita, Zizi cominciò a lavorare come contabile presso una compagnia inglese di caffè solubile. Per quasi sei mesi tornava a casa a mezzogiorno per allattarmi, secondo il breve permesso concesso dall'azienda. Dopo lo svezzamento, l'alimentazione con latte in polvere, peraltro difficile da trovare in quei tempi, passò nelle mani di Linica, che, dopo tutti i bambini che aveva cresciuto, i fratelli minori e poi i propri figli, era una vera esperta. Trovava conforto e gioia in ogni momento passato con me, che si trattasse di tenermi in braccio, insegnarmi le prime parole o mostrarmi il mondo attraverso i suoi occhi. Nel tumulto della fine della guerra, trovò in me una nuova occupazione e una nuova gioia.

Mia nonna non doveva occuparsi soltanto di me, ma anche di sua madre, Lina, una donna anziana e malata. Oltre a tutto questo, doveva fare la spesa, cucinare per tutta la famiglia e mantenere pulita la casa. Intorno a me i legami familiari si fecero più stretti: tutti cercavano di superare le difficoltà del tempo e di crescermi in un ambiente protettivo. Linica ritrovò il proprio scopo, e io, senza saperlo, diventai il centro del suo universo.

Ho un ricordo chiaro di quel periodo: una fotografia in un landò bianco, in uno spazio vuoto accanto al nostro cortile. Probabilmente avevo meno di un anno. Linica sedeva su una sedia accanto a me, al sole. Era certamente un pomeriggio, a giudicare dalle ombre, perché al mattino era sempre occupata con le faccende di casa e teneva il landò nel cortile, al sole, accanto alla porta della cucina.

...
Fig.8. Io sono nella carrozzina, con la nonna che veglia su di me. Il bambino dovrebbe essere Nelu Ciobanu. Siamo nel terreno incolto accanto al nostro cortile, all'angolo di via Puișor. Durante la guerra, qui funzionava un giardino estivo. Il terreno sarebbe rimasto vuoto fino alle demolizioni. Il muro visibile sullo sfondo appartiene alla casa dello zio Radu. (1944)

Quando si avvicinava il momento in cui mia madre sarebbe venuta ad allattarmi durante la pausa di mezzogiorno, Linica mi teneva in braccio alla finestra della nostra stanza, che dava verso la fermata del tram, così che potessi vedere mia madre scendere. Quando la riconoscevo, mi agitavo e gesticolavo di gioia. Avevo fame, ma più di tutto ero felice di rivedere mia madre, anche solo per poco.

Ho un altro ricordo legato al Natale. Nella grande stanza della casa, sotto il soffitto avvolgente alto più di quattro metri, brillava un enorme albero di Natale, decorato con cura, che arrivava quasi fino al soffitto. L'atmosfera era magica, e i regali sotto l'albero erano incartati con cura per tutti i membri della famiglia. Babbo Natale, che più tardi avrei scoperto essere mio padre, portava un tocco di magia in quelle sere di festa.

Quando crebbi un poco, camminavo e parlavo già, mia nonna mi portava con sé al mercato, non potendo lasciarmi da solo in casa con la bisnonna. Andavamo insieme al Mercato Grande, oggi Piazza Unirii, con il tram. Mi affascinava guardarla comprare verdure, frutta e altre provviste. A volte mi teneva per mano, altre volte si fermava per sistemare le borse pesanti, piene di acquisti. Una volta tornati a casa, si metteva a cucinare nella cucina d'estate, e io stavo seduto sul letto della cucina, osservando attentamente tutto ciò che faceva. Credo che allora sia nato il mio interesse per la cucina.

Ileana, la russa

Credo di avere avuto due o tre anni, certamente avevo già cominciato a camminare e a parlare, quando mia nonna decise di assumere un aiuto. Le faccende di casa la sopraffacevano; non riusciva più a far fronte a tutto ciò che c'era da fare: spesa, cucina, pulizie e, in più, prendersi cura di me e di sua madre anziana. Credo che fece molti viaggi agli uffici locali di collocamento per trovare una donna di servizio che restasse stabilmente, giorno e notte. Alla fine ce la ritrovammo in casa accompagnata da una giovane di circa venticinque anni, magra, castana, con un volto pallido, il naso un po' schiacciato, gli zigomi sporgenti, le labbra sottili, piccoli occhi azzurri, stretti e leggermente obliqui, nascosti nel fondo di orbite profonde, e un'espressione abbattuta. I suoi vestiti erano quasi stracci, e il lieve odore acre che portava con sé suggeriva un'igiene trascurata.

"Lei è Ileana. Ileana Gagia. Starà da noi. Per ora dormirà nella cucina d'estate," disse mia nonna con aria decisa, e nessuno poté obiettare. Nella stanza cadde il silenzio. Poi tirò fuori dall'armadio un cambio di vestiti vecchi, un asciugamano e un paio di pantofole che Ileana avrebbe usato, le mostrò dov'era il bagno perché andasse a lavarsi e infine le indicò la cucina d'estate nel cortile, con il letto che avrebbe occupato durante la notte. Poi si rivolse a Ileana:

"Come vedi, la situazione è esattamente quella che ti ho spiegato al Centro di assegnazione. Il tuo lavoro sarà aiutarmi con il bambino, pulire la casa, spaccare e portare legna per il fuoco. Tutto qui. Ti do da mangiare e un posto dove dormire. Spero che tu abbia capito. Sei d'accordo a restare?" le chiese mia nonna, parlandole lentamente.

Ileana annuì in segno di assenso, prese i vestiti nuovi e si chiuse in bagno. Mia nonna approfittò della sua assenza e spiegò a Lina:

"Mi sono stancata di andare giorno per giorno a cercare una donna di servizio che non sia di Bucarest. Si trovano solo donne che vengono a lavorare per qualche ora e poi tornano a casa loro. Questa ragazza non è una soluzione ideale, ma spero di cavarmela con lei. È russa, non sa bene il romeno e, inoltre, dovrà seguire una cura per guarire da una malattia venerea. Fino ad allora non entrerà in casa, farà lavori solo nel cortile e in cantina."

Lina rimase interdetta per qualche secondo. Vedendo quanto fosse decisa sua figlia, non sapeva più che cosa dire. Sospirò a lungo e alla fine borbottò, preoccupata: "Fai tu, ma non lasciare che questa tocchi me o il bambino."

E così Ileana, la russa, entrò nella nostra vita.

Alexandru, "lo zingaro"

Un'altra figura insolita nella cerchia di mia nonna era Alexandru, detto "lo zingaro". Credo che mia nonna lo avesse conosciuto durante la guerra, quando cominciarono i problemi di approvvigionamento della legna da ardere.

In tutta la città le case si riscaldavano con legna tagliata nei boschi e distribuita attraverso la rete dei depositi statali. All'inizio si poteva comprare dal deposito nella quantità desiderata; poi, a un certo punto, la legna divenne una risorsa strategica e fu razionata. Non perché i boschi del paese fossero diminuiti, né perché fosse stato vietato tagliare alberi. Come altre risorse della Romania, anche il legname prendeva la via dell'esportazione verso l'Unione Sovietica, come pagamento di colossali riparazioni di guerra. La convenzione economica del gennaio 1945, stipulata in seguito alla Convenzione d'Armistizio, con la guerra ancora in corso e l'esercito romeno impegnato con gravi perdite in Cecoslovacchia, segnò l'inizio di un periodo di profonde privazioni economiche: le risorse vitali del paese, dal petrolio ai cereali, dai macchinari alle flotte marittime, venivano indirizzate verso la ricostruzione postbellica dell'Unione Sovietica. Le Sovrom, spuntate ovunque, prosciugarono per anni le ricchezze del paese oltre il Prut.

Ogni famiglia, in base alle stanze occupate e al numero dei suoi membri, riceveva una tessera con cui le veniva assegnata una quantità di legna di cui doveva accontentarsi. Le tessere, di colori diversi, garantivano alla popolazione non solo la legna da ardere, ma anche il cibo: pane, olio o zucchero. Gli stessi prodotti si potevano comprare anche "liberamente", ma a prezzi esorbitanti. Inoltre, nelle città, l'approvvigionamento di cibo e legna era incerto.

La mancanza di viveri e di legna da ardere aumentava l'ansia e la paura del domani. Le comunità rurali affrontavano una realtà ancora più cupa, in cui la sopravvivenza dipendeva dalle poche risorse disponibili. Le famiglie che non riuscivano a procurarsi legna per il riscaldamento erano costrette a cercare soluzioni disperate, come bruciare le staccionate o tagliare illegalmente alberi nel bosco vicino.

Diciamo che, dopo ripetuti interventi, la legna assegnata alla famiglia arrivava finalmente davanti al cancello, su un camion o su un carro. Veniva scaricata in fretta davanti alla casa, e il fortunato beneficiario doveva affrettarsi a sistemarla in un luogo sicuro, da cui quella legna, ormai bene prezioso, non potesse sparire.

Ma la legna distribuita dai depositi non poteva essere usata subito. Era troppo grande: ceppi o "fette" tagliate da tronchi grossi. Bisognava ridurla in pezzi abbastanza piccoli da entrare nello sportello della stufa. Qui entrava in scena la figura urbana del "taglialegna". I taglialegna venivano nel cortile della gente e si mettevano a tagliare, per un giorno o due, finché il lavoro era finito. A volte serviva la sega: un rettangolo formato da due lati corti di legno, legati su un lato lungo con una corda tesa e provvisti, sull'altro lato lungo, di una lama d'acciaio dentata. Di solito, però, bastava l'accetta. I taglialegna, per lo più uomini rom, giravano per la città all'avvicinarsi dell'inverno, con l'accetta sulla spalla, annunciandosi a gran voce: "Taglio legna, taglio legna!". Del resto, la voce umana regnava sovrana nelle strade di Bucarest. Stagnini con il loro richiamo, "Stagno pentole", vetrai che gridavano "Vetri!", arrotini con "Affiliamo coltelli!", venditori di yogurt, lattai, ortolani, acquaioli e altri offrivano rumorosamente i loro prodotti o il loro mestiere.

Alexandru era proprio un taglialegna professionista di quel tipo: un uomo rom di oltre sessant'anni, piuttosto alto, con i capelli e la barba quasi bianchi (Fig. 9). Era un po' timido davanti agli sconosciuti, loquace con i suoi clienti abituali. Non parlava correttamente il romeno, ma alla fine ci capivamo. Fumava sigarette cattive, quando non raccoglieva mozziconi da terra per farsi da solo, con le sue mani nodose, sigarette arrotolate nella carta di giornale. Abitava nel nostro quartiere, verso Ghencea, nella zona di Sebastian. Una volta, mia nonna, che aveva assolutamente bisogno di lui, mi mandò a cercarlo a casa. Una casa normale, pulita, una moglie indaffarata in cucina, nipotini che giocavano in cortile.

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Fig.9. Alexandru, lo "zingaro"

Alexandru si presentava periodicamente al nostro cancello, e mia nonna di solito gli trovava qualcosa da fare. Di rado lo rimandava a casa senza dargli da mangiare in cucina, qualche nostro indumento usato e un po' di denaro. In casa tutti volevamo bene ad Alexandru, meno all'odore delle sue sigarette; e lui, di solito calmo, imperturbabile, ricambiava come poteva la nostra simpatia, evitando di fumare in casa.

Mia nonna si fidava ciecamente di Alexandru quando si trattava di lavori come tagliare la legna, pulire il cortile, riparare utensili della cucina o del ripostiglio, pulire le stufe o mettere ordine in cantina.

La cantina era la specialità di Alexandru. Si trovava sotto metà della nostra casa, più precisamente sotto la sala da pranzo e il bagno. Era uno spazio grande, buio, dove potevamo conservare non solo la legna da ardere, ma anche mobili e oggetti vecchi, barili di crauti, barattoli di sottaceti, e tenere al fresco e al buio radici come pastinache, sedano o carote, sepolte nella sabbia. Una volta alla settimana Ileana scendeva in cantina e portava su alcune bracciate di legna, già spaccata da Alexandru, con cui riscaldava le stufe di maiolica nelle tre camere e anche la cucina economica.

Era sempre Alexandru a portarci, una volta all'anno, una squadra di stagnini, suoi conoscenti, per stagnare il grande paiolo di rame in cui mia nonna preparava in autunno il succo di pomodoro e la marmellata di prugne.

I rituali del paiolo si svolgevano in mezzo al cortile, davanti alla cucina estiva, lontano dalle case degli inquilini. Posato su un treppiede, con sotto un fuoco vivo di legna, il paiolo veniva riempito, a seconda dei casi, di pomodori schiacciati o di prugne aperte e snocciolate, che poi bollivano per ore, fino a sera. Per tutto quel tempo mia nonna, seduta su una sedia accanto al paiolo, ne mescolava il contenuto con un enorme cucchiaio di legno. Gli inquilini passavano verso casa loro, la salutavano, parlavano con lei, poi portavano piccoli sgabelli e si sedevano a chiacchierare vicino al fuoco. Quando il contenuto del paiolo si addensava abbastanza, bisognava passarlo attraverso un colino che tratteneva le bucce; solo dopo cominciava il rituale dell'imbuto, con cui il succo di pomodoro o la marmellata venivano versati nelle bottiglie o nei barattoli caldi, tenuti a portata di mano vicino al fuoco. Anche i tappi di sughero aspettavano in un pentolino d'acqua calda, prima di essere spinti nel collo delle bottiglie con un apposito tappatore. I barattoli venivano coperti con cellophane, fissato con uno spago avvolto più volte intorno al collo. Così preparati, bottiglie e barattoli, avvolti in strofinacci, finivano per un'ora sulla cucina economica, in pentole piene d'acqua, a bagnomaria. La loro destinazione finale erano gli scaffali della cantina, in attesa dell'inverno.

Mia nonna, creatura previdente, entrava in panico quando Alexandru non dava segno di vita per un periodo più lungo. "Vedrete che Alexandru ci ha lasciati. Come farò senza di lui?" Poi, dopo qualche giorno, Alexandru ricompariva, affrontando senza dire una parola i rimproveri di mia nonna. Finché, quando io ero già al liceo, Alexandru non venne più. Si diceva che fosse morto, e mia nonna dovette rassegnarsi. Non fu difficile: nel frattempo la legna era diventata inutile. Avevamo il gas nelle stufe, in cucina avevamo un fornello a gas con bombola, e gli altri lavori più pesanti che Alexandru faceva furono affidati a vicini più abili.

I miei studi di pianoforte e l'asilo

Quando avevo quattro anni, mio padre decise che sarebbe stato bene farmi imparare a suonare il pianoforte, perché diventassi un pianista famoso, potessi girare il mondo e sfuggire all'inferno ormai ben delineato in cui si trovava il paese. Era uno dei suoi sogni per me. Mi trovarono un'insegnante, la signora Teodorescu, che abitava vicino, in via Sirenelor, e cominciai le lezioni a casa sua. All'inizio mi accompagnava Ileana, la donna che aiutava mia nonna nelle faccende domestiche; poi andavo alle lezioni da solo. Poco dopo i miei comprarono una pianola Schiedmayer & Soehne, una bellezza di pianoforte verticale con piastra di bronzo, perché avessi su cosa esercitarmi a casa. Mia nonna faceva in modo che ci fosse silenzio quando studiavo il pianoforte, così come avrebbe imposto il silenzio quando avrei studiato per la scuola o per l'università.

A volte mia nonna mi lasciava giocare in cortile con i figli dei vicini. Nelu, Titi e Sandu, i bambini del nostro cortile, erano i miei compagni di gioco, ma Linica restava sempre vigile. Si assicurava sempre che fossero bambini affidabili e usciva di tanto in tanto dalla cucina per sorvegliarci. Aveva un senso di responsabilità che non le permetteva di lasciare nulla al caso. Se io non avevo cura di entrare in casa in tempo, gli esercizi e le lezioni di pianoforte venivano annunciati all'intero quartiere dalle lunghe chiamate, dal cancello, di mia nonna o di Ileana. Dovevo lasciare il gioco e gli amici del campo e rientrare in casa, mortificato.

A cinque anni fui iscritto all'asilo, dove Ileana mi accompagnava e da dove mi riportava ogni giorno.

Un anno più tardi, l'intera dinamica familiare cambiò. Quell'anno arrivò la "nazionalizzazione" e nella nostra vita intervennero cambiamenti. A causa della penuria di abitazioni, tutto lo spazio considerato in eccesso in una casa o in un appartamento veniva requisito dallo Stato e poi affittato a chi ne aveva bisogno. Così, dopo la nazionalizzazione, alcune stanze della nostra casa furono requisite e assegnate a due negozi appena aperti: un barbiere e un alimentari. Ci ritrovammo stretti nella nostra stessa casa, ma era il destino di tutti; dovevamo essere contenti che non ci avessero cacciati fuori.

Poco tempo dopo morì Lina, la bisnonna, e io, nell'autunno seguente, cominciai la scuola. Mama Linica si liberò di qualche preoccupazione, almeno al mattino, anche se continuava a portare sulle spalle tutta la casa.

I pomeriggi di nonna Linica

Ricordo i pomeriggi nella nostra casa di strada 13 Septembrie, quando andavo a scuola e dovevo fare i compiti nella stanza grande, quella dei miei genitori. Loro erano al lavoro e la nonna non poteva più aiutarmi con le lezioni delle medie, così mi affannavo sui libri da solo. Alleggerita da una parte delle incombenze domestiche, lei poteva distrarsi osservando dalla veranda il movimento sul marciapiede davanti a casa (Fig. 10).

I pomeriggi di nonna Linica erano momenti particolari, nei quali la casa si animava con il viavai e le risate delle sue amiche più care. Spesso la raggiungevano lo zio Radu, suo fratello maggiore, oppure zia Itu, la sorella minore; entrambi abitavano nei dintorni. Attraversavano il cortile e tutta la casa, poi si ritiravano nella veranda e si sedevano con la nonna sulle due sedie ai lati dell'ingresso. Cominciavano allora a scambiarsi le ultime notizie e a commentare i passanti, per lo più persone del quartiere, che li conoscevano e li salutavano passando davanti alla veranda.

Il rapporto tra la nonna e lo zio Radu era perfetto. Avevano idee e opinioni simili, non si contraddicevano e si confidavano tutto ciò che avevano nel cuore; e anche quando non parlavano, si capivano. Non accadeva lo stesso nelle conversazioni con zia Itu, che era taciturna e molto riservata. Talvolta la nonna apprendeva dallo zio Radu notizie riguardanti zia Itu che quest'ultima, pur essendo stata nella veranda il giorno prima, non le aveva raccontato. «Guarda un po' questa mora! È stata qui ieri e non mi ha detto nulla», si lamentava la nonna, alludendo anche alla carnagione più scura della sorella.

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Fig.10. Nonna, all'ingresso della casa

Se gli ospiti erano più numerosi, si aprivano le porte tra la veranda e l'ingresso, si portavano le sedie necessarie e tutti si disponevano a semicerchio, per conversare liberamente e nello stesso tempo osservare chi passava davanti alla casa. Quei pomeriggi erano accompagnati dall'aroma del caffè appena macinato. Mescolato con un po' di ceci per ottenere la schiuma, veniva preparato in cucina. La caffettiera fumante era poi portata in sala da pranzo, dove la nonna riempiva le tazzine di porcellana, ciascuna con il suo piattino. Alcune amiche versavano il caffè nel piattino e lo bevevano da lì, secondo un'usanza che credo fosse turca o fanariota.

Per la nonna quegli incontri erano più di un'abitudine: le davano energia e per qualche ora la sottraevano alle preoccupazioni quotidiane.

Da bambino mi piaceva restare nascosto in un angolo ad ascoltare le loro conversazioni. Più tardi, quando andavo a scuola, i compiti del pomeriggio si intrecciavano con il brusio delle loro voci, che si scambiavano notizie sulla parentela o sul quartiere. Molte cose le conosco soltanto grazie a quelle conversazioni; si sono depositate, strato dopo strato, in un patrimonio di ricordi di cui sono rimasto l'unico custode.

La nonna aveva il dono di mantenere rapporti cordiali con le persone che la circondavano. Restava in contatto anche con persone al di fuori della cerchia familiare più stretta, che cominciai anch'io a riconoscere per nome e fisionomia. Alcune appartenevano alla famiglia del nonno, di cui allora sapevo ben poco; altre erano vecchie amiche del quartiere. La nonna trattava tutti con cortesia, non litigava con nessuno e, se tra gli ospiti nasceva un alterco, cercava di calmarli. Alcune persone mi sono rimaste impresse attraverso le storie delle loro vite, così come emergevano dalle conversazioni con lei.

Bibi Sorescu

Bibi Sorescu, una signora pensionata sui sessant'anni, con occhi luminosi e intelligenti dietro occhiali dalla sottile montatura di metallo, i capelli completamente bianchi raccolti in uno chignon e un neo sul mento, era stata probabilmente una donna bella in gioventù. Era un po' più giovane di mia nonna e una delle sue amiche preferite.

Bibi abitava in strada 13 Septembrie, due case più in là della nostra, in un cortile formato da una fila di cinque appartamenti, tutti con ingresso dal cortile attraverso una veranda vetrata, la marchiză. Erano addossati schiena contro schiena alle piccole stanze del nostro cortile. La somiglianza della soluzione architettonica fra le due file di costruzioni mi fece pensare che anche quel cortile fosse appartenuto un tempo ai miei bisnonni, che probabilmente le avevano costruite unite fra loro, ma con diversi gradi di comfort per i clienti che pernottavano alla locanda.

Quando la locanda non fu più redditizia e le difficoltà economiche legate alla crescita dei figli divennero troppo grandi, la mia bisnonna separò i due gruppi di case e vendette questa fila alla famiglia Măicănescu. I nuovi proprietari mantennero gli appartamenti meglio di quanto avesse fatto la mia bisnonna e riuscirono ad affittarli a famiglie più agiate. Questi appartamenti avevano tutti la stessa configurazione: all'ingresso, un portico simile a una gabbia di vetro, la marchiză, che dava in un ingresso da cui si aprivano due stanze, una a sinistra e una a destra. Credo che Bucarest, all'inizio del Novecento, fosse piena di case con una topografia simile.

Bibi aveva affittato uno di questi appartamenti, mentre quello accanto era abitato da una sua nipote, che vi viveva con il marito e i figli. Bibi aveva anche una sorella vedova, che abitava nella zona di Popa Tatu; le due sorelle si visitavano di rado. La solitudine la consumava, e le visite frequenti alla sua amica, mia nonna, l'aiutavano a rimettere un po' insieme il mondo. Le volevo bene in modo particolare perché era allegra, pronta nelle risposte intelligenti e ben informata.

Ho ricostruito la storia di Bibi dalle sue conversazioni con mia nonna, che ascoltavo senza volerlo, e dai discorsi di mia nonna con altre conoscenze comuni.

Da giovane, Bibi aveva lavorato come segretaria negli studi di alcuni avvocati o industriali. A un certo punto fu assunta come segretaria da un promettente e relativamente giovane sottosegretario di Stato in un ministero, di nome Dumitru M., Mituș per gli intimi. Sebbene fosse sposato, questi cominciò fin dall'inizio a corteggiare la giovane segretaria. Cose del genere accadono spesso. Bibi, che fino ad allora non aveva avuto altre relazioni, resistette finché poté ai regali e alle insistenze di Mituș, finché cedette e, anzi, si innamorò del suo affascinante capo.

Nacque così una relazione extraconiugale, chissà la quantesima per Mituș, che lui seppe gestire con abilità. Le visite frequenti a casa di Bibi erano accettate da lei nella speranza che un giorno sarebbe diventata più di un'amante, speranza alimentata dalle continue lamentele di lui per una moglie insopportabile.

Il momento tanto atteso non arrivò mai. Arrivarono invece i cambiamenti di regime del dopoguerra, e Mituș, dopo un processo in cui fu accusato di tradimento come nemico del popolo, venne mandato in prigione per alcuni anni duri. Bibi andava di tanto in tanto a trovarlo in carcere, perfino più spesso della moglie, che durante la detenzione decise addirittura di divorziare da lui. Per Bibi fu una notizia inattesa, portatrice di grandi speranze. Quando Mituș sarebbe uscito di prigione, dove sarebbe andato? Da lei, naturalmente, da Bibi. E Bibi si preparava ad accoglierlo con tutti gli onori.

Arrivò anche il momento della liberazione di M., che però preferì tornare dalla ex moglie, la quale lo accolse, carismatico doveva pur essere questo Mituș, stringendosi con lui nell'appartamento sovraffollato dagli inquilini introdotti dallo Stato dopo la nazionalizzazione. Fu un duro colpo per Bibi, che tuttavia non si arrese: il suo amore per Mituș era così grande che continuò a riceverlo in casa come prima, ma solo per un caffè, suppongo.

Era più o meno il periodo in cui io cominciavo a essere capace di capire quei bizzarri giochi dell'amore, così frequenti nei libri che leggevo, e la mia simpatia per Bibi, ormai raddoppiata dalla compassione per un'anima infelice, crebbe. La maggior parte delle confessioni che Bibi faceva a mia nonna, e che io sentivo dalla mia stanza anche con la porta della veranda chiusa, riguardavano la delicatezza di Mituș, il suo modo elegante di comportarsi e la vita triste che conduceva con la moglie. Mia nonna taceva, non interveniva per non turbare Bibi.

Tutto culminò in una notizia tragica. Un giorno Bibi arrivò da mia nonna in lacrime, dicendole che Mituș era ricoverato in ospedale con una diagnosi di cancro. Andò a trovarlo e in quell'occasione dovette conoscere anche sua moglie, che era costantemente al suo capezzale. Superando ogni possibile umiliazione, Bibi continuò a visitare Mituș in ospedale finché accadde l'inevitabile e Mituș morì. Da allora non vidi più Bibi. Dopo qualche tempo sentii dire che la nipote l'aveva trovata senza vita nel suo appartamento. Si era avvelenata. Per lei, senza Mituș, la vita non aveva più alcun significato.

Olimpia Polifronescu

La signora Olimpia Polifronescu era insegnante di musica al liceo George Coșbuc di Calea Moșilor, in quegli anni un liceo femminile, diventato misto verso la fine degli anni Cinquanta. Era famosa per la sua severità, ma anche per i successi del coro del liceo nei diversi concorsi musicali fra scuole. Le sue allieve la adoravano, e mi domando perché la sua memoria non sia stata conservata nel tempo come parte della tradizione del liceo.

La professoressa Polifronescu, una donna alta e magra, dalla figura distinta, con gambe arcuate da cavallerizzo, occhi ardenti e capelli grigi, aveva un'acconciatura indimenticabile: un grande ricciolo semicircolare, creato da un rullo nascosto sotto i capelli, partiva da dietro le orecchie e scendeva fino alla nuca. Un altro ricciolo le stava asimmetricamente in cima alla testa, innalzando la professoressa ancora più di quanto non fosse in realtà. Di solito vestita con un tailleur marrone, quando dirigeva il coro battendo il tempo con il tacco della scarpa e con le mani aperte, l'anello chevalier con un grande smeraldo circondato da brillanti, al mignolo della mano destra, lanciava scintille sulle bambine del coro, immobili per l'ammirazione.

Quando si arrabbiava, si colpiva la gamba con la mano, batteva a terra i tacchi a spillo ed esclamava con stizza: "Neanche se foste della Patagonia fareste tanto rumore."

La professoressa abitava insieme alla sorella in via Sirenelor, quasi di fronte alla mia ex insegnante di pianoforte, in una casa a vagone, come tante altre della zona, con un grande giardino ben curato, molti roseti e due imponenti abeti argentati in un angolo. La casa aveva due ingressi dal giardino, che davano su due appartamenti identici. Il primo ingresso era quello dell'appartamento della sorella. La professoressa abitava nell'appartamento del secondo ingresso. Non sapevo molto delle due sorelle, ma mia nonna le conosceva abbastanza bene. A differenza della sorella, la signora professoressa era stata sposata, e il nome Polifronescu era quello del marito. Pare che questo marito fosse un ufficiale di cavalleria morto in guerra. A volte, quando la vedevo, mi sorprendevo a ridere fra me al pensiero di come dovevano apparire i due coniugi: cavaliere lui, cavallerizza lei, quando uscivano a passeggio.

Tornando da scuola, la signora Polifronescu scendeva dal tram davanti all'ingresso di casa nostra. A volte, vedendo mia nonna in veranda, la salutava, e mia nonna le faceva segno di entrare. Se la professoressa aveva tempo, accettava; mia nonna le apriva la porta e si sedevano entrambe a chiacchierare.

Quando, su richiesta di mia nonna, andai a fare visita alla professoressa per un'audizione, rimasi colpito dal calore che emanavano tutti i mobili, i quadri e gli oggetti di valore dell'appartamento. I due brani che eseguii al pianoforte del salotto furono accolti bene dalla signora Polifronescu, ma credo che fosse piuttosto un atto di cortesia verso mia nonna.

Mia nonna mi raccontò che Olimpia, da giovane, aveva cantato come soprano all'opera, ma aveva perso la voce gridando ai bambini, questa volta come insegnante. In effetti, quando la conobbi, aveva una voce estremamente rauca. Ciò che però seppi solo molto più tardi, quando la professoressa era ormai morta, è che sotto la sua guida si erano formate diverse brave cantanti liriche, fra cui la grande Ileana Cotrubaș.

Didinica

Una signora distinta, piccola e un po' paffuta, che sembrava giovane nonostante i quasi sessantacinque anni: così era Didinica quando la vidi per la prima volta. Era la nipote di una cugina di Petruș, e mia nonna teneva in modo particolare a non perdere il legame con il ramo dei Petrești; perciò riceveva volentieri tutte le sue nipoti: Marcela, Ana o Maria, che venivano di tanto in tanto a farle visita. Didinica era una figura speciale. Senza essere una bellezza, aveva un viso senza una ruga, sopracciglia disegnate a matita, occhi anch'essi truccati, non portava occhiali per civetteria, manicure perfetta, acconciatura da ballerina: capelli radi perfettamente aderenti alla testa, pettinati con la riga in mezzo e raccolti in un piccolo chignon sulla nuca. Sempre profumata, riempiva la veranda e l'ingresso dell'odore di patchouli. Le sue conversazioni con mia nonna ruotavano attorno ai parenti di Petruș. Ogni tanto, però, compariva il nome di Radu, il fratello maggiore di mia nonna: "Come sta Radu?", chiedeva a mia nonna, che rispondeva maliziosa: "Come, non gli hai più parlato?" E Didinica rispondeva: "Sì, ma tempo fa. Volevo sapere le novità."

Radu... In famiglia si sussurrava di una possibile relazione dello zio Radu con questa Didinica. Anch'io avevo sentito quella storia, ma, conoscendo la reputazione di Radu come donnaiolo, le sue numerose relazioni con il gentil sesso del quartiere e la sua abitudine di adulare qualsiasi donna, preferii adottare una posizione neutrale, divertendomi per la facilità con cui le signore da lui corteggiate sembravano cadere in una rete probabilmente vuota da molto tempo.

Comunque, una relazione intima fra zio Radu e Didinica esisteva; la conferma mi arrivò molti anni dopo gli eventi raccontati, direttamente da Nidia, la figlia di zio Radu. Zia Nidia mi raccontò con indignazione che un giorno ricevette una telefonata alla quale rispose senza presentarsi. Dall'altra parte, però, la presentazione arrivò subito: "Sono Didina Petrescu. Ti telefono per dirti che Radu è soltanto mio. Non ti ama più, se mai ti ha amata. Ci vediamo spesso e abbiamo deciso di sposarci il prima possibile. Perciò Radu ti comunicherà presto la sua decisione di divorziare."

Zia Nidia capì che Didinica l'aveva scambiata per sua madre, Jeny. Decisa a rimproverarla, si presentò: "Sono Nidia e voglio dirle..." A quel punto Didinica, rendendosi conto della gaffe, chiuse il telefono. Naturalmente Nidia non raccontò nulla a sua madre, ma quell'episodio aggiunse un'altra goccia di veleno al rapporto con il padre, un rapporto teso da molti anni a causa della sua intransigenza riguardo alle amicizie discutibili della figlia. E nello stesso periodo si raffreddò anche il rapporto di Nidia con mia nonna, perché quest'ultima, pur essendo al corrente della natura della relazione fra Radu e Didinica, continuava a mantenere un buon rapporto di amicizia con la cugina. "Non ho mai capito perché zia continuasse a ricevere in casa quella donna perduta," mi raccontava Nidia con amarezza molti anni dopo. Non me lo confessò apertamente, ma vedendo l'amarezza di mia zia, credo che Nidia pensasse che mia nonna facilitasse addirittura gli incontri, innocenti questa volta, dei due nella sua veranda.

Didi Planta

All'inizio del Novecento, le ragazze Planta erano tre sorelle nubili: Didi, Marioara e Lenuța, cugine di mia nonna, che abitavano in via Sabinelor, all'angolo con via Acvila. Fra le amiche di mia nonna, le "ragazze Planta", Didi e Lenuța, erano le più pittoresche. Provenienti da una famiglia relativamente agiata di Dealul Spirii, erano legate al ramo dei Niculești non solo dalla parentela, ma anche dalle simpatie e dal giro di amicizie. Pur avendo superato la prima giovinezza, conservavano una civetteria particolare e un gusto per il pettegolezzo innocuo che animava ogni incontro.

Dopo l'arrivo dei comunisti al potere, le proprietà della famiglia furono nazionalizzate e alle ragazze rimasero due appartamenti in un cortile trascurato, con un giardino depresso. Nell'appartamento in fondo stava Marioara, vedova, senza figli. Nell'appartamento davanti stavano Didi e Lenuța, entrambe nubili, con una notevole differenza d'età fra loro: Didi era la più anziana, più o meno dell'età di mia nonna. Delle tre sorelle, Didi era di gran lunga la più riuscita, sia per aspetto sia per intelligenza. Capelli tinti di rosso fuoco, piccoli occhi brillanti di un colore speciale, azzurro-violetto, sopracciglia rasate e disegnate sottili con la matita, il viso sempre coperto da uno spesso strato di cipria. Grande narratrice di barzellette e battute, Didi era simpatica a tutti noi, a cominciare da zio Radu, che le sue storie divertivano moltissimo. Negli ultimi giorni della sua vita, malato a letto, zio Radu chiedeva a Nidia di portargli Didi ogni giorno, perché lo divertisse prima della morte. Lenuța, invece, era bruttina, volgare nel parlare e nei gesti, insomma decisamente male educata.

Quando Didi veniva da mia nonna e si riunivano tre o quattro conoscenze, c'erano allegria e divertimento continui, tenuti vivi da Didi.

Come mai le due sorelle erano rimaste nubili? Sembra che i loro genitori avessero cercato prima di far sposare Didi quando arrivò all'età da marito. Lei civettava con l'uno e con l'altro, ma nessun corteggiamento arrivò mai al matrimonio. Allora i genitori ricorsero ai sensali. Si racconta che uno dei candidati portati dai sensali fu invitato a pranzo in casa Planta, perché i due giovani si conoscessero meglio. Finito il pranzo e partito il candidato, Didi mostrò ai genitori le briciole di pane sotto il posto a tavola dove lui era stato seduto: "Un cafone, non lo voglio," liquidò Didi lo sventurato. Lenuța provò da sola a sposarsi, trovando col tempo perfino alcuni candidati che portò in casa, ma Didi fece tutto il possibile per far fallire tutti i progetti matrimoniali della sorella. Aveva bisogno di una serva, e Lenuța fu per tutta la vita la serva di Didi, dominata dall'intelligenza della sorella.

È possibile che Didi e Lenuța avessero ereditato un po' di denaro dai genitori o fossero riuscite a vendere qualcosa delle proprietà familiari prima della nazionalizzazione, perché disponevano di una riserva di denaro che usavano concedendo prestiti a interesse. Molte nostre conoscenze prendevano in prestito dalle "ragazze Planta" quando erano a corto di soldi, situazione non rara in quei tempi. Alcuni erano semplicemente dipendenti economicamente dalle ragazze Planta: pagavano il debito e l'interesse a rate e, quando stavano per estinguerlo, si indebitavano di nuovo. Una vera banca, quelle ragazze Planta!

Negli ultimi anni era circolata la voce che le ragazze Planta mettessero il loro appartamento a disposizione di innamorati più maturi, trasformandolo così in una casa di appuntamenti. Sarà stato vero? Lo sapevo perché un vicino dei Planta aveva avvertito mia nonna che Nidia era stata vista uscire da Didi in pieno giorno. "Bisognerebbe avvertire la signora di non andarci più, perché potrebbe compromettersi," era il messaggio del benintenzionato. Mi ricordai che anch'io ero stato due volte in casa di Didi e Lenuța, mandato da mia nonna con pacchi di colivă dalle commemorazioni che lei faceva ogni anno per i morti della famiglia. Mi ero compromesso anch'io?

Quando cominciarono le demolizioni nella zona Uranus, Didi e Lenuța dovettero trasferirsi in un condominio, in un piccolo appartamento al sesto piano. Didi, arrivata a un'età avanzata, resistette poco nella nuova abitazione e morì. Lenuța, senza Didi, si sentì inutile e, disperata, si gettò dalla finestra della cucina giù nel cortile interno.

Lettrice instancabile

Un aspetto speciale del rapporto con mia nonna si manifestò durante gli anni del liceo, riprendendo così con lei la collaborazione cominciata nell'infanzia, quando mi insegnava a leggere. Ero entrato al liceo Nicolae Bălcescu, il miglior liceo di Bucarest. Ero appassionato di lettura, e la biblioteca del liceo era per me un vero paradiso. Situata all'ultimo piano, al livello della galleria del teatro interno al liceo, la biblioteca, con enormi armadi, ospitava migliaia di libri: quelli permessi. Si diceva che altri libri, risalenti al tempo in cui il liceo si chiamava Collegio Sfântul Sava, stessero, proibiti dal regime, nel deposito della biblioteca. Ogni settimana, il lunedì, prendevo in prestito quattro libri dalla biblioteca del liceo, con cui riempivo la cartella. Li sceglievo con cura: non solo quelli raccomandati a scuola, ma anche quelli che in quel momento mi appassionavano, Romain Rolland, Thomas Mann, Aldous Huxley, William Faulkner o Marcel Proust, ma anche Petru Dumitriu, Titus Popovici o Marin Preda. C'erano autori classici, letteratura moderna, teatro, romanzi, reportage, autori romeni e stranieri, di tutto. Arrivato a casa, mia nonna aspettava che tirassi fuori i libri dalla cartella, per dividerceli, leggerli e poi scambiarceli. Tornando la sera dal liceo, la trovavo in sala da pranzo, dove c'era il suo letto, con gli occhiali sul naso, intenta a leggere il libro di turno. Era incredibile come riuscisse a tenere il passo con me nella lettura, qualunque fosse il genere dei libri. Era incredibile anche che non si annoiasse leggendo teatro: Shakespeare, Corneille, Moliere o Dürrenmatt erano tutti benvenuti. Quei quattro anni di liceo furono essenziali per la formazione della mia cultura generale, ma anche per il nostro rapporto, che fioriva con ogni libro letto. Lo scambio di libri e la lettura in parallelo con mia nonna continuarono anche più tardi, quando ero all'università.

L'ultimo capitolo della vita di mia nonna

Da molto tempo si vedeva come la vecchiaia e i dolori alle ginocchia di mia nonna si facessero sentire. Me la ricordo mentre saliva e scendeva i due alti gradini della casa appoggiandosi con la schiena alla porta, ogni passo uno sforzo enorme per lei. E di quelle salite e discese dei maledetti gradini ce n'erano decine ogni giorno.

Dopo gli ottant'anni le fu scoperto un cancro. Fu uno shock per tutti. Era ancora così presente nella nostra vita, così necessaria all'equilibrio della casa, che non riuscivamo nemmeno a immaginare che sarebbe arrivato il giorno in cui non ci sarebbe più stata. Sperammo che fosse un errore, ma la diagnosi era chiara. Fu ricoverata in ospedale, dove cominciò le sedute di radioterapia. Il duro trattamento che ricevette non le diede sollievo, ma solo altra sofferenza. I metodi medici di allora erano aspri, e il ricordo della sua guancia bruciata dalle radiazioni mi sembra ancora oggi una crudele ingiustizia. Pur indebolita, mia nonna non si lamentò mai. Era dignitosa come l'avevo sempre conosciuta.

Intorno al Natale del 1972 partii per Păltiniș con Adina e un gruppo di amici. Ero appena arrivato quando mia madre mi chiamò al telefono dell'albergo: "Vieni subito, Mămica sta morendo." Lasciai tutto e tornai a casa. Mama Linica, nonostante dolori terribili, visse ancora tre mesi. Furono mesi difficili, nei quali vidi i tormenti della malattia abbatterla a poco a poco. E tuttavia, anche allora, mia nonna aveva uno sguardo affettuoso per ciascuno di noi.

Mia nonna si spense nel marzo del 1973. Fino ad allora era rimasta la stessa Linica, attenta a noi anche mentre le sue forze l'abbandonavano. Dopo la sua morte, la casa divenne improvvisamente più vuota.

Il funerale di Mamma Linica ebbe luogo durante una terribile bufera di marzo. La bara di Petruș fu estratta dalla tomba con grande fatica, a causa del suo enorme peso. Le sue ossa furono raccolte in un sacco di canapa, asperse di vino rosso dal sacerdote e poi deposte nella modesta bara di abete che conteneva il corpo di Linica. Che differenza fra i due funerali! Altri tempi, altre possibilità: dalla grandiosità all'austerità.

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Fig.11. La nonna rientra in casa dalla cucina (1970)
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Fig.12. La nonna malata; un po' di riposo al sole (1972)
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Fig.13. Mamma Linica circondata dai figli e dai nipoti per il suo ottantesimo compleanno (1970). Davanti: Angela, Zizi, Linica, Pirica. Dietro: Greieraș, Luca, Draga.

Una seconda madre

Mamma Linica fu per me una seconda madre: mi crebbe, mi educò e mi accompagnò negli anni dell'infanzia e della giovinezza. Non aveva compiuto studi superiori, ma comprendeva l'importanza dell'istruzione e dei libri. Mi insegnò a leggere e, anni dopo, divenne la mia compagna di letture.

Di tutto ciò che fece per la famiglia mi sono rimaste la sua dedizione e la sua forza, insieme al ricordo di un amore che non sentì mai il bisogno di proclamare: lo dimostrava, giorno dopo giorno, nel modo in cui si prendeva cura di noi.


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