Il professore che le aziende cominciarono a cercare
Roberto Galanti, i primi corsi in italiano, Datamat, Telespazio e la costruzione di una rete di collaborazioni professionali.
Un’altra strada professionale
Parallelamente ai progetti di programmazione, si aprì un’altra strada attraverso la quale potevo utilizzare la mia esperienza professionale: i corsi di informatica.
DEC e Roberto Galanti
Roberto Galanti lavorava alla Digital Equipment Corporation — DEC —, una delle grandi aziende informatiche dell’epoca.
L’azienda si era affermata nel mercato dei minicomputer fin dall’inizio degli anni Sessanta. Le serie PDP, soprattutto PDP-8 e PDP-11, erano state tra i suoi maggiori successi. In seguito, i sistemi VAX “supermini”, apparsi alla fine degli anni Settanta, erano stati progettati per sostituire gradualmente il PDP-11. Con il perfezionamento dei microcomputer, soprattutto in seguito alla diffusione di personal computer sempre più potenti, il mercato dei minicomputer si restrinse rapidamente.
Nel periodo di cui racconto, all’inizio degli anni Novanta, DEC era già in crisi e le vendite dei minicomputer erano crollate. Continuavano però le attività di promozione dei prodotti e i corsi destinati a coloro che avevano acquistato, o intendevano ancora acquistare, apparecchiature DEC. Roberto Galanti lavorava in questo settore: promuoveva i prodotti dell’azienda e organizzava corsi di perfezionamento per gli utilizzatori delle sue apparecchiature e dei suoi sistemi.
Non ricordo più con certezza come conobbi Roberto Galanti. È possibile che mi avesse contattato in risposta a uno dei numerosi annunci che pubblicavo sui giornali, soprattutto sul Messaggero, che dedicava alcune pagine alla piccola pubblicità. In quegli annunci mi proponevo come docente di programmazione in Pascal e C.
In quegli anni annunci del genere comparivano piuttosto spesso. Le aziende cercavano docenti per i corsi di programmazione destinati ai propri dipendenti, ma non era facile trovare persone capaci di tenere tali corsi. L’informatizzazione si diffondeva rapidamente in Italia, mentre il numero di coloro che potevano preparare i nuovi utenti e programmatori era ancora ridotto.
Roberto Galanti era un giovane di bell’aspetto, con la barba nera e un grande piacere di parlare e di spiegare agli altri ciò che aveva in mente. Quando ci incontravamo, era lui a parlare e io ad ascoltare. Mi spiegò la situazione della DEC Italia per quanto riguardava la promozione delle apparecchiature e dei sistemi operativi. Aveva bisogno di specialisti capaci di spiegare l’uso di quelle apparecchiature e del software di base. Mi chiese se potevo aiutarlo con alcuni corsi di programmazione. Nella mia situazione, era naturale accettare.
In Romania avevo lavorato con i minicomputer PDP-11 e con i loro cloni romeni: CORAL, che implementava l’architettura PDP-11, e Independent 100, che ne emulava il set di istruzioni. Non ero però uno specialista del sistema operativo RSX-11M e tanto meno dei più recenti sistemi VMS. Ero comunque convinto di poter recuperare rapidamente. Diedi la mia disponibilità a condizione di ricevere la documentazione DEC per quei corsi, il minimo necessario per prepararli seriamente.
Dopo aver ricevuto la documentazione, mi misi al lavoro e preparai i miei corsi, partendo dalla struttura dei materiali DEC. Comprai libri sul Pascal e sul C, sperando di trovare impostazioni più aggiornate di quelle adottate nei miei corsi in Romania. Inoltre, i corsi dovevano disporre di un supporto visivo proiettato su uno schermo, cosa alla quale non ero abituato: in Romania insegnavo alla lavagna, con il gesso.
Fu così che cominciai a tenere corsi di alcuni giorni o di una settimana nelle sedi DEC di Roma e, talvolta, presso le sedi dei clienti, quando disponevano di aule adeguate.
IBIFORM
Molti dipendenti della DEC, avvertendo il declino dell’azienda, la lasciavano. Tra loro vi fu anche Roberto Galanti. I tentativi della DEC di entrare nel mercato delle workstation e dei file server erano arrivati troppo tardi per salvare l’azienda.
Dopo essersene andato, Roberto Galanti fondò insieme a un socio una piccola società.
Era una situazione caratteristica di quel periodo. Attorno ai grandi produttori di computer nascevano numerose piccole imprese, create da ex dipendenti che conoscevano le apparecchiature, avevano mantenuto i rapporti con i clienti e potevano ottenere condizioni commerciali vantaggiose. Alcune vendevano computer; altre ne curavano l’installazione, la manutenzione, lo sviluppo del software o la formazione del personale.
La società di Galanti si chiamava IBIFORM e disponeva di un’aula in una zona elegante di Roma. Vi erano installati una decina di computer, sufficienti per un gruppo ristretto di partecipanti. Là cominciai a insegnare Pascal, poi il linguaggio C e corsi sui sistemi operativi dei calcolatori Digital.
Di nuovo davanti a una classe
Per me, tornare davanti a una classe fu naturale. Avevo insegnato per quasi vent’anni al Politecnico di Bucarest. Sapevo organizzare la materia, spiegare i concetti difficili e accorgermi quando le persone davanti a me non avevano capito, anche se non facevano domande.
Dovevo naturalmente insegnare in italiano, una lingua che stavo ancora imparando. All’inizio non era facile trovare subito la parola adatta o rispondere spontaneamente a una domanda. Il linguaggio tecnico mi era però familiare, e la logica di una spiegazione ben costruita non dipendeva dal paese nel quale veniva presentata.
Preparavo con cura i corsi e cercavo di non permettere che la mia insicurezza linguistica compromettesse la chiarezza dei contenuti. L’esperienza didattica accumulata in Romania compensava in buona misura le mie esitazioni in italiano.
Corsi fuori Roma
Non tutti i corsi si svolgevano presso la sede della società a Roma. Talvolta venivo inviato in provincia, presso aziende nelle quali i dipendenti dovevano essere formati direttamente sulle apparecchiature che avrebbero utilizzato.
Cominciai così a conoscere un’Italia diversa sia da quella vista da un turista, sia da quella conosciuta da un emigrato rimasto tra la Caritas, la pensione e gli uffici dell’amministrazione. Entravo nelle aziende, parlavo con tecnici e dirigenti e incontravo giovani che cercavano di apprendere una nuova professione.
Quegli spostamenti mi mostravano concretamente il modo in cui l’informatizzazione penetrava nell’economia italiana. Non era un processo uniforme. Alcune aziende disponevano di apparecchiature moderne e di personale ben preparato; altre avevano acquistato computer senza sapere ancora con chiarezza come li avrebbero utilizzati.
Un’attività discontinua
All’inizio, i corsi non costituivano un’attività continuativa. Uno poteva durare alcuni giorni, un altro diverse settimane, dopo di che seguiva un periodo senza alcuna richiesta.
Proprio per questo potevano essere combinati con i progetti di programmazione e con altre collaborazioni. Per me, tale alternanza non era una scelta, ma una necessità. Non avevo ancora un impiego stabile e dovevo costruire il mio reddito ricorrendo a più fonti.
Talvolta lavoravo a un programma; altre volte preparavo un corso o partivo per alcuni giorni verso un’altra città. La mia vita professionale non aveva più la continuità prevedibile che avevo conosciuto a Bucarest. Era fatta di progetti, periodi di attesa, telefonate e contratti di breve durata.
Senza che me ne rendessi conto allora, ogni corso diventava una prova per quello successivo.
SOFOS
Dopo circa un anno, sempre dall’universo Digital, si presentò un’altra opportunità. Barbara B., una dipendente DEC di origine libanese, stabilitasi da molti anni in Italia con la famiglia, aveva sentito parlare di me da Roberto Galanti e volle conoscermi.
All’incontro venne insieme alla sorella Marie-Laure B. e a Paolo P., un uomo piccolo, biondo, con il naso aquilino, che fumava continuamente piccoli “sigari”. Paolo era il titolare della SOFOS, una SRL che aveva come oggetto sociale la creazione di software. La società era stata fondata da poco e, oltre al titolare, vi lavorava Marie-Laure, come segretaria e responsabile dell’amministrazione e delle finanze. Evidentemente, avevano bisogno di dipendenti che creassero davvero software.
Paolo mi spiegò che il nome della società proveniva dal greco antico, lingua che teneva in grande considerazione, e che riuniva più significati: adatto, saggio, perspicace, competente, sensibile. Gli credetti; non sapevo nulla del greco antico.
Il mio nome comincia a circolare
A poco a poco, il mio nome cominciò a circolare da un’azienda all’altra. Qualcuno che aveva partecipato a un corso mi raccomandava a un collega; un responsabile della formazione del personale parlava di me a un’altra società.
In un ambiente professionale ancora ristretto, le raccomandazioni personali valevano spesso più di un curriculum vitae. Non bastava essere stato professore o avere pubblicato libri. Contava ciò che riuscivi a dimostrare davanti ai partecipanti, in un’aula di Roma o in un’azienda di provincia.
Un corso per i detenuti di Rebibbia
La mia presenza a Rebibbia e i corsi di informatica che Roberto C. mi aveva chiesto di tenere per il personale del deposito di vestiario fecero sì che venisse a sapere di me anche il nuovo cappellano del carcere, Don Sandro Spriano, un sacerdote severo, temuto non soltanto dai detenuti, ma anche dagli agenti. Volle conoscermi, chiese a Roberto referenze sul mio conto e poi decise di assumermi per tenere ai detenuti un corso di informatica di alcuni giorni. Mi lasciò libero di scegliere gli argomenti, ma mi spiegò anche alcune restrizioni: potevo parlare con i detenuti di qualsiasi cosa, tranne che dei loro problemi con la giustizia.
Fu un’esperienza intensa, ma difficile da rendere dopo tanti anni. Il gruppo era eterogeneo per età e provenienza sociale. Tutti erano estremamente disciplinati; non facevano domande neppure quando li incoraggiavo a farlo. Non ero preparato per un pubblico del genere.
Ricordo soprattutto un detenuto anziano, con una barba bianca ben curata. Sembrava un intellettuale, era rispettato dagli altri e dava l’impressione di capire ciò che spiegavo, tanto che durante il corso avevo finito per rivolgermi soprattutto a lui. Nelle pause si avvicinava e mi parlava della sua esperienza con i computer, che non era affatto banale.
Alla fine del corso ricevetti i ringraziamenti di tutti. Volli rivolgere al detenuto anziano una parola di incoraggiamento:
— Con quello che sa, quando uscirà potrà benissimo lavorare nell’informatica.
— Non uscirò mai. Sono stato condannato definitivamente all’ergastolo.
La sua risposta mi colpì come una mazzata. Avevo dimenticato dove mi trovavo, avevo dimenticato a chi mi rivolgevo e avevo violato proprio la regola che mi era stata spiegata.
Roberto C. mi aiutò, ogni volta che poté, a trovare nuove collaborazioni. Apprezzando i miei progressi in italiano e le mie conoscenze informatiche, mi raccomandò ad alcuni colleghi di altri istituti penitenziari nei dintorni di Roma, a Velletri e Latina, dove andai a spiegare agli agenti come si usavano i computer.
Guardando indietro, mi piaceva dire che mi trovavo sulla buona strada verso l’informatizzazione delle carceri italiane. Altre circostanze mi allontanarono però da quel settore, e le carceri dovettero aspettare ancora.
Il ritorno alla Datamat
A un certo punto, la Datamat, l’azienda dalla quale avevo atteso invano una risposta dopo il colloquio di assunzione del 1989, cominciò a chiedermi corsi di specializzazione per i propri dipendenti.
Non una sola volta, ma ripetutamente.
Seguirono decine di corsi, organizzati di settimana in settimana. Datamat divenne la mia collaborazione più costante in questo campo e, attraverso di essa, arrivai a lavorare anche con altre importanti società.
Era un capovolgimento che non avrei potuto prevedere dopo quel colloquio rimasto senza risposta. Datamat non mi aveva assunto, ma era arrivata ad avere bisogno di me come docente.
Altre collaborazioni
Datamat non fu l’unica beneficiaria dei miei corsi. Negli anni successivi collaborai, direttamente o attraverso società di formazione e consulenza, con Dataspazio, Selenia, Telespazio, Olivetti Ricerca di Bari, CNR, Systech e Sincro Consulting. Talvolta tenevo i corsi presso la sede della società che li organizzava; altre volte venivo inviato direttamente presso il cliente finale.
Gli argomenti si estesero gradualmente da Pascal, C e sistemi operativi a Java, UML, progettazione orientata agli oggetti, CORBA, J2EE, servizi Web, architetture orientate ai servizi, ingegneria del software e gestione dei progetti. Una presentazione sistematica di questi corsi e dei materiali conservati si trova nella pagina Corsi di formazione professionale in Italia.
Imparare per poter insegnare
Gli argomenti dei corsi si diversificarono insieme alla tecnologia. Dai linguaggi di programmazione e dai sistemi operativi passai ai metodi di sviluppo, alle moderne tecnologie software e, più tardi, a Internet.
Dovevo imparare continuamente per poter insegnare argomenti che talvolta erano soltanto all’inizio della loro diffusione. Non bastava conoscere il manuale di un prodotto. Dovevo comprendere il posto della nuova tecnologia in un insieme più ampio, i suoi vantaggi, i suoi limiti e il rapporto con ciò che i partecipanti sapevano già.
L’esperienza accumulata in Romania si rivelò decisiva. La nostra preparazione era stata in larga misura teorica e universitaria. Talvolta avevo avuto l’impressione che conoscessimo molte cose prive di un’applicazione immediata. In Italia fu proprio questa base ampia a permettermi di passare da un argomento all’altro, comprendere rapidamente le nuove tecnologie e presentarle in forma coerente.
La teoria messa al lavoro
Dovetti naturalmente adattarmi. Le aziende non volevano dimostrazioni accademiche, ma risposte a problemi concreti. I partecipanti dovevano poter utilizzare immediatamente ciò che avevano imparato.
Imparai a selezionare la teoria necessaria, a rinunciare ai dettagli privi di utilità immediata e a costruire esempi vicini all’attività delle persone presenti in aula. Non abbandonai il rigore al quale ero abituato, ma cominciai a metterlo al servizio dell’efficacia pratica.
Questo adattamento influenzò più tardi anche il mio modo di insegnare all’università. Il contatto con le aziende e con i loro problemi reali mi obbligò a considerare diversamente il rapporto tra concetti, tecnologie e loro utilizzo effettivo.
Una rete di collaborazioni
Non fui assunto da una sola società. Lavorai per più aziende, talvolta parallelamente, senza nasconderlo. Ognuna mi chiamava quando aveva bisogno di un determinato corso o di una competenza che non possedeva al proprio interno.
Al posto della carriera lineare che avevo avuto a Bucarest, si costruiva gradualmente una rete di collaborazioni. Era una formula professionale meno sicura, ma mi offriva anche la libertà di entrare in ambienti molto diversi e di venire a contatto con tecnologie che cambiavano rapidamente.
All’inizio ero stato l’emigrato che cercava qualsiasi occasione di lavoro. Dopo un certo tempo, furono le aziende a cominciare a cercare me.
Il cambiamento non era avvenuto attraverso un gesto spettacolare, ma grazie a ogni corso preparato con serietà, a ogni raccomandazione e alla fiducia conquistata di settimana in settimana.





