Il primo lavoro in Italia
EUR Microcomputer, Carlo, il quartiere EUR, Rebibbia, Turbo Pascal, dBase III e il primo rientro concreto nella competenza professionale.
Il primo lavoro in Italia non fu un ingresso spettacolare in una grande azienda, né una prosecuzione naturale della carriera universitaria in Romania. Fu un’occasione concreta, nata da un annuncio, da un bisogno del mercato e dalla mia disponibilità a imparare rapidamente ciò che fino ad allora avevo guardato da lontano.
Proprio per questo l’episodio conta. Dopo mesi di attesa, raccomandazioni, telefonate e incertezze, alla EUR Microcomputer tornai praticamente a essere un uomo che poteva lavorare. Non ero ancora sistemato professionalmente, ma uscivo dalla condizione di rifugiato in attesa e rientravo nella mia competenza.
Il primo lavoro in Italia
Un giorno, mentre ero a casa, ricevetti una telefonata dalla ditta EUR Microcomputer, che mi contattava in seguito a un mio annuncio sul giornale. Cercavano un programmatore di basi di dati. Volevano incontrarmi. Non sapevo molto sulle basi di dati; le avevo volutamente ignorate quando ero in Romania. Come accadeva anche con altri campi, per esempio quello dei microcomputer e dei personal computer (PC), di moda negli ultimi anni, che snobbavo quando ero professore, le basi di dati erano per me un settore troppo banale perché gli dedicassi attenzione. Evidentemente sbagliavo, ma avevo le mie ragioni. La distanza che mantenevo rispetto a questi campi era dovuta al fatto che erano i campi dei “corifei” M.P. e A.P. della Cattedra di Calcolatori del Politecnico, con i quali i miei rapporti erano stati, lungo gli ultimi vent’anni, quasi sempre tesi. Per non peggiorare ancora di più i rapporti con loro, preferii tenermi lontano dai loro settori.
EUR Microcomputer
Dopo aver fissato l’incontro con Carlo Caratelli, il proprietario di EUR Microcomputer, mi presentai alla sede della ditta, nel quartiere EUR. Era la mia prima visita in quel quartiere.
Il quartiere EUR
EUR fu concepito nel 1937 e parzialmente costruito da Mussolini per l’Esposizione Universale di Roma, programmata per il 1942, ma che non ebbe luogo a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Il complesso monumentale fu completato nei decenni successivi, modificando ed estendendo il progetto iniziale con edifici moderni, palazzi per congressi e architetture sportive. Non ero mai stato prima in questa zona di Roma e rimasi incantato dalla razionalità urbana che emanava dalle sue strade larghe, dritte, con incroci perfettamente controllati dai semafori, con un lago artificiale circondato da edifici maestosi: in realtà un quartiere-parco, le cui qualità urbane erano consolidate da molto verde. Tutto ciò era nato da un’unica visione e con un unico stile architettonico, un miscuglio di classico e moderno, una sorta di stile neo-italiano favorito dal regime fascista, così come in Germania il regime nazista si era ritagliato uno stile particolare.
EUR rappresentò anche il caso esemplare della ricostruzione postbellica, che fu alla base della ripresa economico-sociale italiana. Oltre alla costruzione di abitazioni, furono essenziali il completamento degli edifici storici e poi la loro attribuzione a musei o istituzioni della nuova repubblica italiana. In occasione dei Giochi Olimpici di Roma del 1960, EUR ebbe un ulteriore sviluppo urbano e architettonico, che accrebbe l’immagine pubblica del quartiere.
Per me, l’EUR non era allora un quartiere visitato con gli occhi del turista. Venivo dalla precarietà dei primi mesi romani, dalla camera di Sirio, dai percorsi verso la Caritas e dalle telefonate fatte con inquietudine. In quei viali larghi, tra edifici severi e spazi calcolati con un ordine quasi astratto, sentii per la prima volta che entravo in una Roma del lavoro, non soltanto dell’attesa. Lì, in uno scenario monumentale e freddo, avrei dovuto verificare di nuovo la mia competenza professionale.
La ditta di Carlo
La ditta EUR Microcomputer era formata da due persone: Carlo e sua moglie. Funzionava in un seminterrato di un edificio residenziale dell’EUR. La sede della ditta era, in realtà, una sala grande con sette o otto scrivanie, dove, all’occorrenza, potevano entrare dieci o dodici studenti per corsi di computer, servizio molto di moda in quegli anni per le ditte di informatica. Essendo una ditta relativamente recente, prima di arrivare all’organizzazione di corsi, funzionava principalmente come una sorta di intermediario, occupandosi della vendita di computer, stampanti e altri prodotti della tecnica di calcolo a imprese o istituzioni pubbliche che volevano informatizzarsi. Poiché le aziende fornitrici di tali apparecchiature — IBM, Digital o Hewlett-Packard — si occupavano della commercializzazione dei loro prodotti solo per grandi aziende e istituzioni statali, esse utilizzavano intermediari simili, spesso start-up create da loro ex dipendenti, offrendo prezzi più vantaggiosi per penetrare il mercato dell’informatizzazione galoppante dell’Italia fino alla periferia delle piccole imprese o delle istituzioni meno importanti. Gli intermediari coltivavano relazioni di amicizia o d’affari con manager o anche semplici impiegati degli operatori economici interessati ad acquistare tecnica di calcolo. Erano i primi a essere consultati quando l’impresa aveva bisogno di comprare tali apparecchiature. E queste preferenze per fornitori-amici funzionavano anche nel caso delle istituzioni pubbliche, dove, per gli acquisti, esisteva l’obbligo delle gare: una gara truccata è sempre meglio di una gara al buio.
Rebibbia e il magazzino
Nel tempo Carlo aveva conquistato la fiducia di molti potenziali clienti grazie alla simpatia e alla sicurezza che emanava, ma anche grazie ai prezzi bassi che praticava. Tra i clienti di Carlo vi era Roberto C., capo del Magazzino di abbigliamento degli agenti e delle guardie delle carceri italiane, situato all’interno del carcere romano di Rebibbia, che aveva aperto una gara per l’informatizzazione del magazzino, vinta da Carlo. Questo magazzino consegnava abbigliamento di ogni tipo: uniformi, camicie, calze, scarponi ecc., a tutte le carceri d’Italia. Dal magazzino dovevano partire casse o balle verso tutti gli angoli d’Italia, in risposta agli ordini provenienti dalle carceri per le loro guardie e i loro agenti.
La gestione di questi ordini, la formazione dei pacchi secondo gli ordini e la loro consegna alle carceri erano le principali attività che il magazzino, sotto la direzione di Roberto C., doveva realizzare. Ma, poiché il magazzino doveva essere alimentato permanentemente con nuovi prodotti man mano che le scorte diminuivano, i fornitori di abbigliamento dovevano essere sollecitati in tempo a partecipare alle gare e, una volta vinte le gare, dovevano essere controllati affinché fornissero in tempo l’abbigliamento contrattato, per evitare che il magazzino non potesse soddisfare gli ordini delle carceri. In breve, si trattava del noto problema della gestione delle scorte (inventory management), che richiedeva la manipolazione di una grande quantità di documenti (ordini, preventivi, contratti ecc.) e una pianificazione rigorosa delle scorte, cosa che, in assenza dei computer, richiedeva un gran numero di persone e un’enorme quantità di carte. La decisione di informatizzare il magazzino era dunque naturale e, di conseguenza, Roberto C. procedette correttamente all’istituzione di una gara per un sistema informatico chiavi in mano per la gestione del magazzino, usando i tre PC in dotazione al magazzino. Roberto era lui stesso appassionato di computer, in particolare del programma Excel di Microsoft, con cui faceva i propri calcoli e programmi di attività.
Il software mancante
Alla gara Carlo propose i requisiti di un software capace di informatizzare il magazzino a un prezzo abbastanza basso da non avere concorrenti. Carlo, per la sua formazione di commerciante e non di ingegnere, riteneva che in un sistema informatico l’hardware fosse l’elemento importante, mentre i programmi sarebbero venuti dopo quasi da soli. Ma il conto fatto a casa non coincise con quello del mercato, e Carlo entrò in uno stato di stress continuo perché il sistema non poteva diventare operativo nei tempi stabiliti dal contratto, e dunque non poté incassare tutto il denaro, per mancanza dei programmi. Cercò programmatori in grado di scrivere il software del sistema e, alla fine, trovò un piccolo gruppo di polacchi di passaggio a Roma, diretti in Canada, che scrissero i programmi in Pascal, usando una base di dati dBase III. Purtroppo per Carlo, ai polacchi arrivarono i visti e partirono, lasciando il software, in grandi linee, completo, ma non installato e, ovviamente, non testato.
Turbo Pascal e dBase III
“Ma che software hanno usato per lo sviluppo dell’applicazione?”, chiesi a Carlo.
“Mi hanno detto che hanno usato Turbo Pascal. Lo conosci, vero?”, mi chiese Carlo sospettoso.
“Oh sì, certo”, risposi, senza mentire troppo. Conoscevo Pascal, perché lo avevo insegnato per alcuni anni al Politecnico di Bucarest; avevo sentito parlare anche di Turbo Pascal, che è un ambiente di sviluppo integrato (IDE) per il linguaggio di programmazione Pascal proposto da Borland, ma non avevo mai usato la libreria per l’accesso alle basi di dati.
Una settimana di apprendimento
Feci alcuni giri nelle librerie già identificate del centro di Roma, preparai una lista di oltre venti libri che mi permettessero di mettermi al passo con le conoscenze di Turbo Pascal e MS-DOS che mi mancavano, poi ne analizzai contenuto e prezzo con calma, a casa, e infine ne scelsi tre, che comprai. Mi misi a studiare e, in una settimana, fui in grado di continuare l’opera dei polacchi.
Il rientro nella competenza
Seduto alla mia scrivania alla EUR Microcomputer e lavorando di nuovo sui programmi, come in Romania, non mi rendevo davvero conto di trovarmi in un’altra città, in un altro paese, facendo un altro tipo di lavoro. Alzando gli occhi dal computer e vedendo dove mi trovavo, sentivo un misto di stupore, di paura e di entusiasmo per essermi sottoposto a una prova di maturità e competenza.
Conclusione
Il primo lavoro non mi risolse la vita; il guadagno da Carlo era piccolo, poco più dell’affitto mensile, ma cambiò il mio rapporto con l’Italia. Avevo cominciato a non dipendere più soltanto da aiuti, raccomandazioni e promesse. Potevo leggere, imparare, continuare il lavoro di altri e produrre qualcosa di utile in un contesto completamente nuovo.
Roberto C., tuttavia, non rimase per me soltanto il responsabile del magazzino per il quale lavoravo. Il rapporto nato intorno a quel progetto superò presto l’ambito professionale e si trasformò in un’amicizia che dura da oltre trentacinque anni. In Italia ho avuto numerosi rapporti di lavoro e molte conoscenze, ma pochi veri amici italiani; Roberto è uno di loro.
Questo primo lavoro fu una lezione di modestia professionale, ma anche di fiducia. Non contava più soltanto ciò che avevo fatto in Romania, ma ciò che potevo fare subito, in un seminterrato dell’EUR, con Turbo Pascal, dBase III, alcuni libri comprati in fretta e la pressione di un progetto che doveva essere finito. Da quel momento, l’Italia non era più soltanto il luogo in cui aspettavo una decisione americana; diventava anche il luogo in cui potevo lavorare.





