Luca Dan Șerbănați all'esame di maturità, 1961
Luca Dan Șerbănați nei primi anni Settanta
Luca Dan Șerbănați all'ultima lezione del quinto anno, aprile 1989

Luca Dan Șerbănați

Professore emerito alla Politehnica di Bucarest

Ricerca, insegnamento, industria e memorie

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Luca Dan Șerbănați a Venezia, 1990
Luca Dan Șerbănați a New York, 2005
Luca Dan Șerbănați

Nelle prime settimane romane, la città non fu per me soltanto lo scenario di un'attesa burocratica. Fu anche uno spazio di sopravvivenza psicologica. Uscivo dalla stanza troppo calda della pensione o dalla casa di Sirio e camminavo per Roma per non lasciarmi sopraffare dall'incertezza. Monumenti, chiese, piazze, giardini e perfino i manifesti incollati sui muri cominciarono a formare una mappa interiore di quel periodo.

Ho conservato qui queste passeggiate non come un semplice intermezzo turistico, ma come parte del purgatorio dell'emigrazione. In un momento in cui il mio futuro era sospeso, Roma mi offriva, senza saperlo, una lezione sulla resistenza nel tempo, sulla sovrapposizione delle storie e sulla sopravvivenza.

La signora con il cagnolino

Pochi giorni dopo il mio arrivo a Roma, in un afoso primo pomeriggio di settembre, uscii dalla mensa Caritas e, invece di tornare nella mia stanzetta surriscaldata, feci la mia consueta visita alla frescura della Basilica di Santa Maria Maggiore. Poi decisi di trascorrere la siesta scendendo dal colle Esquilino verso il centro. Dovevano essere circa le due quando imboccai Via Milano, un'ampia strada che conduceva al tunnel sotto il palazzo presidenziale del Quirinale e quindi direttamente in centro. A quell'ora, con il caldo feroce che si riversava dal cielo, ero solo per strada fin dove arrivava lo sguardo. All'improvviso, in lontananza, apparve una signora che fino a quel momento mi era stata nascosta dai grossi platani che costeggiavano la via.

La signora indossava un leggero abito bianco e portava una grande borsa a quadri. Teneva al guinzaglio un cagnolino bianco che, da lontano, sembrava un Bichon frisé. Il cane correva qua e là, ispezionando ogni angolo del marciapiede e le radici degli alberi. Mi incuriosì il fatto che, nonostante il caldo soffocante, indossasse un gilet a quadri coordinato con la borsa della padrona. Divertito, continuai a osservare la coppia che si avvicinava. A un certo punto il cagnolino trovò il posto adatto e assunse la posizione ben nota in cui i cani fanno i propri bisogni. La signora attese pazientemente che finisse; poi, sotto lo sguardo vigile del cane, quasi volesse controllare che non commettesse errori, estrasse dalla borsa due sacchettini. Da uno tirò fuori un guanto, lo infilò sulla mano destra, raccolse ciò che il cane aveva lasciato sul marciapiede e lo depose nel secondo sacchetto. Infine si tolse il guanto, lo mise nel primo sacchetto, chiuse entrambi e li ripose nella borsa. Il cagnolino riprese allora ad annusare con entusiasmo il marciapiede, saldamente trattenuto al guinzaglio dalla sua imperturbabile padrona.

Quando infine ci incrociammo, non potei fare a meno di salutarla. «Buongiorno», le dissi. «Buongiorno», rispose sorridendo, un po' sorpresa. Con i capelli neri tinti e raccolti in uno chignon, sembrava ancora giovane, sebbene avesse probabilmente superato i sessant'anni.

L'episodio mi fece riflettere. Perché ero rimasto sorpreso dal gesto della signora in bianco? Lo trovavo fuori luogo? Troppo stravagante? Nulla di tutto ciò. Mi resi conto di non essere abituato a simili forme di civiltà quotidiana. Anche nel mio paese si tenevano cani in cortile o in casa e li si portava a passeggio perché facessero i loro bisogni, ma non avevo mai visto nessuno raccoglierne gli escrementi e conservarli fino a trovare un luogo adatto in cui gettarli, per rispetto degli altri cittadini. Quella cura scrupolosa della convivenza civile, della socialità nel senso più ampio, segnava una netta differenza fra ciò che avevo vissuto fino ad allora e ciò che avrei vissuto da quel momento in poi — naturalmente a condizione che i miei nuovi concittadini fossero educati come la signora in bianco, cosa che in seguito non si rivelò sempre vera.

Paesaggi e vestigia romane

Seguendo il consiglio di Anca, approfittai della mia presenza a Roma per esplorare il centro e le periferie, non sapendo quando mi sarebbe ricapitata un'occasione simile. Roma, città dell'eterna bellezza e delle antiche rovine, diventava per me un luogo di meditazione sul passato e sulla sua continuità nel presente. Durante le mie passeggiate osservai le persone e le loro abitudini, scoprii angoli incantevoli assenti dalle guide turistiche e, naturalmente, mi dedicai con piacere alla visita dei monumenti più celebri. Arrivato in Italia per la prima volta e appassionato di storia fin dall'infanzia, cominciai a sentirmi spettatore di un dramma storico in cui gli strati del passato si sovrapponevano e ogni muro sembrava racchiudere una storia. Molti monumenti e resti del passato, visitati, studiati e rivisitati, mi sono rimasti impressi nella mente, formando quell'immagine soggettiva della città che il tempo non è più riuscito a cancellare.

La Basilica di Santa Maria Maggiore

Il primo monumento che visitai fu la Basilica di Santa Maria Maggiore, a due passi dalla pensione Di Rienzo in cui abitavo. Nei giorni torridi dei primi di settembre mi fermavo spesso a bere e a riempire una bottiglia con l'acqua fredda che scorreva continuamente dalla fontana davanti alla basilica, perché quella del lavandino della mia stanza era imbevibile. Ogni volta entravo per qualche minuto, godendo della frescura interna e delle meraviglie con cui papi e cardinali l'avevano arricchita nel corso di sedici secoli.

Situata sulla sommità del colle Esquilino, Santa Maria Maggiore (Fig. 4) è una delle quattro basiliche papali di Roma. In seguito alla sistemazione urbanistica voluta da papa Sisto V nel XVI secolo, la basilica venne a trovarsi all'estremità di un'arteria progettata dagli architetti del pontefice, che attraversa il centro di Roma e raggiunge Piazza del Popolo. Le due estremità di questo asse urbano sistino sono segnate da due obelischi che sembrano guardarsi al di sopra del centro della città. Uno è collocato sull'asse della basilica, davanti all'abside, e proviene dal Mausoleo di Augusto; l'altro si trova al centro di Piazza del Popolo e appartiene alla collezione di obelischi portati dagli imperatori romani dall'Egitto dei faraoni.

La basilica possiede un campanile visibile da molte parti della città, nel quale sono ospitate cinque campane fuse in epoche diverse, ciascuna con il proprio nome e la propria storia. Al mattino mi svegliavo nella mia stanzetta avvolto dal loro concerto, che entrava dalla finestra aperta.

Sulla sommità del colle, la facciata della basilica si apre su una piazza al centro della quale si innalza un'altra imponente colonna, detta «della Pace», anch'essa recuperata dai papi fra le rovine romane. In cima fu collocata una statua bronzea della Vergine col Bambino, mentre la base in marmo e travertino offre riposo ai turisti stanchi, che possono perfino dormirvi durante il giorno, come fanno i mendicanti di notte. Ai piedi della colonna si trova una splendida fontana, alimentata da uno degli acquedotti che riforniscono Roma di acqua fresca.

Secondo la tradizione, la Vergine Maria ispirò la costruzione della chiesa apparendo in sogno a papa Liberio più di 1.600 anni fa e chiedendogli di erigere un edificio nel luogo che avrebbe indicato miracolosamente. Quando, in una mattina d'agosto, un'insolita nevicata imbiancò il colle Esquilino, Liberio la considerò il miracolo atteso e tracciò nella neve il perimetro della nuova chiesa, poi costruita grazie al finanziamento di ricchi patrizi. Santa Maria Maggiore è l'unica basilica di Roma che, pur arricchita da aggiunte successive, abbia conservato la struttura paleocristiana originaria dei secoli V e VI. Il transetto e l'abside attuale, decorati da ricchi mosaici che raffigurano l'incoronazione della Vergine Maria seduta su un trono sontuoso e vestita con abiti regali tipici della moda bizantina, furono aggiunti circa nove secoli più tardi e rappresentano una sintesi fra l'arte dell'Impero bizantino e lo spirito artistico romano.

La basilica custodisce una delle più importanti icone mariane di tradizione bizantina, nota come Salus Populi Romani, che raffigura la Madre di Dio in piedi con il Bambino Gesù tra le braccia (Fig. 5). La tradizione attribuisce l'immagine a san Luca Evangelista, patrono dei pittori. L'icona è particolarmente cara alla devozione popolare ed è strettamente legata all'identità di Roma e dei suoi papi, molti dei quali le dedicarono offerte votive. Fu portata nelle processioni organizzate dalla Chiesa per implorare la cessazione delle epidemie che colpivano Roma. Fin dalla fondazione del loro ordine, i gesuiti promossero il culto mariano e la devozione alla Madre di Dio distribuendo copie dell'icona in tutto il mondo.

Nel corso dei secoli la basilica fu ampliata con cappelle nelle quali sono sepolti sette papi e diversi cardinali. La più sontuosa è la Cappella Sistina di papa Sisto V, grande protagonista della trasformazione urbanistica di Roma alla fine del XVI secolo. Un'altra celebre cappella è la Sforza, la cui architettura fu progettata da Michelangelo in tarda età.

Il soffitto a cassettoni, riccamente scolpito, fu dorato con foglia d'oro che, secondo la tradizione, proveniva dal primo carico d'oro inviato in Spagna da Cristoforo Colombo dall'America e poi donato dai re cattolici Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia a papa Rodrigo Borgia (Fig. 6).

Il mosaico dell'abside paleocristiana andò perduto e fu sostituito da quello realizzato da Jacopo Torriti durante la risistemazione dell'intera area del coro sotto papa Niccolò IV (1288–1292), che ne ordinò il rifacimento senza modificare completamente il soggetto originario.

La commissione del nuovo mosaico absidale fu affidata a Jacopo Torriti intorno al 1291. Il soggetto principale è l'Incoronazione della Vergine (Fig. 8), accompagnata da scene della vita di Maria. La Dormizione della Madre di Dio occupa il riquadro centrale (Fig. 9).

Il Giardino degli Aranci

Un altro luogo che scoprii nei primi giorni del mio soggiorno romano e che in seguito frequentai spesso, con amici o da solo, fu il Giardino degli Aranci sul colle Aventino. È una meta molto popolare, un luogo particolare che ogni visitatore di Roma dovrebbe vedere.

Era uno dei giorni in cui speravo ancora di poter raggiungere ogni sera a piedi Via Dandolo per cenare alla Caritas. Dovevo attraversare praticamente tutto il centro di Roma, seguire le mura aureliane e poi attraversare il Tevere a Porta Portese; da lì, superato Viale di Trastevere, mancavano altri dieci minuti. Provando itinerari diversi, un pomeriggio, mentre il sole tramontava, decisi di seguire il percorso accanto al Circo Massimo, con la cartina in mano. Mi resi conto che l'enorme area del circo era una depressione fra due colli, il Palatino e l'Aventino. Il Palatino era coperto dalle rovine degli edifici imperiali e non si poteva visitare liberamente; l'Aventino, invece, con i suoi pendii più dolci, era lì a poca distanza e sembrava aspettarmi.

Salendo sull'Aventino dal Circo Massimo, incontrai la Fontana del Mascherone, composta da un antico bacino di granito e da una maschera di marmo scolpita, dalla cui bocca sgorgava l'acqua. Accanto si trovava l'ingresso del giardino. Varcai il cancello di ferro e fui colpito dalla luce rossa del tramonto, che filtrava trionfante fra i rami degli alti pini.

Davanti a me si aprì un ampio viale lastricato, fiancheggiato da entrambi i lati da piccoli aranci. Il giardino è celebre per questi aranci amari, portati dalla Spagna ottocento anni fa, che gli conferiscono un carattere particolare, soprattutto nel passaggio dall'inverno alla primavera, quando i frutti gialli risaltano qua e là nel fitto verde delle chiome. Cominciai a percorrere il viale centrale e, da circa metà strada, oltre il parapetto della terrazza, iniziarono ad apparire i punti più alti di Roma: la maestosa cupola della Basilica di San Pietro, Trinità dei Monti, la terrazza del Pincio — un altro punto panoramico — e il Palazzo del Quirinale. Procedendo lentamente, vedevo il panorama allargarsi fino al parapetto della terrazza. Da lì si apriva una vista spettacolare, soprattutto quella sera, con il cielo arrossato dal tramonto, sui tetti di Roma, sull'Isola Tiberina, sulla Basilica di San Pietro e sull'Altare della Patria in Piazza Venezia. Erano visibili anche le numerose chiese e i monumenti del centro storico.

Situata accanto al Giardino degli Aranci, la chiesa di Santa Sabina è una delle chiese paleocristiane meglio conservate del centro storico di Roma. Una delle particolarità di questa chiesa, completata più di un millennio e mezzo fa, è che non ha facciata, sebbene grandi architetti del Rinascimento, come Fontana e Borromini, abbiano lavorato al suo restauro.

Sempre sull'Aventino si trova la chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio, fondata molto presto, fra il IV e il V secolo, e ricostruita più volte. L'edificio attuale conserva elementi di tutte quelle epoche: il campanile è romanico, alcune colonne della chiesa originaria sopravvivono nell'abside, il portico è medievale e la facciata risale al XVI secolo. Oggi la chiesa è molto richiesta per i matrimoni religiosi.

Passeggiando nel quartiere dell'Aventino, constatai la quiete delle sue strade, fiancheggiate da edifici eleganti appartenenti a persone benestanti; i prezzi immobiliari erano i più alti di tutta Roma.

La Basilica di San Giovanni in Laterano

In uno di quei giorni di cammino senza meta nell'atmosfera soffocante della fine dell'estate romana — passeggiate che mi facevano uscire dalla stanza della pensione e tenevano la mente occupata dalle cose nuove incontrate lungo il percorso —, dopo aver bevuto la mia razione d'acqua fredda alla fontana davanti a Santa Maria Maggiore, presi in discesa Via Merulana, fiancheggiata da grandi alberi ombrosi. La strada, normalmente molto trafficata, era quasi deserta in quella giornata torrida. Camminando piano, mi ritrovai in una piazza enorme dominata da un'altra basilica romana: San Giovanni in Laterano. Ebbi la sensazione che «qui dovrebbe trovarsi uno dei centri della città». La sensazione si rivelò esatta. San Giovanni in Laterano non era la chiesa più celebre di Roma e tuttavia era, nel senso stretto del termine, la sua cattedrale. Qui si trovava la sede episcopale di Roma; qui era, in realtà, la cattedrale di papa Giovanni Paolo II — non San Pietro, per quanto quella basilica domini il nostro immaginario.

Dal punto in cui mi trovavo vedevo un obelisco innalzarsi al centro della piazza. Gli imperatori romani lo avevano portato dall'antico Egitto, dove era stato eretto da Thutmose III nel XV secolo a.C. Rafforzava l'idea, presente ovunque nel centro di Roma, di un tempo stratificato non soltanto per secoli, ma per millenni. Oltre l'obelisco si trovava l'ingresso secondario della basilica, realizzato sotto Sisto V.

Per raggiungere l'ingresso principale aggirai l'edificio e giunsi in un'altra piazza, utilizzata per le manifestazioni del Primo Maggio e per le adunate sindacali. La facciata della basilica era enorme, progettata più di mille anni dopo la costruzione dell'edificio originario. Su di essa lessi, con uno stupore quasi infantile, la formula solenne che dice tutto:

Omnium Urbis et Orbis ecclesiarum Mater et Caput

«Madre e capo di tutte le chiese di Roma e del mondo.»

Le grandi porte, aperte a tutti i visitatori, erano state un tempo le porte del Senato romano. Capii all'improvviso che il Laterano non era più soltanto un'altra tappa sulla carta dei turisti, ma una radice comune a tutti noi: un edificio del IV secolo, eretto sul luogo del palazzo dei Laterani e legato alla donazione dell'imperatore Costantino e di sua madre Elena, subito dopo la legalizzazione del cristianesimo. Era dunque costruito sulle rovine dell'Impero romano e annunciava una nuova epoca. In altre parole, San Giovanni in Laterano non è un «capolavoro» isolato, ma una soglia storica.

All'interno si apre un vasto spazio basilicale, scandito dalle navate laterali e dal ritmo delle colonne, mentre l'interno barocco, come la facciata, forma un grande ponte attraverso i secoli. Mi rimasero particolarmente impresse le statue degli Apostoli nelle nicchie della navata, simili a una processione pietrificata orchestrata da Borromini. Lo sguardo è poi attirato dall'altare papale, coperto da un baldacchino, o ciborio. Secondo la tradizione, vi è custodito l'altare di legno sul quale celebrò san Pietro. La struttura attuale risale al 1368 ed è opera di Giovanni di Stefano. In alto, il ciborio ospita i reliquiari che conterrebbero le teste dei santi Pietro e Paolo. I dodici dipinti che lo circondano sono opera di Antoniazzo Romano e della sua scuola. Nell'abside il mosaico medievale conserva lo splendore di un'icona monumentale: Cristo al centro, le figure sacre intorno, un linguaggio visivo di un'epoca in cui l'immagine teneva il posto del libro.

Appresi una storia interessante quando chiesi a un sacerdote del mio quartiere quale legame avesse Enrico IV di Francia con la cattedrale, dato che nel portico del transetto, presso l'ingresso secondario, gli era stata eretta una statua equestre. Mi fu spiegato che Enrico di Navarra, già calvinista e convertitosi al cattolicesimo per diventare re, aveva donato alla basilica un'abbazia nel sud della Francia. In cambio, la Chiesa romana commissionò la statua a uno scultore francese stabilitosi a Roma. Il capitolo della basilica conferì inoltre a Enrico IV il titolo di protocanonico onorario, e ogni anno, il 13 dicembre, giorno della sua nascita, nella cattedrale viene celebrata la Missa pro natione gallica. Quasi tutti i presidenti francesi, a partire da René Coty, hanno poi rivendicato il titolo onorifico di protocanonico di San Giovanni in Laterano.

Forse perché vivevo allora il mio «purgatorio» personale, il Laterano mi sembrò una lezione di continuità. Io conducevo un'esistenza provvisoria, alla giornata, con documenti e promesse in sospeso; davanti a me stava però un luogo che aveva attraversato incendi, terremoti, ricostruzioni e mutamenti di stile e di epoca, rimanendo tuttavia ciò che era stato fin dall'inizio: la cattedrale di Roma.

Tornando nella piazza, incontrai altri importanti monumenti del cristianesimo romano: il Palazzo Lateranense, l'antico battistero e l'edificio della Scala Santa, che custodisce la scalinata di marmo proveniente da Gerusalemme che, secondo la tradizione, Cristo salì duemila anni fa. Sono luoghi che ricordano come qui il cristianesimo non sia semplice «decorazione», ma parte della trama stessa della storia.

Lasciai la cattedrale con la sensazione che Roma mi offrisse, senza saperlo, un sostegno discreto: quando la tua vita è sospesa, la città ti mostra che cosa significhi resistere nel tempo. In quel momento avevo bisogno proprio di questa semplice idea: che vivere nel provvisorio non equivale alla fine.

Corneliu Zelea Codreanu a Roma

Nei giorni di caldo estremo mi capitava di vagare per le strade adiacenti al mio percorso fisso fra la pensione e la mensa, osservando gli edifici o passeggiando nei parchi. Roma non ha mai vantato una pulizia esemplare; le strade erano spesso piene di rifiuti di ogni genere e i muri delle case coperti di manifesti pubblicitari oppure imbrattati da disegni e scritte, dalle oscenità alle ingenue dichiarazioni d'amore. Tutti questi particolari contrastavano nettamente con la storia e la grandezza della Roma imperiale, almeno come oggi ce la immaginiamo.

Un altro pomeriggio, durante una passeggiata, attirò la mia attenzione un manifesto incollato al muro di un edificio, sul quale riconobbi un volto familiare. Mi avvicinai e, sotto il titolo «Gloria al Capitano!», vidi la fotografia di Corneliu Zelea Codreanu accompagnata da una frase che avevo letto nell'infanzia, questa volta scritta in italiano:

«Lascia ad altri le vie dell'infamia. Piuttosto che vincere per mezzo di una infamia, meglio cadere lottando sulla strada dell'onore.»

In seguito, durante le mie peregrinazioni per Roma, ritrovai più volte il volto del Capitano, disegnato sempre nello stesso modo, con pochi tratti neri, sui muri di vari edifici. Immaginavo che quei ritratti fossero applicati di notte, in fretta, mediante uno stencil che, una volta fissato al muro, veniva coperto di vernice nera. Rimosso lo stencil, rimaneva il profilo abbozzato e facilmente riconoscibile di Corneliu Codreanu.

Ma come si spiegava un simile fenomeno in un paese come l'Italia, tanto chiuso nel culto delle proprie figure storiche e, almeno in teoria, indifferente a quelle straniere?

Durante gli anni trascorsi in Italia osservai che, nonostante i divieti ufficiali, molte persone nutrivano nostalgia per il fascismo mussoliniano. Sebbene la Costituzione vieti la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto Partito Fascista, in Italia il fascismo era tutt'altro che morto. La sua ideologia era sopravvissuta alle trasformazioni democratiche del dopoguerra e tornava periodicamente a colpire la società italiana attraverso attentati e manifestazioni neofasciste. Dopo la caduta di Mussolini, i nostalgici del fascismo si erano riuniti in formazioni politiche legali e illegali. Chi vi partecipava lo faceva con il fervore di appartenere a un'ideologia fondata sulla «mistica dell'azione». Nel corso dei decenni, vari gruppi di estrema destra mantennero vivo l'ideale di una «rinascita» del passato, e per alcuni militanti Codreanu divenne una figura iconica. Il movimento lombardo Lealtà Azione, per esempio, si ispira direttamente a Corneliu Zelea Codreanu. Per molti nostalgici, soprattutto i più anziani, egli fu una stella polare e il loro sogno era diventare legionari. Nelle loro case, accanto al busto di Mussolini, appendevano un manifesto in bianco e nero con il volto potente e ieratico e lo sguardo intenso di Codreanu. Gli italiani non sono gli unici a provare nostalgia per l'ultranazionalismo interbellico. Neppure la Romania ha pienamente fatto i conti con il proprio passato; per questo vi sono sempre più persone che guardano con nostalgia al Movimento Legionario.

Nelle scuole che frequentai durante il comunismo, i legionari e il loro Capitano erano, nel migliore dei casi, assenti dai libri di storia; altrimenti venivano presentati come criminali antisemiti. Eppure molte persone anziane, vissute fra le due guerre mondiali, descrivevano Codreanu come una figura carismatica capace di ispirare fiducia e obbedienza alle idee che proclamava. Dava l'impressione di disprezzare la vita «comoda»: la vita, così come egli la concepiva e predicava, era seria, austera, religiosa, sostenuta dalle forze morali e responsabili dello spirito.

Sebbene Codreanu e i suoi seguaci non avessero mai elaborato una dottrina compiuta, l'ideologia da loro predicata immaginava un mondo ideale capace di attrarre persone provenienti dagli ambienti culturali più diversi. Codreanu esortava i compatrioti a condurre una vita eroica, radicata nella consapevolezza della loro identità dacica e latina. Fra coloro che lo amavano si manifestava una forma di idolatria sociale: una devozione assoluta al capo, l'esaltazione del suo pensiero e delle sue capacità, l'attribuzione di qualità infallibili. Lo storico ebreo ungherese Nagy-Talavera, deportato ad Auschwitz durante la guerra e privo di qualsiasi motivo per simpatizzare con il legionarismo, assistette a una commemorazione legionaria e descrisse così l'apparizione di Zelea Codreanu:

«All'improvviso la folla tacque. Un uomo alto, di una bellezza triste, vestito con il costume bianco dei contadini romeni, entrò a cavallo nel cimitero. Il suo sorriso infantile e sincero irradiava sulla folla miserabile, mentre lui sembrava trovarsi, misteriosamente, altrove, lontano da essa. Carisma è una parola inadeguata a definire lo strano potere che emanava da quell'uomo. E così rimase, in silenzio, in mezzo alla folla. Non aveva bisogno di parlare. Il suo silenzio era eloquente; sembrava più forte di tutti noi.»

Da quanto lessi e udii in seguito, Zelea Codreanu fu una sorta di figlio prediletto delle élite del paese, che lo assecondarono e adularono nonostante i crimini commessi. Mi vengono in mente, come esempi di questa ammirazione, due donne colte a me care: mia zia Nidia, figlia del generale Niculescu-Cociu, e la professoressa Zoe Dumitrescu-Bușulenga, entrambe entusiaste nel parlarmi del Capitano. Zia Nidia sosteneva che, se i genitori non si fossero opposti con fermezza minacciando di chiuderla in casa — suo padre comandava allora la guardia del palazzo di re Carlo II —, per amore di Codreanu avrebbe partecipato a tutte le riunioni dei «nidi» legionari. La signora Bușulenga mi confessò di essere stata innamorata del Capitano e che molte altre ragazze lo adoravano come lei. Figure di primo piano dell'intellettualità interbellica, quali Nae Ionescu, Mircea Eliade, Petre Țuțea e Mircea Vulcănescu, furono in un modo o nell'altro attratte dal Movimento Legionario. Nel dicembre 1940 il brillante filosofo Emil Cioran, simpatizzante dei legionari, scrisse il seguente elogio iperbolico dell'eredità lasciata da Codreanu:

«In presenza del Capitano, nessuno rimaneva tiepido. Un fremito nuovo attraversò il paese. Una regione umana ossessionata dall'essenziale. La sofferenza diventa criterio del valore e la morte quello della vocazione. In pochi anni la Romania conobbe una palpitazione tragica, la cui intensità ci consola della viltà di mille anni vissuti fuori dalla storia. La fede di un uomo diede vita a un mondo che si lascia alle spalle la tragedia antica e Shakespeare. E tutto questo nei Balcani!»

Sebbene molti di quegli intellettuali si siano poi dissociati dal legionarismo, descrivendo la propria adesione come uno smarrimento giovanile, resta da chiedersi quanto sincero sia stato quel ripudio e se non abbia rappresentato, piuttosto, un adattamento alle nuove realtà politiche.

Ma, poiché «il sonno della ragione genera mostri», anche nel mondo predicato dai legionari la devozione al Capitano condusse a crimini atroci; la «mistica dell'azione», tanto esaltata, degenerò in episodi di violenza estrema. La glorificazione del sacrificio e della sofferenza, che contribuì a trasformare Codreanu in un mito, ebbe conseguenze tragiche. Al di là dell'aura di romanticismo mitico, la realtà storica è più complessa. Il Movimento Legionario non fu soltanto una formazione spirituale, ma anche un'organizzazione militante responsabile di assassinii politici, fra cui quelli di Constantin Manciu, Ion G. Duca, Nicolae Iorga, Virgil Madgearu e Armand Călinescu. La «mistica dell'azione» è difficile da separare dalla figura di Codreanu, anche quando egli non fu direttamente coinvolto.

Codreanu non fu né il primo né l'ultimo leader politico trasformato in martire da una morte violenta. La sua uccisione, nel 1938, rafforzò inevitabilmente il mito e ne fece un simbolo del sacrificio nazionalista. Il mito del Capitano riflette il desiderio di trovare figure eroiche o capi mistici nei periodi di trasformazione radicale. Benché non fosse romeno d'origine, Codreanu divenne forse il leader della storia moderna romena maggiormente circondato da un'aura mistica e poi mitizzato: una sorta di arcangelo che combatteva per difendere l'essenza del popolo romeno, purtroppo attraverso assassinii e attività spesso criminali, non condannate dall'opinione pubblica e tollerate da uno Stato esitante. Oggi parleremmo di un caso esemplare di culto della personalità.

Dopo la morte di Codreanu, il modo in cui le generazioni successive lo hanno percepito è mutato nel tempo. Nella Romania contemporanea la sua immagine continua a essere reinterpretata. Si discute nuovamente del suo ruolo storico e la parziale riabilitazione della sua figura rientra in una più ampia rivalutazione dei protagonisti dell'età interbellica. Nel contesto attuale di uno Stato accusato di comportamenti antidemocratici, gli aspetti più oscuri del Capitano sono stati attenuati e ne è stata accentuata la dimensione messianica. Nel diffuso clima di insoddisfazione verso la classe politica, Codreanu viene riscoperto come simbolo di moralità e sacrificio, in netto contrasto con l'odierna percezione della corruzione e della mancanza di ideali. Il fenomeno mostra come la memoria collettiva possa trasformare i leader storici in icone, talvolta separate dalla realtà delle loro azioni e reinterpretate alla luce delle necessità presenti. Credo tuttavia che questo ritorno nel discorso pubblico dipenda meno da un'autentica adesione all'ideologia legionaria che dal fascino ancora esercitato dal suo mito.

In conclusione, Codreanu rimane una delle figure più contraddittorie della storia della Romania, ricca di personalità controverse. Per alcuni è un simbolo di onore e sacrificio; per altri, il promotore di un'ideologia che condusse alla violenza e alla divisione. Questa ambivalenza spiega perché, a quasi un secolo dalla sua morte, il suo volto continui ad apparire non soltanto sui muri di Roma, ma anche nella retorica elettorale e nei dibattiti sull'identità nazionale romena.

Non potei fare a meno di pensare che questa comune fascinazione italiana e romena per Codreanu costituisse un legame sotterraneo fra i due paesi latini, fondato sui parallelismi emersi nello stesso turbolento periodo interbellico e su un'analoga attrazione per figure messianiche e ideologie che promettono di «salvare» le identità nazionali. In quell'epoca particolare, situazioni politiche simili in diversi paesi europei produssero ideologie affini che la storiografia postbellica, allineata ai vincitori, classificò come reazionarie e mise all'indice, senza riuscire davvero a cancellarle dalla memoria dei posteri. In un certo senso, le traiettorie parallele dei due «Capitani» — Mussolini e Codreanu — trasformati dalla posterità in martiri e le cui ombre continuano a infestare il cuore stesso della civiltà europea, sono diventate il simbolo di forze che erodono un'Europa priva di un'identità unificatrice indiscussa.

Conclusione

Queste passeggiate non risolsero nulla sul piano pratico. Non mi procurarono un lavoro, non anticiparono il colloquio al Consolato americano e non eliminarono la precarietà della mia situazione. Resero però sopportabile l'attesa. Fra Caritas, pensione, telefonate e pratiche, Roma mi offriva un altro registro della realtà: quello delle cose che sopravvivono agli uomini, ai regimi e alle condizioni provvisorie.

Per questo, nella mia memoria, la Roma di quei mesi non è soltanto la città in cui attesi. È la città che, attraverso la sua bellezza e le sue contraddizioni, mi costrinse a guardare oltre l'urgenza immediata e a capire che una vita nuova non comincia soltanto con un documento o con un visto, ma anche con il modo in cui si impara a fare spazio dentro di sé a un luogo straniero.


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