La strada verso Brasimone
Un progetto di sorveglianza e allarme, un programma scritto in Pascal sotto OS/2, i viaggi con Nando attraverso l’Appennino emiliano e un luogo che la professione mi aiutò a scoprire.
Attraverso EUROTRONIC, la società nella quale lavoravo, conobbi anche altre piccole imprese che operavano al confine tra informatica ed elettronica. Una di esse, ELECTRON srl, apparteneva a Francesco S., un amico di Giovanni M. Aveva installato presso il Centro di ricerca ENEA del Brasimone un sistema di sorveglianza e allarme, del quale assicurava anche la manutenzione.
Un progetto di sorveglianza
Ero direttore tecnico di EUROTRONIC, ma per questa collaborazione fui assunto formalmente da ELECTRON srl, che aveva bisogno di consulenza per la parte informatica del sistema. Il mio compito consisteva, in sostanza, nell’occuparmi del programma che coordinava il funzionamento del centro di sorveglianza.
Il responsabile tecnico del sistema era Nando — Fernando B. —, un uomo sui trentacinque anni, bruno, calmo e taciturno. Conosceva l’impianto nei minimi dettagli e parlava soltanto quando aveva qualcosa da dire. Ci prendemmo subito in simpatia. Possedeva anche un’altra qualità, tutt’altro che trascurabile per i nostri viaggi: guidava in modo impeccabile.
Il sistema informatico
Visto con gli occhi di oggi, il sistema del Brasimone aveva un’architettura piuttosto classica. Diverse zone del complesso — porte, cancelli, finestre, sale e altri punti sensibili — erano sorvegliate mediante sensori, telecamere e dispositivi di allarme.
Le informazioni giungevano a un centro di sorveglianza, dove gli operatori disponevano di monitor a colori e stampanti. Un computer centrale riceveva i segnali dal campo, li interpretava e li memorizzava in forma compressa su un disco rimovibile. A seconda della natura dell’allarme — intrusione, taglio, guasto o manomissione dei cavi, oppure diversi guasti tecnologici — il sistema attivava le azioni previste e mostrava le immagini provenienti dalla zona in cui si era verificato l’allarme.
Il sistema poteva essere configurato includendo o escludendo determinati ingressi, disattivando alcuni relè e compiendo altre operazioni analoghe. Su richiesta dell’operatore, si potevano ottenere sullo schermo o sulla stampante statistiche ed elenchi di eventi, filtrati per zona, tipo, data e ora. Quando si verificava un allarme, sullo schermo appariva la mappa della zona interessata e il punto che lo aveva generato veniva indicato da un’icona lampeggiante.
Il sistema possedeva anche un certo grado di “intelligenza”. Non analizzava soltanto eventi isolati, ma anche la loro successione nel tempo. Dall’ordine degli allarmi provenienti da diversi punti del complesso poteva tentare di ricostruire il percorso seguito da un intruso all’interno dell’impianto: da dove era entrato, quali zone aveva attraversato e in quale direzione si stava muovendo. Per l’operatore, ciò significava che una serie di segnali dispersi poteva essere trasformata in un’immagine coerente del movimento della persona all’interno del complesso.
All’inizio degli anni Novanta, tuttavia, per sistemi integrati di questo tipo non esistevano ancora gli standard, le architetture di riferimento e le soluzioni già configurate che sarebbero apparsi in seguito. Le telecamere, i sensori e le altre apparecchiature rispettavano naturalmente le specifiche dei rispettivi produttori, ma il modo in cui tutti questi elementi venivano collegati in un unico sistema dipendeva in larga misura da chi lo progettava.
Era questa la parte che mi riguardava direttamente. Il computer centrale doveva ricevere i segnali dai sensori, riconoscere le situazioni di allarme, impartire i comandi necessari e fornire agli operatori le informazioni utili per intervenire. Il mio compito era sviluppare e mantenere il software che realizzava questo coordinamento.
Scrissi il programma in Pascal, su un PC IBM sul quale girava il sistema operativo OS/2, allora molto diffuso in alcune applicazioni professionali. Dopo gli anni trascorsi in Romania a lavorare su linguaggi, compilatori e sistemi software, mi ritrovavo ora in un settore diverso, nel quale il programma non elaborava più soltanto dati astratti: era collegato direttamente a telecamere, sensori, allarmi e al funzionamento di un vero impianto tecnico.
Nando e i viaggi verso Brasimone
Di solito andavo a Brasimone insieme a Nando. La strada da Roma era lunga, ma non mi dispiaceva affatto. Al contrario, il viaggio era diventato per me un piacere. Nando guidava con calma e sicurezza, senza gesti inutili, proprio come parlava.
Procedendo verso nord e entrando nell’Appennino emiliano, la strada diventava sempre più bella. Le colline boscose, le valli e le strade che seguivano il rilievo mi ricordavano spesso i paesaggi subcarpatici della Romania. Dopo i mesi trascorsi quasi esclusivamente a Roma, quella somiglianza mi dava talvolta un inatteso senso di familiarità.
Il lago del Brasimone si trovava in una zona relativamente isolata. I centri abitati più importanti erano piuttosto lontani e, quando il lavoro non poteva essere concluso in un solo giorno, dovevamo fermarci per la notte. Vicino alla diga, sulla riva opposta al centro ENEA, c’era un ristorante con alcune camere. Mangiavamo lì e, qualche volta, vi dormivamo prima di riprendere il lavoro la mattina successiva.
Brasimone non fu dunque per me una sola trasferta, ma un viaggio compiuto più volte. Con il tempo, il percorso, il lago, il centro e perfino quelle notti trascorse vicino alla diga cominciarono a formare un piccolo universo a sé nella mia vita italiana di allora.
Soltanto gradualmente cominciai a capire che il luogo nel quale venivo a lavorare a un sistema di sorveglianza portava con sé una storia molto più importante del problema tecnico del quale mi occupavo.
Il Centro di ricerca ENEA del Brasimone
All’epoca, semplificando, parlavamo talvolta della “centrale nucleare del Brasimone”. In realtà, si trattava del Centro di ricerca ENEA del Brasimone, nato negli anni Sessanta e successivamente sviluppato per ricerche legate alle tecnologie nucleari. Là era stata avviata la costruzione del reattore sperimentale PEC — Prova Elementi Combustibili — destinato allo studio degli elementi di combustibile per i reattori veloci.
Soltanto più tardi compresi meglio il valore simbolico di quel luogo. Brasimone non era soltanto un centro tecnico appartato tra le colline appenniniche, ma anche una delle espressioni dell’ambizione nucleare italiana negli anni in cui l’Italia, insieme alla Francia, era all’avanguardia europea in questo campo di ricerca. Dopo l’incidente di Chernobyl e il referendum italiano del 1987, quel capitolo fu però interrotto e il reattore sperimentale non venne mai completato.
Per me, allora, tutti questi significati costituivano soltanto lo sfondo di un problema molto più concreto: come sorvegliare un vasto complesso tecnico e come segnalare rapidamente le situazioni anomale che si verificavano nelle sue diverse zone.
La tecnologia in un paesaggio inatteso
Il complesso tecnico non si trovava in un paesaggio industriale, come avrei potuto immaginare prima di arrivarvi, ma in uno scenario naturale particolarmente bello. La distesa dell’acqua, i versanti boscosi e la strada che seguiva le forme del terreno contrastavano con le telecamere, i sensori, i cavi e gli impianti dei quali parlavamo durante le trasferte.
Era uno di quegli incontri inattesi tra natura e tecnologia che avrei osservato molte volte in Italia.
Una geografia professionale più ampia
Per me, Brasimone non rimase soltanto il nome di un progetto. Fu anche uno dei primi luoghi d’Italia nei quali arrivai grazie alla mia professione.
Fino ad allora, la geografia della mia emigrazione era stata limitata: il centro di Roma, la Caritas, la pensione, la casa di Sirio, il quartiere EUR, Rebibbia e le sedi di alcune società. Ogni spostamento era legato alla ricerca di un lavoro, alla soluzione di un problema amministrativo o al reperimento del denaro necessario per vivere e sostenere la famiglia.
La strada verso Brasimone apriva uno spazio più ampio. Non viaggiavo come turista, ma perché qualcuno riteneva che la mia preparazione potesse essere utile in un progetto tecnico. Cominciavo a non essere più soltanto l’uomo venuto dalla Romania che cercava di trovare il proprio posto in Italia. Ero di nuovo l’ingegnere e il professore chiamato a contribuire alla soluzione di un problema.
Ciò che è rimasto
Brasimone è rimasto per me legato a più cose nello stesso tempo: a un programma scritto in Pascal e a un computer con OS/2, alle telecamere e ai sensori distribuiti in un grande centro tecnico, a Nando e ai lunghi viaggi compiuti insieme, ma anche a quel paesaggio che talvolta mi ricordava la Romania.
In quegli anni non viaggiavo ancora per l’Italia come turista. Arrivavo in luoghi nuovi perché il lavoro mi portava fin là. Forse è proprio per questo che sono rimasti così nitidi nella mia memoria. Brasimone fu uno dei primi luoghi nei quali sentii che l’Italia cominciava a non essere soltanto il paese nel quale ero emigrato, ma anche un paese che la mia professione mi aiutava a scoprire.





