Il purgatorio dell'emigrazione
Da Fiumicino a Termini
Il viaggio da Fiumicino a Roma, in un autobus pieno di turisti rumorosi, mi diede il tempo necessario per mettere ordine nei pensieri e farmi un piano. Guardando dal finestrino paesaggi sconosciuti, mi era chiaro che ogni metro percorso mi avvicinava a un futuro completamente incerto. Cercavo di immaginare i passi successivi, benché mi sentissi perduto in una città del tutto sconosciuta. La signora gentile seduta accanto a me in aereo mi aveva suggerito di prendere l'autobus fino alla Stazione Termini, la stazione ferroviaria di Roma. Da lì, il mio primo passo doveva essere l'Ufficio Informazioni della stazione, per sapere come arrivare il più rapidamente possibile al campo profughi di Latina. Le informazioni che mi aveva dato sembravano un filo sottile di speranza, una direzione chiara nel caos in cui mi trovavo.
Latina, la porta chiusa
Il campo di Latina era stato istituito durante la Guerra fredda, dopo la rivoluzione ungherese. Era il più grande centro per rifugiati che, per decenni, era stato la porta d'uscita per coloro che erano fuggiti dall'Europa orientale, un luogo in cui le speranze rinascevano prima di dirigersi verso mondi nuovi: Stati Uniti, Canada o Australia. Per più di trent'anni, il centro aveva accolto circa 80.000 persone fuggite dai paesi dell'Europa orientale, rimaste per alcuni mesi in questo “villaggio anormale”, una specie di ghetto all'interno della città di Latina, prima di partire verso la destinazione sognata. Un fiume umano di donne, bambini e uomini arrivati in Italia senza nulla, dopo viaggi rischiosi, pieni di pericoli, con gli occhi pieni di stanchezza, ma anche di speranza. Speravo anch'io che, una volta arrivato lì, avrei avuto una possibilità di cominciare una vita nuova. Quel pensiero era l'unico filo a cui mi aggrappavo.
Man mano che l'autobus si avvicinava a Roma, sentivo che ogni chilometro mi portava più vicino a un futuro che non riuscivo ancora nemmeno a immaginare. Quando arrivai alla Stazione Termini, mi affrettai verso l'Ufficio Informazioni soltanto per ricevere una notizia che mi lasciò senza fiato: per considerazioni geopolitiche legate alla distensione tra Est e Ovest, il campo di Latina era stato chiuso da poco ai nuovi rifugiati, e il processo di emigrazione era diventato per loro molto più complicato. I candidati all'emigrazione dovevano ormai cavarsela da soli a Roma, aspettando il colloquio che sarebbe stato fissato solo dopo alcuni mesi. Il mio piano, già fragile, cominciava a disfarsi; il filo a cui mi ero aggrappato si era spezzato. Questo cambiamento improvviso scosse la mia fiducia in un futuro migliore, e l'ottimismo si trasformò rapidamente in un panico silenzioso.
La pensione Di Rienzo
Completamente disorientato, con l'aiuto dell'Ufficio Informazioni, trovai il posto più economico possibile, la pensione a una stella Di Rienzo, in Via Principe Amedeo, vicino alla stazione, dove, con appena 25.000 lire a notte, avevo una stanzetta che valeva esattamente quanto pagavo. Era all'ultimo piano di un massiccio edificio umbertino di quattro piani. Nascosta in un angolo di un corridoio buio, la mia stanza era una minuscola gabbia, con pareti di compensato e una porta bassa e stretta che scricchiolava miseramente ogni volta che vi entravo infilandocimi dentro. Il letto, troppo piccolo per me, e il lavandino con la sua acqua tiepida e imbevibile mi ricordavano continuamente la precarietà della mia situazione. L'unica finestra dava su un cortile interno, da cui arrivava l'odore pesante di cucina del ristorante al piano terra. Nonostante il calore proveniente dal tetto surriscaldato, che mi stordiva sia di giorno sia di notte, preferivo tenere la finestra chiusa, soprattutto quando avevo fame, cioè praticamente sempre.
Di quel primo periodo romano mi è rimasto anche un piccolo cartoncino della pensione. Guardato oggi, non è più soltanto un indirizzo stampato su un pezzo di carta, ma una delle prime tracce materiali della precarietà in cui stavo entrando. Il nome della pensione, il numero di telefono, la vicinanza a Termini e l'indirizzo di Via Principe Amedeo fissavano sulla carta ciò che per me, allora, era una soluzione di sopravvivenza da un giorno all'altro.
Avevo meno di 200.000 lire italiane in tasca e nessuna prospettiva concreta di emigrazione nel prossimo futuro. Mi sentivo accerchiato dalla disperazione, e il pensiero di tornare nel paese sembrava l'unica soluzione. Andai subito all'agenzia TAROM di Via Bissolati per cambiare la data del biglietto di ritorno, ma rifiutarono, perché il biglietto aveva una data fissa, a un mese di distanza. Mi sentivo in trappola.
Capii così che dovevo restare a Roma, iscrivermi presso il Consolato degli Stati Uniti per l'emigrazione e armarmi di pazienza. Ma come avrei potuto sopravvivere con solo 98 dollari in tasca, soldi sufficienti appena per tre notti in pensione?
Caritas
Sempre all'Ufficio Informazioni avevo saputo della Caritas Italiana, un'organizzazione della Chiesa Cattolica Italiana che promuove la carità nella società, offrendo aiuto ai rifugiati e ai bisognosi: cibo, vestiti, assistenza medica e giuridica, e persino un tetto sopra la testa nei casi estremi. Fondata nel 1971, il suo scopo è animare, coordinare e sostenere iniziative di ispirazione cristiana. Corsi a farmi una fotografia per la tessera Caritas, in modo da poter usufruire di questi servizi. Avevo bisogno, prima di tutto, di mangiare.
La tessera Caritas rimase per me un piccolo passaporto della sopravvivenza. Su una delle pagine si trova la fotografia fatta in fretta, accanto al nome battuto a macchina e al numero di riferimento; sulle altre pagine si accumularono, mese dopo mese, i timbri che prolungavano il mio accesso ai servizi dell'organizzazione. Non era un documento d'identità in senso giuridico, ma nei primi mesi romani funzionò come una conferma minima del fatto che esistevo lì e che avevo diritto almeno a un pasto caldo.
I timbri dicono più seccamente di quanto potrei dire io quanto si prolungò il provvisorio: la tessera fu rilasciata il 31 agosto 1989 e le convalide mensili continuarono fino alla fine di dicembre 1990, cioè fino alla soglia del 1991. Ciò che il primo giorno mi era sembrato soltanto una soluzione d'emergenza diventò, poco a poco, una routine dell'attesa.
Venni a sapere di due mense Caritas a Roma. Una era sul Colle Oppio, in Via delle Sette Sale, abbastanza vicina alla stazione, e quindi alla mia pensione, dove potevo pranzare. L'altra era in Via Dandolo, molto lontana dalla mia abitazione, dove potevo cenare. Cercando di usufruire di entrambe le mense nello stesso giorno, mi resi conto che andare a piedi fino a Via Dandolo e tornare richiedeva più di un'ora, senza gli autobus necessari, che mi sarebbero costati soldi che non avevo; e quando arrivavo a casa, la fame acuta tornava. Così mi accontentai del solo pranzo alla Caritas, e la sera mi arrangiavo con un panino.
Anca
Il cibo non era più il problema principale, ma la mia situazione di rifugiato non riconosciuto dalle autorità italiane, che mi sembrava senza via d'uscita. Avrei dovuto chiedere asilo politico in Italia e avrei ottenuto un aiuto dalle autorità italiane, ma io volevo andare negli Stati Uniti e per questo dovevo aspettare alcuni mesi. Considerati tutti questi impedimenti, dovevo trovare un modo per assicurarmi la sopravvivenza. Chiesi aiuto al proprietario della pensione, un uomo gentile, che mi permise di restare lì tutto il tempo necessario e di pagare quando avrei avuto i soldi. D'altra parte, una stanza come la mia non era ambita dai turisti. Dopo aver parlato con lui, l'unica soluzione che mi rimaneva era chiedere aiuto a mia zia Anca, a New York, colei che anno dopo anno mi aveva spinto a compiere quel passo folle. Così la chiamai a carico del destinatario. Quando seppe che ero arrivato in Italia, fu sopraffatta dall'emozione e mi assicurò che mi avrebbe mandato il denaro necessario per sopravvivere fino all'emigrazione.
“Stai tranquillo, riposati. Goditi Roma, perché quando arriverai a New York dovrai lavorare duro”, mi disse con una voce calda, ma ferma.
Tre giorni dopo ricevetti 500 dollari alla Banca American Express di Piazza di Spagna. La prima cosa che feci fu pagare i debiti al proprietario della pensione.
La domanda al Consolato degli Stati Uniti
Parallelamente, dopo aver raccolto tutti i documenti necessari, mi presentai al Centro per emigranti, amministrato dal Consolato degli Stati Uniti, e presentai la domanda di emigrazione. Venni a sapere allo sportello e da altri romeni nella mia situazione che il colloquio avrebbe potuto essere fissato solo dopo cinque mesi. Ero costretto a mettere radici in quella città straniera e, sebbene non sapessi quanto tempo sarei rimasto lì, Roma era la pietra miliare tra il mio passato e un futuro incerto. La città, con tutta la sua agitazione e la sua bellezza, era diventata la scena sulla quale aspettavo il mio futuro, con speranza, ma anche con il timore di non riuscire forse mai ad arrivare dove desideravo davvero.
Le pagine separate da questo capitolo
Nella sua forma iniziale, questo capitolo proseguiva con molti episodi dello stesso periodo romano. Man mano che il testo cresceva, però, essi sono diventati troppo ampi per rimanere tutti in un'unica pagina. Per questo li ho separati in pagine autonome, conservandoli come parti della stessa tappa memorialistica.
-
I primi tentativi di organizzare la nuova vita
HIAS, Joint, l'aiuto di Anca, l'incontro con Alessandro Panella e il trench Burberry — i primi tentativi di trasformare la provvisorietà romana in un possibile cammino. -
Giovanni M. e il permesso di soggiorno
Un ex commissario di polizia, un italiano ancora incerto, il problema urgente del soggiorno legale e la prima discussione su una possibile società informatica. -
La Roma dell'attesa
Le passeggiate per Roma nei primi mesi dell'emigrazione: Santa Maria Maggiore, il Giardino degli Aranci, San Giovanni in Laterano, la signora con il cagnolino e il volto di Corneliu Zelea Codreanu sui muri della città. -
La casa di Sirio
Il passaggio dalla pensione Di Rienzo a un'abitazione più stabile, il ritratto di Sirio e il ritmo quotidiano della vita di emigrante a Roma. -
Avventure accademiche in Italia
La Sapienza, un umiliante “Fuori, fuori!”, l'incontro con Corrado Böhm, il riconoscimento del titolo di studio e il tentativo fallito di rientrare nell'ambiente universitario italiano. -
Il primo lavoro in Italia
EUR Microcomputer, Carlo, il quartiere EUR, Rebibbia, Turbo Pascal, dBase III e il primo concreto ritorno all’attività professionale. -
Datamat: la telefonata che non arrivò
Un incontro promettente con una delle maggiori aziende dell'informatica italiana e un'attesa rimasta senza risposta.
Conclusione
Qui termina il nucleo centrale del purgatorio: l'arrivo, la perdita del piano iniziale, la scoperta della precarietà, la prima dipendenza dall'aiuto degli altri e la presentazione della domanda per l'emigrazione americana. Da questo punto in poi, Roma non è più soltanto il luogo dello shock iniziale, ma diventa uno spazio di tentativi successivi: persone, istituzioni, strade, monumenti, telefonate, promesse, corsi, lavori e fallimenti.
Il purgatorio non era finito. Ma aveva cominciato a trasformarsi. Non era più soltanto fame, una stanza sordida e panico silenzioso; diventava, poco a poco, un processo di adattamento. In quel rifugio provvisorio chiamato Roma, avevo ancora davanti l'America, ma avevo cominciato senza volerlo a raccogliere i materiali di una vita italiana.
Segue: I primi tentativi di organizzare la nuova vita.
Indietro: “La partenza dal paese” · Torna a “Emigrazione” · Torna a “Memorie” · Su





