Luca Dan Șerbănați all'esame di maturità, 1961
Luca Dan Șerbănați nei primi anni Settanta
Luca Dan Șerbănați all'ultima lezione del quinto anno, aprile 1989

Luca Dan Șerbănați

Professore emerito alla Politehnica di Bucarest

Ricerca, insegnamento, industria e memorie

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Luca Dan Șerbănați a Venezia, 1990
Luca Dan Șerbănați a New York, 2005
Luca Dan Șerbănați

Per molti la catastrofe di Chernobyl fu uno choc visto alla televisione o ascoltato alla radio. Per me acquistò anche una dimensione personale, legata a un giorno che non sono mai riuscito a dimenticare.

Un anno prima, nel 1985, ero stato operato alla tiroide. Alcuni noduli, cresciuti molto, erano diventati visibili alla base del collo e i medici avevano deciso di asportare un lobo della tiroide. Mi trovavo quindi in un periodo in cui, naturalmente, questo problema mi preoccupava più del solito.

Era giovedì 1° maggio 1986, giorno festivo. Il tempo era splendido e decisi di andare a fare una passeggiata a Herăstrău con mio figlio, che aveva sei anni. Prendemmo il tram da Piața Moghioroș fino allo Ștrandul Tineretului, dalla parte della Șosea, e da lì, attraversando Șoseaua Kiseleff, entrammo nel parco. L’imbarcadero era vicino e ci sembrò una buona idea prendere una barca sul lago.

Mio figlio era entusiasta. Feci remare un po’ anche lui, più che altro per gioco, e girammo intorno all’isola al centro del lago. Tutto sembrava tranquillo, luminoso, quasi festoso.

Solo che, verso le undici, il cielo cambiò improvvisamente. Si addensarono nuvole nere e divenne chiaro che avrebbe piovuto. Come molti altri, ci affrettammo a tornare all’imbarcadero.

Le prime gocce cominciarono a cadere mentre cercavamo di uscire dal parco. Purtroppo scegliemmo una strada più lunga e arrivammo verso l’Arco di Trionfo proprio quando la pioggia si era fatta intensa. Correndo, trovammo riparo al Monastero di Cașin, insieme a molte altre persone sorprese dal maltempo.

Lì, parlando con gli altri, appresi che alla radio era stato raccomandato di non uscire di casa, soprattutto sotto la pioggia. Non fu difficile capire che quelle gocce erano considerate pericolose. Non sapevamo esattamente da che cosa fossimo contaminati né da dove provenisse il pericolo, ma il sospetto era inevitabile.

Quando la pioggia cessò e tornò il sole, ci affrettammo a salire su un tram sovraffollato, pieno di persone che erano uscite per godersi il giorno di festa e ora cercavano di tornare a casa.

A casa mia moglie ci aspettava al colmo dell’angoscia. Una lunga doccia fu d’obbligo per entrambi. Poi cominciarono le telefonate da New York. Anca, su consiglio di Tibi, che era medico, mi esortava a iniziare un trattamento con iodio, proprio a me che avevo avuto da poco seri problemi alla tiroide. Naturalmente, lo iodio era introvabile.

Il motivo della raccomandazione era facile da capire. In un incidente nucleare, tra le sostanze che possono essere liberate nell’atmosfera c’è anche lo iodio radioattivo. La tiroide utilizza lo iodio per produrre gli ormoni e non distingue tra iodio stabile e iodio radioattivo. Se quest’ultimo viene inalato o ingerito, può concentrarsi nella ghiandola e aumentare il rischio di tumore della tiroide.

Lo iodio stabile, assunto al momento giusto e su indicazione delle autorità sanitarie, può ridurre l’assorbimento dello iodio radioattivo da parte della tiroide. Non protegge però dalle altre sostanze radioattive né protegge il resto dell’organismo. Per me, che ero stato operato da poco alla tiroide, tutto questo rendeva la preoccupazione ancora più forte.

Non so, e probabilmente non saprò mai, in quale misura quella pioggia contaminata abbia influito sulla mia salute o su quella di mio figlio. Ma l’emozione di quel giorno, la sensazione che una catastrofe lontana ci fosse letteralmente caduta addosso, non si è mai cancellata dalla mia memoria.

Anni dopo, quando arrivai a Brasimone e conobbi meglio la storia del centro ENEA, Chernobyl tornò nella mia memoria non soltanto come un grande evento storico, ma anche come quella pioggia del 1° maggio sotto la quale mi ero trovato per le strade di Bucarest insieme a mio figlio.

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