Luca Dan Șerbănați all'esame di maturità, 1961
Luca Dan Șerbănați nei primi anni Settanta
Luca Dan Șerbănați all'ultima lezione del quinto anno, aprile 1989

Luca Dan Șerbănați

Professore emerito alla Politehnica di Bucarest

Ricerca, insegnamento, industria e memorie

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Luca Dan Șerbănați a Venezia, 1990
Luca Dan Șerbănați a New York, 2005
Luca Dan Șerbănați

Il trasferimento dalla stanza sordida della pensione Di Rienzo all'appartamento di Sirio, vicino a Piazza Re di Roma, non fu un'installazione vera e propria. Era ancora provvisorio, ancora attesa, ancora incertezza. Ma, per la prima volta dopo il mio arrivo a Roma, avevo un indirizzo, un telefono al quale potevo essere cercato e una porta a cui potevo tornare la sera. Questa modesta stabilità cambiò il mio rapporto con la città.

Fino ad allora Roma era stata per me una successione di punti obbligati: la stazione Termini, la pensione, la Caritas, gli uffici in cui si compilavano domande, le telefonate fatte con speranza e i percorsi a piedi per risparmiare denaro. Nella casa di Sirio, la città cominciò a entrare nella mia vita quotidiana: il mercato del mattino, il pranzo alla Caritas, le serate davanti alla televisione, le lettere mandate a casa e le lezioni d'italiano fatte con il dizionario davanti.

In affitto da Sirio

Il tempo continuava a essere soffocante. Ero stanco di stare in quella stanza sordida della pensione Di Rienzo, così, su suggerimento di Anca, cominciai a cercare una camera in affitto negli annunci dei giornali italiani. Con l'aiuto del proprietario della pensione, feci diverse telefonate agli annunci che sembravano più accessibili economicamente. Dopo alcuni giorni trovai una stanza in affitto da Sirio C., vicino a Piazza Re di Roma. Sirio era un vecchietto di sessantacinque anni, basso di statura, tarchiato senza essere grasso, come sono molti italiani. Aveva piccoli occhi azzurri che mi guardavano con curiosità da dietro occhiali senza montatura, scintillanti alla luce del lampadario del salone. Quando si muoveva per casa, vestito con pantaloncini corti, le sue gambe storte, piene di vene varicose, gli davano un'aria comica. Viveva solo in un appartamento con due camere da letto e un salone in un edificio imponente del centro di Roma, costruito negli anni del fascismo. Sirio stesso era un nostalgico mussoliniano. La moglie gli era morta anni prima e aveva dovuto crescere da solo i tre figli: due figlie, B., la maggiore, e P., la minore, e, tra loro, un maschio, M., architetto. Aveva lavorato in ristoranti e alberghi, come cameriere o maître. Riceveva ancora telefonate da ex clienti facoltosi, con ville fuori Roma, che gli chiedevano di organizzare pranzi o cene quando avevano molti invitati, e pareva che Sirio se la cavasse magnificamente vestito nella sua uniforme inamidata, bianco immacolato. Va da sé che Sirio sapeva cucinare, così ci accordammo perché mi preparasse la cena a pagamento, mentre io mi sarei arrangiato da solo con la colazione ai fornelli della cucina, e avrei continuato a pranzare alla mensa Caritas.

Mi era chiaro che Sirio mi aveva affittato la stanza perché aveva bisogno di denaro. La sua pensione era relativamente piccola e doveva arrotondarla in qualche modo, mentre i redditi provenienti dall'organizzazione di cene eleganti avevano carattere sporadico. Un'entrata regolare, mensile, era una soluzione migliore. Col tempo, però, mi resi conto che Sirio aveva bisogno anche di compagnia, di qualcuno con cui parlare e a cui raccontare la propria vita. La sua scelta cadde su di me e, nonostante il suo carattere burbero e brontolone, credo che si affezionò a me nei nove mesi in cui fui suo inquilino, rendendomi partecipe di tutte le sue pene e gioie e presentandomi, lungo quei mesi, a tutti i suoi parenti. Sempre per solitudine, nelle mattine dei giorni lavorativi si era assunto l'impegno di andare a prendere dall'asilo vicino il nipotino Riccardo, il figlio di quattro anni di B., e di occuparsi di lui finché B., uscendo dal lavoro, passava a riprendere il bambino. Accadeva che, al mio ritorno dalla mensa, trovassi ancora B. a casa di Sirio, mentre pranzava con il padre, e scambiassimo qualche parola.

Una giornata nella vita di un emigrante

Le mie giornate cominciavano ad assumere un contorno abbastanza stabile man mano che risolvevo le preoccupazioni immediate con i soldi di Anca. La mattina uscivo con Sirio a fare la spesa in un piccolo mercato improvvisato dai produttori sui marciapiedi, vicino a casa nostra, solo fino a mezzogiorno. Sirio mi chiedeva che cosa volessi mangiare e compravamo di comune accordo verdure, carne, formaggi e frutta. Tornati a casa, Sirio si metteva a cucinare, mentre io mi occupavo della corrispondenza ricevuta e da spedire, facevo telefonate in cerca di un lavoro o preparavo la mia lezione d'italiano.

Dopo le undici uscivo di casa e mi dirigevo verso la mensa Caritas, a circa trenta minuti a piedi, in Via delle Sette Sale, sul Colle Oppio, uno dei colli di Roma, vicino alla Basilica di Santa Maria Maggiore e alla Stazione Termini. Si sapeva che in quella zona, praticamente proprio sotto la mensa Caritas e sotto gli edifici attorno, era sepolta una parte della Domus Aurea, l'enorme villa di Nerone, da lui costruita su tre colli dopo l'incendio di Roma. La villa, probabilmente mai completata, fu distrutta dopo la morte di Nerone, in seguito al processo di damnatio memoriae che seguì alla sua morte e a un incendio proprio della porzione di domus sul Colle Oppio. Le superfici appartenenti alla Domus Aurea furono, alcune, restituite al popolo romano dagli imperatori successivi, altre destinate a nuovi usi, e così iniziò la demolizione o l'interramento degli edifici, processo che continuò nei secoli successivi. La parte sopravvissuta della Domus Aurea, essendo stata interrata, è proprio quella del Colle Oppio. Fu nascosta dalla terra scavata per le terme costruite accanto da Traiano e dunque protetta dalla spoliazione dei monumenti nel Medioevo e poi dalle barbarie del turismo, finché un giovane cadde accidentalmente in una buca nel parco del Colle Oppio. In quell'occasione fu scoperta una sala enorme, decorata con splendide pitture di epoca romana. Gli esperti accorsi sul posto constatarono che, al contatto con la luce e l'aria, le pitture si disintegravano, come ci racconta anche Federico Fellini nel suo film Roma, nel caso della costruzione della metropolitana romana.

Naturalmente non avevano in mente tutto questo gli stranieri rifugiati in attesa del visto, né i mendicanti italiani, seduti quieti in fila all'ingresso della mensa. La mensa apriva alle dodici e tutti aspettavamo il momento di entrare e mangiare le due portate: la prima era la pasta, uno degli innumerevoli tipi di pasta della cucina italiana; la seconda un piatto con carne, e poi il dessert, tutto su piatti di plastica e con posate di plastica, messi a nostra disposizione in pacchetti igienizzati. Il personale che ci serviva era formato da volontari, giovani o pensionati, estremamente rispettosi verso tutti noi. In coda c'erano molti est-europei: romeni, polacchi e cechi, ma anche marocchini e tunisini. I romeni, in attesa di un visto per gli Stati Uniti, il Canada o l'Australia, erano di ogni genere. Ci conoscevamo più o meno e ci raggruppavamo quasi automaticamente secondo preferenze basate sul livello culturale, sulla provenienza rurale o urbana, sulla regione di origine o sui mestieri praticati in Romania. Discutevamo tra noi di ciò che accadeva nel paese e nel mondo, di quello che si sentiva ai consolati riguardo ai nostri colloqui, di come ce la cavavamo in Italia. In mancanza di conoscenze approfondite sull'argomento, sparlavamo degli italiani, naturalmente, criticandoli per la loro indifferenza nei nostri confronti, per l'individualismo esasperato coltivato per secoli, per la loro mancanza di civiltà in uno spazio civilizzato e civilizzatore da millenni che non meritavano, e così via. In tutte queste sciocchezze dimenticavamo che ci trovavamo lì in libertà, nutriti e protetti dagli italiani, fosse la Chiesa Cattolica Italiana o fossero i poliziotti che non si vedevano ma che certamente ci sorvegliavano.

Dopo il pranzo tornavo lentamente a casa, se dovevo aspettare una telefonata, oppure vagavo per il centro di Roma, cercando di vedere tutto ciò che era possibile, ovunque non si dovesse pagare un biglietto. Le librerie erano un luogo prediletto. A un certo punto scoprii, vicino a Piazza di Spagna, una libreria con libri in lingua inglese. Da allora le facevo visita regolarmente, cercando libri e riviste di informatica di cui ero stato privato per tanti anni in Romania. Fui informato che si accettavano anche ordinazioni, così mi proposi, quando avessi avuto denaro, di ordinare tutti i libri che avevo desiderato in Romania.

Un altro luogo in cui andavo verso sera erano le grandi chiese del centro di Roma, con la loro ricchezza di affreschi, quadri, mosaici e statue. Entravo in punta di piedi durante la funzione, aspettando le omelie dei sacerdoti per cercare di capire la loro lingua italiana, parlata lentamente e correttamente.

Tornato a casa verso sera, Sirio mi aspettava con la tavola apparecchiata. Mangiavo da solo, perché Sirio la sera beveva soltanto un tè, guardando entrambi la televisione, io cercando di capire che cosa si diceva nei telegiornali e nei talk-show, chiedendo a Sirio di spiegarmi ciò che non capivo.

Ogni sera, dalla mia nuova camera, scrivevo lettere a mia moglie, raccontandole della vita in Italia e dei piani per il futuro, senza insistere sulle difficoltà o sull'incertezza che mi pesavano addosso. Di tanto in tanto spedivo pacchi con regali alla famiglia e ai parenti in occasione dei compleanni. Inoltre mandavo a tutti gli amici nel paese, ma anche all'estero, cartoline con vedute di Roma, con qualche parola amichevole o qualche battuta. Dovevo dare loro l'impressione che vivevo bene e che non dovevano preoccuparsi troppo per la mia sorte.

Lezioni d'italiano

Preoccupato di non diventare un peso per mia zia, decisi di cercare lavoro per assicurarmi la sopravvivenza a Roma. Di nuovo, le pagine degli annunci sui giornali italiani mi furono utili. Cominciai a telefonare dal telefono del padrone di casa, cercando di trovare lavoro. Approfittando del tempo libero fino al reperimento di un impiego, mi misi a studiare seriamente l'italiano, senza il quale qualsiasi lavoro sarebbe stato difficile da ottenere, dato che la maggior parte degli italiani non conosceva l'inglese abbastanza bene da usarlo al lavoro. La lingua italiana, sorella del romeno, appartenendo alla stessa stirpe latina, è in realtà difficile da padroneggiare bene. Le opere italiane che avevo amato fin dall'infanzia, i film del neorealismo italiano che divoravo al cinema mi avevano abituato alla risonanza della lingua italiana; sapevo o, meglio, intuivo il significato di molte parole, ma parlare per farmi capire era tutt'altra cosa. Cominciai a girare per le chiese durante la funzione serale per ascoltare le omelie dei sacerdoti in italiano. Mi comprai con pochi soldi una guida di Roma e un dizionario italiano-inglese. Riprendendo una pratica degli anni universitari per imparare l'inglese, ogni giorno scrivevo in un quaderno, su due colonne affiancate, quaranta nuove parole italiane e, rispettivamente, le loro traduzioni in romeno. Le leggevo più volte, poi verificavo se le ricordavo, coprendo con la mano prima la parte romena, poi quella italiana. Infine, la sera, davanti alla televisione, conversavo con Sirio, cercando di usare le parole apprese.

Di quel periodo si sono conservate alcune pagine del mio repertorio di parole italiane. Non era un quaderno di scuola, ma uno strumento di sopravvivenza. Le parole, scritte in fretta, corrette, cancellate e riprese con altri significati, mostrano meglio di qualsiasi spiegazione il modo in cui cercavo di trasformare una lingua vicina, ma ancora straniera, in un mezzo di esistenza quotidiana. Studiavo l'italiano non per curiosità culturale, ma per il bisogno molto concreto di poter telefonare, rispondere a domande, chiedere informazioni, capire gli annunci e, in fin dei conti, non essere più muto nella città in cui vivevo.

Una soglia

Guardando indietro, mi rendo conto che abitare da Sirio fu più di una soluzione pratica. Là cominciai a passare dalla condizione di rifugiato che aspetta alla condizione di uomo che cerca di organizzarsi. Non avevo ancora sicurezza, non sapevo ancora se l'America sarebbe rimasta la destinazione finale, ma Roma non era più soltanto una sala d'attesa. Diventava, lentamente e senza chiedermi il permesso, una vita possibile.

La casa di Sirio non fu importante per il comfort, ma per la sua funzione di rifugio intermedio. Tra la pensione Di Rienzo e il primo vero lavoro, tra la Caritas e i primi corsi, tra il fascicolo americano e l'adattamento italiano, essa fu il luogo in cui imparai a trasformare la sospensione in routine e la routine in inizio di ricostruzione.


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