Luca Dan Șerbănați all'esame di maturità, 1961
Luca Dan Șerbănați nei primi anni Settanta
Luca Dan Șerbănați all'ultima lezione del quinto anno, aprile 1989

Luca Dan Șerbănați

Professore emerito alla Politehnica di Bucarest

Ricerca, insegnamento, industria e memorie

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Luca Dan Șerbănați a Venezia, 1990
Luca Dan Șerbănați a New York, 2005
Luca Dan Șerbănați

Verso la fine del 1989, la mia vita professionale in Italia cominciava a mettersi in movimento, ma non aveva ancora trovato una direzione sicura. Si aprivano possibilità, avvenivano incontri e si facevano promesse, ma nulla assumeva subito la forma di un lavoro stabile. Alcuni di questi episodi sono sviluppati in altre pagine del sito; qui li riunisco per seguire l’inizio della mia ricostruzione professionale.

Una porta rimasta socchiusa

Una di queste possibilità sembrava delinearsi alla Datamat, una delle importanti società informatiche di Roma. Attraverso Giovanni M., avevo incontrato nel suo ufficio alcuni rappresentanti della direzione dell’azienda e, poco prima di Natale, fui convocato per un colloquio. Ebbi l’impressione che la conversazione fosse andata bene. Mi parlarono perfino della possibilità di un’assunzione.

Attesi di essere richiamato, ma la telefonata non arrivò mai.

Era una di quelle situazioni alle quali un emigrato si abitua presto: una porta sembra aprirsi, ma resta soltanto socchiusa. Non potevo aspettare troppo, né permettermi di scoraggiarmi. Dovevo accettare ogni occasione che mi consentisse di lavorare nella mia professione e di guadagnare il denaro necessario per vivere.

EUR Microcomputer

Un’occasione del genere si presentò grazie a Carlo C., che dirigeva una piccola società informatica nel quartiere EUR. L’azienda vendeva e installava computer, in un periodo in cui imprese e istituzioni italiane cominciavano a informatizzarsi rapidamente.

Molti acquistavano le apparecchiature, ma scoprivano soltanto dopo che un computer, senza i programmi adatti e senza persone capaci di usarlo, non risolveva quasi nulla. I computer si vendevano con relativa facilità; il vero problema cominciava dopo l’installazione.

Il progetto di Rebibbia

Carlo aveva ottenuto un contratto per informatizzare un deposito di vestiario situato all’interno del carcere di Rebibbia. Non si trattava, come si potrebbe pensare, dell’archivio dei detenuti, ma della gestione del deposito che forniva abiti e attrezzature al personale degli istituti penitenziari di tutta Italia.

Il progetto era stato avviato da alcuni programmatori polacchi che, dopo aver ottenuto il visto, erano partiti per il Canada. Il lavoro doveva essere proseguito e portato a termine. Accettai la collaborazione e per un certo periodo lavorai sia presso la sede della società, sia direttamente a Rebibbia.

Per me, il semplice fatto di rientrare in un ambiente tecnico aveva una grande importanza. Dopo mesi trascorsi quasi esclusivamente a preoccuparmi del permesso di soggiorno, dell’affitto e del denaro necessario per il giorno successivo, tornavo ai computer e alla programmazione. Era il campo che conoscevo e nel quale potevo dimostrare ciò che sapevo fare, senza dover spiegare continuamente il mio passato o la posizione che avevo avuto in Romania.

Roberto

A Rebibbia conobbi Roberto C., responsabile del deposito di vestiario. Il nostro rapporto superò di molto la circostanza professionale nella quale era nato. Diventammo amici e la nostra amicizia durò per più di trent’anni. In seguito si conobbero anche le nostre famiglie.

Tra tutte le cose rimaste da quel progetto, l’amicizia con Roberto fu probabilmente la più importante.

Una collaborazione incerta

La collaborazione con Carlo C. non durò a lungo. Il pagamento relativo al mese di febbraio tardava ad arrivare. Egli sosteneva che il committente non gli avesse ancora pagato il lavoro e che avrebbe potuto pagarmi soltanto dopo la conclusione del progetto.

Il denaro arrivò soltanto in aprile.

Per una persona stabilitasi da poco in Italia, senza risparmi e senza alcuna sicurezza per il giorno seguente, un simile ritardo non era un semplice inconveniente. Significava non poter pagare l’affitto e le spese quotidiane. Non potevo continuare in quelle condizioni e rinunciai alla collaborazione.

EUROTRONIC SRL

Nel frattempo, il progetto di cui Giovanni M. mi aveva parlato già a settembre cominciava ad assumere una forma concreta. Nel gennaio 1990 fondò la società EUROTRONIC SRL. La sede dell'azienda si trovava vicino a Piazza Bologna, in una zona molto più centrale rispetto al quartiere EUR.

Giovanni mi offrì l’incarico di direttore tecnico, un titolo che suonava importante, anche se all’inizio ero l’unico (non dipendente!) dell'azienda. Per questo ruolo e per altri incarichi successivi, una volta ottenuto il permesso di soggiorno, dovetti aprire la cosiddetta "partita IVA", ovvero il regime fiscale italiano per i liberi professionisti.

Giovanni proveniva dalla polizia e conosceva bene i problemi del controllo degli accessi e della sorveglianza. Una delle sue idee era realizzare un sistema capace di riconoscere automaticamente le targhe delle automobili all’ingresso di un garage o di un’area riservata.

Oggi sistemi del genere sono comuni. All’inizio degli anni Novanta, però, la tecnologia non era ancora abbastanza matura. Le telecamere non fornivano sempre immagini sufficientemente nitide, le condizioni di luce cambiavano e le targhe potevano essere sporche, danneggiate o difficili da leggere. Persino organizzare dimostrazioni convincenti per i potenziali clienti era complicato.

Lavorai accanto a Giovanni per due o tre anni, talvolta parallelamente ad altre collaborazioni. Non tutti i progetti immaginati divennero prodotti commerciali, ma ciascuno di essi mi offrì contatti, esperienza e una migliore comprensione dell’ambiente professionale italiano.

Un piccolo ponte tra Bucarest e Roma

Come direttore tecnico di EUROTRONIC, mi occupai anche di trovare le persone di cui la nuova società aveva bisogno. Era il periodo immediatamente successivo alla caduta della Cortina di Ferro, quando molti specialisti dell’Europa orientale partivano verso l’Occidente. Numerosi informatici e ingegneri attraversavano l’Italia diretti negli Stati Uniti o in Canada.

Dopo la Rivoluzione romena, la notizia che mi trovavo a Roma e lavoravo in una società informatica arrivò anche ad alcuni miei ex studenti. Diversi vennero con le loro famiglie; molti li conoscevo bene e con alcuni ero anche amico. Potei assumere quelli delle cui competenze EUROTRONIC aveva bisogno; altri, specializzati in settori diversi — grafica, sistemi in tempo reale e altri ancora — li misi in contatto, tramite Giovanni M. o altre conoscenze, con aziende che cercavano specialisti.

Uno degli assunti da EUROTRONIC fu Sorin D., che si era laureato in Informatica applicata ai calcolatori a Bucarest soltanto un anno prima e mi aveva avuto come docente. Giovanni M. lo prese subito in simpatia, soprattutto quando Sorin cominciò a implementare in C il programma per il riconoscimento automatico delle targhe, uno dei progetti ai quali Giovanni teneva maggiormente.

Sorin continuò a lavorare a quel programma per quasi tre anni, anche dopo che io avevo lasciato EUROTRONIC. Proseguì lo sviluppo persino dopo essersi stabilito in Inghilterra: di tanto in tanto tornava a Roma per mostrare a Giovanni i progressi compiuti e ottenere altri fondi con cui continuare il lavoro. In seguito si trasferì negli Stati Uniti, dove divenne professore universitario. Il suo programma, notevole per quell’epoca, non arrivò tuttavia a una validazione industriale.

Per me, quegli incontri rappresentarono una continuazione inattesa della vita universitaria di Bucarest. Ex studenti riapparivano in un altro paese e in un contesto completamente diverso, mentre il rapporto docente–studente si trasformava talvolta in una collaborazione professionale. Per un certo periodo, Roma era diventata un punto d’incontro tra il mondo che avevo lasciato e quello nel quale cercavo di costruirmi una nuova vita.

Al “kolchoz”

In breve tempo, a Roma si era raccolto un piccolo gruppo di romeni, molti dei quali miei ex studenti o conoscenti, tutti in situazioni simili. Giovanni M. comprese il problema: quelle persone avevano bisogno non soltanto di un lavoro, ma anche di un posto dove vivere finché la loro situazione non si fosse chiarita.

Affittò un appartamento molto grande, nel quale tutti riuscimmo a trovare un posto per dormire. C’era anche una sala da pranzo spaziosa, dove mangiavamo insieme, “al kolchoz”, come dicevamo scherzando. Per persone di passaggio, con pochi soldi e un futuro ancora incerto, era una soluzione pratica che ci aiutava a restare uniti.

Anch’io dovetti lasciare la casa di Sirio e trasferirmi con i miei ex studenti, tanto più che nelle settimane successive doveva arrivare a Roma anche la mia famiglia.

Essendo il più anziano del “kolchoz”, mi attribuii anche il ruolo di cuoco. Sirio mi aveva insegnato a preparare la pasta aglio, olio e peperoncino, con aglio, olio extravergine d’oliva e peperoncino. Nella mia versione aggiungevo anche prezzemolo e un po’ di salsa di pomodoro, poi cospargevo il tutto con un cucchiaino di parmigiano grattugiato. Era un piatto semplice, economico e adatto ai nostri pasti comuni. Altre volte preparavo la pasta al pomodoro, preferita dalle signore.

Naturalmente, a mia moglie la vita “al kolchoz” non piacque affatto e insistette perché affittassimo un appartamento tutto per noi. Così facemmo: due settimane dopo l’arrivo della mia famiglia, ci trasferimmo a Settecamini, un quartiere oltre il Grande Raccordo Anulare, dove gli affitti erano più accessibili.

Venduto insieme ai computer

Ma non tutti i venditori di computer erano come Carlo C. Conobbi anche Fabrizio M., concessionario esclusivo Olivetti, allora una delle grandi aziende informatiche italiane. Aveva trovato un’altra soluzione: mi “vendeva” al cliente insieme ai computer. Naturalmente è una battuta, ma in sostanza le cose andarono proprio così.

Prima della consegna delle apparecchiature, Fabrizio mi presentava al cliente e mi affidava la parte informatica del progetto. In questo modo si assicurava di non dover rispondere in seguito a tutti i problemi legati all’uso dei computer, mentre la responsabilità del software e del funzionamento dell’intero sistema ricadeva in gran parte sulle mie spalle.

Due dei suoi clienti di allora rimasero miei clienti per più di trent’anni: UNACOMA — Unione Nazionale Costruttori Macchine Agricole — e Conquiste del Lavoro, il quotidiano della CISL (Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori). Fabrizio aveva fornito loro i computer, ma per quanto riguardava il software io divenni il loro fornitore quasi esclusivo. Nel corso degli anni arrivai a sentirmi parte di quelle organizzazioni, e i programmi da me realizzati continuarono a essere utilizzati fino a oggi dai loro dipendenti. Avrò ancora occasione di parlare di questi due clienti e dei progetti che realizzai per loro.

Dai computer al software

In quel periodo compresi qualcosa di essenziale sul mercato informatico italiano. I computer si vendevano bene e in grandi quantità, ma il vero bisogno — ancora poco riconosciuto perfino da alcuni cosiddetti “specialisti” — era il software. Le aziende avevano bisogno di programmi, dell’integrazione delle apparecchiature, della formazione del personale e, soprattutto, di persone capaci di trasformare un problema concreto in un sistema informatico realmente funzionante.

La mia formazione, che in Romania ad alcuni era sembrata troppo teorica, cominciava a mostrare il proprio valore pratico. Le conoscenze di programmazione e progettazione dei sistemi mi permettevano di apprendere rapidamente tecnologie che non avevo mai utilizzato prima e di comprendere il problema al di là del prodotto o del linguaggio di programmazione che in quel momento andava di moda.

Non avevo ancora trovato un posto stabile. Avevo però trovato un ambiente nel quale ciò che sapevo fare era necessario e nel quale potevo ricostruire, gradualmente, la mia identità professionale.


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