La mia infanzia
Sono nato e cresciuto in una famiglia affettuosa, circondato da parenti che mi viziavano quanto potevano. Mia madre, Zizi, estremamente premurosa, ordinata e dedita alla famiglia, era il pilastro sicuro della casa. Mio padre, Jean, uomo severo e pragmatico, mi insegnò che cosa significassero disciplina, responsabilità e integrità morale.
Intorno a loro gravitava un piccolo universo femminile che avrebbe segnato profondamente i miei primi anni. C’era Mama Linica, la nonna materna, presenza costante e amorevole nella mia vita. C’era poi Draga, la sorella minore di mia madre, che non aveva avuto figli e riversò su di me tutto il suo sentimento materno, trattandomi come un figlio proprio. Infine Marioara, la sorella maggiore di Zizi, ebbe un ruolo decisivo nella mia esistenza. Fu lei a convincere mia madre a non abortire quando la sua prima reazione — appena sposata e con il marito richiamato al fronte a causa della guerra — era stata quella di “liberarsi” del bambino ricorrendo a iniezioni per provocare un aborto spontaneo, metodo allora diffuso. Marioara, che non poteva avere figli, aveva promesso a mia madre che mi avrebbe adottato dopo la nascita. Ma, dopo avermi messo al mondo, mia madre cambiò idea, e Marioara dovette rassegnarsi, offrendosi almeno di farmi da madrina e di prendermi con sé nella confortevole villa di strada Cazărmii. Così trascorsi i primi quattro anni della mia vita nella villa dei miei padrini, circondato dall’amore di Maria e di suo marito, Luca.
In questo contesto, mio padre doveva farsi largo, poco a poco, tra tante cure femminili. La sua autorità, all’inizio, era più una promessa che una presenza effettiva. Ma, con il passare degli anni, fu lui a prendere le decisioni importanti sulla mia educazione: il pianoforte, il nuoto, lo sport, le lingue straniere, la scelta della scuola. A volte queste decisioni mi furono imposte con una fermezza che, da bambino, mi sembrava ingiusta; più tardi ho capito che esse facevano parte di un progetto molto preciso, attraverso il quale mio padre cercava di formarmi come uomo.
La mia infanzia si svolse dunque fra due poli: da un lato la protezione quasi soffocante di una famiglia che mi considerava un bambino prezioso, dall’altro la volontà di mio padre di strapparmi a quell’universo protettivo e di prepararmi alla vita. In questa tensione, fatta di affetto, disciplina, capricci e scoperte, si formarono i miei primi ricordi.
Giochi d’infanzia
La mia infanzia fu quella di qualsiasi bambino di un quartiere periferico di Bucarest. Avevo il mio cerchio di amici, formato dai figli dei vicini. Il cortile della mia infanzia era un piccolo universo popolato da personaggi che, ciascuno a modo suo, modellarono il mio sguardo sul mondo.
In fondo al nostro cortile viveva la famiglia Ciobanu. Quattro anime: i due coniugi e due ragazzi, Nelu e Titi, abitavano in una sola cameretta di cinque metri quadrati che era insieme camera da letto, cucina, soggiorno, laboratorio per il padre e stanza di studio per i figli. Oggi è difficile immaginare una situazione simile nelle nostre città. Forse la si potrebbe ritrovare in America Latina o nell’Asia lontana, ma in quegli anni in Romania era una condizione comune. Vivevano tutti del guadagno del padre, un sarto di quartiere che fumava senza interruzione, artigiano rispettato dai vicini, dai quali riceveva ordinazioni riguardanti per lo più riparazioni o trasformazioni di abiti già esistenti. Raramente gli capitava di tagliare e confezionare vestiti nuovi. Nelu aveva due anni più di me, Titi due anni meno. La loro madre li teneva abbastanza stretti; non avevano il permesso di giocare con chiunque, ma io rientravo nella categoria degli ammessi. Erano bambini tranquilli, direi ben educati, se si pensa a quell’educazione minima, di solito mescolata al rispetto per i genitori e talvolta alla religiosità, ricevuta nei quartieri periferici, che impediva ai bambini di dedicarsi a furti e bravate, come invece accadeva ad altri.
Nella stessa casa viveva anche la famiglia Sandu, con un figlio, Sandu, un po’ più grande di me. Era più libero, più intraprendente, più deciso. Con lui i giochi diventavano spesso più rischiosi. Attraverso di lui conobbi anche altri bambini del vicinato, meno sorvegliati dei fratelli Ciobanu. Il mondo del cortile si allargava così verso la strada, verso il terreno libero, verso i depositi di legname e le scorciatoie che solo i bambini conoscevano.
Giocavamo a tutto ciò che si poteva giocare con pochi mezzi. La palla era un oggetto prezioso, non sempre disponibile. Quando c’era, bastava per trasformare un pezzo di strada o di cortile in un campo da gioco. Molto spesso, però, i giochi non richiedevano quasi nulla: nascondino, campana, guardie e ladri, rincorse, guerre immaginarie, costruzioni improvvisate, piccole esplorazioni. Il quartiere era il nostro territorio; i suoi angoli, le sue recinzioni, i suoi fossati e i suoi terreni abbandonati erano trasformati dalla fantasia in fortezze, foreste, città assediate o mari da attraversare.
I giochi erano spesso rumorosi e violenti, come sono quasi sempre i giochi dei bambini. Ci spingevamo, ci inseguivamo, litigavamo e ci riconciliavamo in pochi minuti. C’erano anche giochi oggi quasi dimenticati, con regole tramandate oralmente da un gruppo all’altro. Talvolta si trattava di varianti locali dell’oina, il gioco tradizionale romeno, altre volte di invenzioni nate sul momento.
Nascondino, campana e guardie e ladri occupavano il nostro tempo fino al calare della sera, quando i genitori riuscivano a fatica a convincerci a rientrare in casa. C’erano anche altri giochi, molti forse oggi dimenticati, ma tutti avevano qualcosa in comune: erano pieni di risate rumorose, piccole rivalità infantili e della semplice gioia di stare insieme.
Partecipavo pienamente a questi giochi, ma — a differenza di altri — avevo anche altri obblighi ai quali i miei tenevano molto: le lezioni di pianoforte con l’insegnante e gli esercizi preparatori, che i miei insistevano perché facessi a ore fisse. Naturalmente non rinunciavo volentieri al gioco; Ileana veniva al cancello del cortile e mi chiamava nel suo italiano stentato: “Vieni qua. Fai presto.”, strappandomi al mondo dei giochi come se fossi stato rapito da un grande mare selvaggio di felicità. Obbedivo, con rimpianto, alla chiamata. Fu così che si installò gradualmente in me l’antipatia per le odiose lezioni di musica imposte da mio padre. Ne compresi il valore molto più tardi e rimasi con il rimpianto di non aver approfittato di più di quelle ore, ma ormai era troppo tardi.
In effetti, solo tardi, quando la gloria di quell’infanzia si trasformò in ricordo, capii il valore di ciò che mi era stato imposto, il suo ruolo nella mia formazione, ma non senza un rimpianto mescolato a tenerezza: non avevo approfittato abbastanza di quelle ore, non avevo saputo apprezzare ciò che i miei genitori proiettavano sul mio futuro.
Decisioni importanti per il mio futuro
Guardando indietro, mi rendo conto che, sebbene mio padre non riuscisse sempre a sottrarmi alle cure delle mie quattro “madri”, fu lui che, nei momenti decisivi, tracciò la direzione del mio cammino. In quei diciannove anni in cui ebbe il potere di decidere il mio destino, l’ultima parola nelle decisioni importanti gli appartenne sempre.
La sua prima decisione notevole venne quando compii quattro anni: dovevo imparare uno strumento. Scelse il pianoforte. Mi comprarono un pianino Schiedmayer, nero e lucido, con piastra di bronzo ed eleganti supporti per candele, che fu accordato da uno specialista — un gioiello sonoro. Mi avevano trovato anche un’insegnante, la signora Teodorescu, che abitava in strada Sirenelor, a cinque minuti a piedi. Mi sottomisi senza opposizione; ero diligente alle lezioni, probabilmente anche per compiacere mio padre, e tutto sembrava procedere sul binario giusto.
Per attirarmi di più, mio padre mi aveva comprato un libro per bambini sui grandi compositori, nel quale venivano presentate brevemente, con illustrazioni, tanto la vita quanto l’opera di ciascuno. Sulla copertina del libro c’erano i ritratti di Mozart e Beethoven.
Ricordo perfettamente: era una domenica mattina; mi godevo le coccole stando nel letto grande, con la testa sul petto di papà, entrambi in pigiama. La domenica mio padre non andava al lavoro, ma si era impegnato con mia madre a fare lui la spesa al mercato al mattino, per risparmiare la fatica alla nonna. Credo che gli piacesse l’atmosfera del mercato nelle prime ore. Quel giorno però qualcosa gli cambiò il programma: preferì oziare con me a letto, leggendomi dei compositori dal libro appena comprato. Teneva il libro in mano, pronto a cominciare, quando io, con gli occhi sulla copertina, gli posi la domanda che in quel momento mi tormentava:
— Papà, chi è il più grande compositore: Mozart o Beethoven?
Sospirò, come se esitasse a dare un verdetto troppo categorico, poi mi rispose con un sorriso leggermente imbarazzato:
— Sai? Il più grande compositore è stato Beethoven, ma Mozart fu un genio fin dall’infanzia.
Così rimase per me, per anni: Beethoven, il più grande; Mozart, il genio precoce.
Nell’estate di quello stesso anno, mio padre decise che dovevo fare sport e scelse di insegnarmi a nuotare. Lui nuotava molto bene e mi ripeteva di aver imparato a nuotare a quattro anni nelle piscine dell’Isola Margherita di Budapest. Avevo quattro anni, dovevo seguire il suo esempio.
La piscina Bragadiru
Vicino a noi c’era la piscina Bragadiru. Prendendo strada Puișor fino in fondo e scendendo per strada Izvor — d’inverno il nostro pendio preferito per slittare —, una volta in basso, si prendeva la prima a sinistra su strada Dr. Staicovici e si arrivava all’ingresso della piscina. Il suo nome veniva dai depositi di birra della famiglia Bragadiru, situati a pochi passi, dove le casse erano conservate al fresco in gallerie scavate nella collina. Dall’altra parte della piscina si trovava la base tennistica della Banca Nazionale, in seguito conosciuta come base Progresul.
Costruita con buon gusto, Bragadiru era un’oasi di relax per tutti. L’ingresso, lungo un viale ombreggiato da alberi alti, conduceva alla biglietteria. Dopo aver comprato il biglietto valido per tutta la giornata, si entrava in un cortile circondato da spogliatoi e cabine individuali. L’uso degli spogliatoi era compreso nel prezzo. Si entrava, ci si toglieva gli abiti da strada, si bussava a uno sportello di legno; la signora della sala degli spogliatoi apriva e ti dava una gruccia su cui sistemare i vestiti. Ricevevi una targhetta metallica che presentavi all’uscita per riavere gli abiti.
Dopo aver lasciato gli abiti, si entrava nell’area vera e propria della piscina. Qui c’erano due vasche: la vasca principale, olimpica, fiancheggiata lungo il lato lungo da una striscia di spiaggia, e dall’altra parte un’altra fila di cabine. Il fondo della vasca era in pendenza, da 80 centimetri fino a 4,5 metri, ed era circondato da diverse docce. Lateralmente, sulla destra, c’erano due trampolini con diversi gradi di difficoltà.
In seguito, ma separata dalla vasca grande, c’era la vasca per bambini, con acqua fino al ginocchio. Salendo alcuni gradini accanto alla vasca dei bambini, si arrivava a una piattaforma dove si poteva prendere il sole. Al di là c’era un’altra grande vasca, con acqua da riscaldare, circondata da una recinzione che impediva l’accesso al pubblico. L’acqua pulita con cui questa vasca veniva alimentata, riscaldata dal sole, era usata per rinnovare l’acqua delle due vasche. L’acqua veniva cambiata, normalmente, ogni due giorni, al massimo ogni tre. La gioia più grande per noi era durante la settimana, quando non c’era folla e quando capitavamo nel giorno dell’acqua “nuova”, pulita, per giocare a rincorrerci sotto l’acqua limpida…
Sempre a sinistra, ma più in basso rispetto al livello generale del terreno, si trovava il buffet della piscina. Un tempo però, in alto, sulla collina che delimitava la piscina, funzionava un ristorante con terrazza. Io non lo conobbi; comunque non lo avrei frequentato.
Ma come arrivai io per la prima volta alla piscina Bragadiru?
L’incontro con Dezideriu
Mio padre, grande appassionato di nuoto, aveva stretto amicizia con Dezideriu, il noto maestro di nuoto della piscina Bragadiru. Quando lo conobbi, era un uomo di circa cinquantacinque anni, con la pelle bruciata dal sole — nera come la pece — dalla testa ai piedi, a prima vista brutto come una scimmia, duro nel rapporto con i bambini, ma che i bambini amavano alla follia. Coorti di bambini venivano ogni giorno a prendere lezioni di nuoto da Dezideriu. Lo circondavano in continuazione, soprattutto le bambine, per chiedergli chissà che cosa, in realtà per darsi importanza. Occupato nella sua cabina davanti alla vasca, li scacciava scherzando; loro tornavano dopo pochi minuti, lui li scacciava di nuovo, e così via per tutto il giorno. Alla fine della giornata se ne andavano a casa entusiasti dei progressi fatti, perché “così aveva detto il professore”.
Mio padre mi presentò a Dezideriu e mi affidò a lui, ritirandosi, perché il professore proibiva ai genitori di assistere al “battesimo” dei bambini nell’acqua clorata della vasca. Il metodo di Dezideriu era diretto e spietato: ti prendeva per una mano e ti lanciava nell’angolo della vasca grande, dove la profondità era di quattro metri. Dovevi cavartela. Ti agitavi con mani e piedi, inghiottivi qualche boccata d’acqua, finché arrivavi alla scaletta o al bordo della vasca, per aggrapparti alla corda che la circondava. Lì ricevevi la breve approvazione del professore, che valeva oro. Quelli che non ce la facevano venivano tirati fuori dal professore prima di annegare e seguivano poi un percorso diverso da quello dei valorosi che se l’erano cavata al primo colpo.
Superata la paura dell’acqua profonda, cominciavano le lezioni di respirazione in apnea: scendevi nella vasca tenendoti alla scaletta, e Dezideriu ti metteva sulla testa un suo piede nero, con la pianta bianca, spingendoti sott’acqua, dove ti teneva quanto credeva che potessi resistere. Quando ti lasciava andare, balzavi fuori dall’acqua, con la bocca e le narici spalancate, come per inghiottire in una volta sola tutta l’aria del mondo. Poi ti faceva passare nella vasca dei bambini per le lezioni di “galleggiamento”: galleggiamento sul ventre, con respirazione alternata da una parte o dall’altra, poi galleggiamento sulla schiena. Così si arrivava, infine, all’apprendimento degli stili di nuoto: prima rana, poi crawl. Istruito da Dezideriu, dopo due settimane potevi considerarti nuotatore. Ma per mio padre non era abbastanza. Dezideriu gli disse che avevo talento, e questo gli diede ali per volare con me verso un obiettivo della sua vita che lui non aveva raggiunto: io dovevo diventare campione di nuoto.
La piscina era diventata parte della mia mappa segreta: da casa partivo per la piscina direttamente in costume, con le scarpe da ginnastica ai piedi, usando una scorciatoia attraverso il deposito di legname di fronte a noi, attraversando una ferrovia e infilandomi nei buchi della recinzione fatti da altri “trasgressori” più audaci di me.
Qualche anno più tardi, quando tornai a Bucarest dopo l’anno trascorso a Steierdorf, mio padre contattò Leo Ungur, ex campione ed eccellente allenatore di nuoto — aveva fatto diventare campionessa sua moglie — e lo convinse a prendermi in carico per perfezionarmi. Fu un periodo in cui mi allenai con Leo e i suoi allievi alla piscina Bragadiru, ma anche d’inverno nella piscina coperta di Floreasca. A Leo piaceva il mio modo di nuotare, a me piaceva il nuoto, ma non avevo la stoffa del campione. Mi mancava quel “non so che” chiamato volontà, perseveranza o “stringere i denti”, necessario a un vero campione. Abbandonai gli allenamenti non appena la scuola cominciò a richiedermi maggiore attenzione.
La piscina Bragadiru fu un’isola della mia infanzia, con il ronzio dei bambini, con l’odore di cloro mescolato alla crema Nivea e con le voci stridenti che rotolavano come onde.
Solo al liceo tornai nelle competizioni di nuoto: il professore di educazione fisica, Bibanul, volendo che il liceo fosse rappresentato ai campionati cittadini di nuoto, mi chiese di partecipare, conoscendo i miei precedenti con Leo. Partecipai senza alcun allenamento preliminare; non arrivai ultimo, ma nemmeno primo, e lì si concluse la mia attività sportiva acquatica.
Vacanze al mare
Devo riconoscere che il piacere di nuotare lo devo a mio padre e al suo esempio. Nuotava perfettamente e aveva resistenza sulle lunghe distanze. Ancora prima che andassi a scuola, d’estate andavamo al mare, sempre a Vasile Roaită, località sul Mar Nero che prima della guerra si chiamava Movilă, poi Carmen Sylva, oggi Eforie Sud. Vasile Roaită era il nome di un cosiddetto illegalista, dimostratosi poi collaboratore della Siguranța, ma noi lo sapemmo solo più tardi. Era la località popolare, accessibile a tutti sia con biglietti del sindacato, sia ospiti presso la gente del posto, sia, per chi poteva, dormendo in alberghi a due stelle. Si poteva mangiare alla mensa, si facevano fanghi al ghiol con somme relativamente modeste. Noi — cioè papà, mamma e io — quando non avevamo biglietti del sindacato, andavamo “per conto nostro”, dormendo nelle case degli abitanti, per quanto possibile vicino alle spiagge o al ghiol. Questa distanza era importante, soprattutto per il ritorno all’ora di pranzo, quando il caldo era al massimo e noi eravamo stanchi dopo una mattinata di spiaggia, giochi nell’acqua ed esposizione al sole al ghiol. Trascinavamo a fatica le gambe, aspettando con impazienza di arrivare a casa, nella frescura della stanza contadina, odorosa di calce, per fare un sonnellino. La casa era modesta, aveva due o tre camere con dipendenze rudimentali. Durante l’estate la famiglia del proprietario si trasferiva, grandi e piccoli, in baracche costruite nel cortile. L’atmosfera generale era piuttosto povera, vagamente insalubre, ma la si affrontava con buon umore.
La mattina ci alzavamo presto, quando c’era ancora un po’ di fresco. Dopo aver mangiato qualcosa a casa, ci dirigevamo verso la spiaggia — una spiaggia ampia e, naturalmente, libera per tutti. Arrivati sulla falesia, scendendo attraverso un sistema di terrazze successive collegate da scarpate ripide, si arrivava alla spiaggia, che a quell’ora era ancora vuota. La spiaggia era poco popolata e piuttosto selvaggia. La musica dei megafoni appesi ai pali del telegrafo, quando c’era, gracchiava roca. Era difficile riconoscere ciò che veniva trasmesso. I genitori sceglievano un posto vicino all’acqua e lontano dai megafoni, dove stendevano i lenzuoli; poi ci spogliavamo in costume da bagno e per mezz’ora prendevamo il sole. Quando il sole cominciava a bruciare, entravamo in acqua. Mamma, che non sapeva nuotare, restava vicino alla riva, nell’acqua bassa, e ci guardava. Io e papà ci avventuravamo verso il largo, senza oltrepassare le boe. Arrivati lì, cominciavamo a nuotare parallelamente alla riva, senza allontanarci troppo, perché mamma non si preoccupasse se non ci vedeva più. Papà mi seguiva continuamente, correggendomi lo stile.
Verso le undici lasciavamo la spiaggia e ci dirigevamo verso il ghiol. Per arrivarci, sceglievamo le strade più ombreggiate. Al ghiol tutto era un rituale. Lo stabilimento dei bagni freddi era sulla riva del lago Techirghiol. Somigliava a una piscina, solo che i protagonisti, di tutte le età, si esibivano sfilando senza complessi nel costume di Adamo o di Eva. Nello stabilimento migliaia di turisti si spalmavano di fango, si asciugavano al sole e poi si pulivano con acqua salata. La parte più sgradevole era l’operazione di spalmare sulla pelle bianca o rossa, arroventata dal sole, quel fango freddo, nero e pesante, dall’odore marcato di idrogeno solforato. Poi, quando il fango si asciugava, si constatava l’increspatura della pelle come negli elefanti africani.
Il lago era noto per il fango terapeutico fin dall’inizio del secolo. I bagni freddi erano l’unico luogo del litorale dove il nudismo si praticava in modo organizzato. Esistevano spiagge separate per uomini e donne, divise da una staccionata di assi fessurate che si prolungava per alcuni metri nel lago per impedire visite o occhiate incrociate. In questo modo, gli incontri misti erano permessi solo nell’acqua estremamente salata del lago, dove l’esuberanza si pagava con spruzzi di acqua salata negli occhi. Gli intraprendenti, però, allargavano i buchi nella recinzione, attraverso i quali soprattutto gli uomini potevano dilettarsi con la vista degli “esemplari” del bel sesso, cosparsi di fango sulla spiaggia accanto, mentre gli uomini di famiglia potevano darsi appuntamento all’uscita dello stabilimento, dopo la fine della procedura. Il buon umore era unanime e la comunicazione estesa oltre la recinzione era rilassata.
Io, insieme a papà, frequentavo il settore maschile — anche se a lui il luogo non piaceva, ci veniva per me; l’opinione di mamma era che il fango mi facesse bene, soprattutto ai gangli. Papà prendeva nel palmo il fango freddo e puzzolente da una cassa, sempre riempita con fango portato in barca dal lago, e me lo spalmava su tutto il corpo, compreso il viso. Poi si spalmava anche lui, dopodiché ci esponevamo al sole — ora da una parte, ora dall’altra — aspettando che il fango si asciugasse, cambiando colore dal nero lucido al grigio.
Una volta asciutto, il fango doveva essere rimosso o alle docce sulla spiaggia, o direttamente nell’acqua del lago — soluzione preferibile, per le proprietà curative dell’acqua salata del lago Techirghiol. Di nuovo asciutti, ma con il sale che ci tirava la pelle, ci vestivamo e uscivamo ad aspettare mamma. Poi ci avviavamo verso la mensa. Alla mensa, con i ventilatori sistemati in tutti gli angoli della sala, finalmente riuscivamo a rinfrescarci. Con lo stomaco pieno e il caldo di fuori, la strada verso casa era un calvario. Per strada, i genitori compravano dai contadini arrivati con i carri i celebri meloni gialli Cantalupo dalla buccia reticolata. Raffreddati nel pozzo del cortile, li mangiavamo con grande appetito quando mi svegliavo dal sonno pomeridiano. A causa loro, tutte le mie vacanze al mare furono “costellate” di disturbi di stomaco.
Più tardi, quando cominciai a comprendere la sessualità, mi resi conto che le vacanze al mare di quegli anni ebbero un ruolo nella mia formazione. Senza essere una lezione esplicita, mi mostrarono che esistono situazioni in cui non è vergognoso esporre il proprio corpo.
Chiarimento. Poiché göl in turco significa lago, Techirghiol sarebbe il Lago di Tekir. La leggenda del nome del lago sarebbe la seguente: un vecchio zoppo e cieco, di nome Tekir, arrivò per caso con il suo asino sulla riva del lago Techirghiol, dove sprofondò nel fango. Si sforzò di uscire dal fango, ma l’asino, “testardo”, non si muoveva — come se una forza misteriosa lo trattenesse lì. Con sua sorpresa, quando riuscì a uscire, il vecchio scoprì che i suoi occhi percepivano la luce e le gambe, un tempo impotenti, avevano riacquistato forza. Nemmeno l’asino fu escluso dal miracolo: le ferite sulla schiena erano guarite e il corpo sembrava ringiovanito. La storia si diffuse, e la gente cominciò a venire a bagnarsi e a curarsi con il fango della riva del lago.
Le serate le “trascorrevamo” sulla falesia, in un andirivieni noioso. Il punto turistico più frequentato nelle passeggiate era il ristorante dove cantava con successo Dorina Drăghici, una vedette del momento. Una volta, due volte per soggiorno, papà ci portava anche all’interno del ristorante a mangiare una bistecca. Era un giorno di festa.
Arrivato a casa, cadevo sfinito, senza la forza di spogliarmi.
Un bagnino non professionista
Un episodio di quelle vacanze è rimasto legato, nella mia memoria, a una specie di eroismo improvvisato e del tutto involontario. Sulla spiaggia, come sempre, osservavo con attenzione ciò che accadeva intorno a me. Un giorno vidi un bambino più piccolo che, spingendosi troppo avanti nell’acqua, cominciò ad agitarsi. Non so se fosse davvero in pericolo di annegare o se fosse soltanto spaventato, ma il panico era evidente. Mi gettai verso di lui, lo afferrai come potei e lo riportai verso l’acqua bassa. Gli adulti si accorsero allora dell’accaduto e lo recuperarono.
Non credo di aver compiuto un gesto eroico. Probabilmente avevo agito d’impulso, spinto dalla sicurezza che mi dava il fatto di nuotare bene e dalla presenza di mio padre, che per me garantiva sempre un margine di protezione. Ma l’episodio mi rimase nella memoria come una conferma del fatto che il nuoto non era soltanto un gioco o uno sport: poteva anche servire, in certi momenti, a salvare qualcuno.
Altri tentativi sportivi
Mio padre fece anche altri tentativi per convincermi a praticare sport. Provò anche con il calcio: all’inizio mi portava alle partite sullo stadio ANEF, vicino a casa nostra. Molte volte veniva con noi anche Tibi, mio zio, grande amico di papà. Seduto in curva, mi annoiavo in modo evidente, o almeno così lasciavo intendere. Quando tutti intorno saltavano in piedi urlando, appassionati a un’azione o all’altra, io restavo zitto al mio posto, divertendomi a guardarli agitarsi.
Neppure con l’atletica al liceo andò meglio. Ero bravo nel salto in alto perché avevo le gambe lunghe. Usavo lo stile “a forbice” di Iolanda Balaș, che però era uno stile limitato; non permetteva di alzare l’asticella oltre i limiti fisici del proprio corpo. Non ricordo di essere mai riuscito a superare l’asticella posta a 1,40 metri.
Papà mi comprò anche i pattini, perché andassimo insieme alla pista di pattinaggio; lui pattinava abbastanza bene. Ci andai con lui, caddi alcune volte, mi sentivo ridicolo e papà dovette depennare dalla lista anche il pattinaggio.
Dopo il fallimento con il pianoforte, dovette rinunciare a fare di me uno sportivo. Per non essere proprio una catastrofe ai suoi occhi, per fortuna studiavo bene.
Gli anni delle scoperte culturali
Tra le direzioni imposte da mio padre per formarmi come un vero uomo c’era anche l’apertura di una prospettiva culturale attraverso la frequentazione delle sale teatrali e cinematografiche. Vicino a noi, nel 1947, era stata aperta, trasformata in sala di spettacoli, la sala delle feste del Reggimento Mihai Viteazul, di fronte all’ingresso dove si trovava la scuola che avrei frequentato. La sala fu all’inizio utilizzata anche dall’Opera Nazionale, rimasta senza sede dopo il bombardamento del Teatro Lirico di piazza Walter Mărăcineanu durante la guerra. Lì, vicino a casa, vidi per la prima volta un’opera: Il flauto magico. Credo di non avere ancora quattro anni quando i miei genitori mi portarono all’opera per abituarmi a questo tipo di spettacolo. Purtroppo, subito dopo la guerra, i teatri disponevano di poche risorse per una scenografia credibile di quest’opera magica. Noi stavamo vicino alla scena, in prima fila, quando sul palcoscenico accadde qualcosa che mi spaventò: le serve della Regina della Notte portavano maschere antigas e si muovevano così, mascherate, come impazzite, avvicinandosi alla ribalta. Quando vidi quelle apparizioni a pochi passi da me, mi spaventai e cominciai a urlare. Nulla poteva fermarmi e i miei mi portarono fuori dalla sala. Per fortuna, questo episodio non compromise la mia disponibilità ad accettare gli spettacoli d’opera. Lo spettacolo successivo, con La Périchole di Offenbach, in romeno, lo sopportai molto meglio; anzi mi entusiasmò.
Poco tempo dopo, l’Opera Romena trasferì la propria attività nella sala dell’ex Teatro “Regina Maria”, sulla riva della Dâmbovița, che divideva con il Teatro Statale di Operetta, fondato nel 1950. Lì vidi balletti propagandistici sovietici di Asafiev e Glière: La fontana di Bachčisaraj, Il cavaliere di bronzo e Il papavero rosso, quest’ultimo segnando l’inizio della dissensione tra l’URSS e la Cina di Mao. Sempre lì assistetti a uno spettacolo di Cio Cio San, la versione romena dell’opera di Puccini, Madama Butterfly.
L’attuale sede dell’Opera Romena, in piazza Sf. Elefterie, fu inaugurata nel 1953 e ospitò una serie gloriosa di spettacoli con grandi artisti, che seguii con fedeltà.
La scuola elementare
Fui mandato a scuola presto, a sei anni, con una dispensa ottenuta dal Ministero dell’Istruzione Pubblica. Era il desiderio di mio padre, il quale sosteneva che sei anni fosse l’età perfetta perché un bambino entrasse nel circuito pubblico dell’educazione. Lui stesso era stato mandato a scuola a sei anni e, ecco, tutto era andato perfettamente. Nessuno, tranne la nonna e la bisnonna, si pose il problema se fossi abbastanza maturo per la scuola; nemmeno io, che seguii il desiderio di mio padre senza proteste, benché mi sottraesse un anno di giochi.
A scuola fui ogni anno premiato, dunque si poteva credere che fossi maturo. Col tempo, però, mi resi conto che quell’anno in meno mi fece sentire spesso inferiore rispetto ai miei compagni, soprattutto rispetto alle ragazze.
La scuola elementare n. 128 si trovava su Calea 13 Septembrie, a due fermate di tram da casa mia, di fronte alla guarnigione del reggimento “Mihai Viteazul”, in fondo a un passaggio pedonale, delimitato a sinistra e a destra da case con piccoli giardini e alberi da frutto, come del resto ce n’erano tante in tutto il quartiere. Il passaggio era solo per pedoni: noi alunni e gli abitanti della stradina. Se non fosse stato chiuso dal muro del cortile della nostra scuola, la strada sarebbe continuata e dopo pochi metri si sarebbe potuto entrare nel cortile di una scuola con il numero 129, scuola generale femminile, su strada Ion Creangă, dove avevano studiato mia madre e le mie zie.
Dopo che Ileana mi accompagnò due volte a scuola, continuai ad andarci da solo o in gruppo, associandomi per strada ad altri compagni. Il mio piacere di andare a scuola era dovuto alla maestra Constanța Crăciun, una signora minuta e gentile che, sebbene non avesse figli, sapeva avvicinarsi a noi. Lasciare la scuola dopo la prima classe fu doloroso per me anche perché non vedevo più la signora Crăciun. Tornai alla Scuola 128 in quarta classe e la ritrovai.
L’episodio della Scuola di Musica
Dopo la prima classe fui costretto a cambiare scuola perché mio padre fu distaccato in un cantiere a Steierdorf, nel Banato — lì frequentai la seconda classe (vedi l’episodio Un anno a Steierdorf). Tornato dopo un anno con la famiglia a Bucarest, mio padre mi iscrisse alla Scuola di Musica, che accoglieva alunni proprio a partire dalla terza classe. La scuola si trovava nel centro di Bucarest, di fronte al blocco Aro, di fronte al Museo Simu — un edificio in stile tempio greco, poi demolito per fare posto a condomini anonimi. Frequentai le lezioni di pianoforte, che studiavo privatamente da cinque anni con insegnanti diverse, senza fare grandi progressi. Sapevo suonare brani semplici, come gli studi di Czerny, il “Coro dei cacciatori” dal Freischütz, la “Marcia trionfale” dall’Aida, l’aria del toreador dalla Carmen e così via.
La terza classe alla Scuola di Musica rappresentò il segnale del fallimento di mio padre nel farmi diventare pianista. I miei studi furono valutati dagli insegnanti come eccellenti in tutte le materie, tranne nella materia di specialità, dove ottenni il voto minimo possibile per passare comunque alla classe successiva. Ricordo il mio compagno Vărzaru, un ragazzone enorme che studiava fisarmonica e i cui risultati erano opposti ai miei: voto massimo nella specialità, voti appena sufficienti nelle altre materie. Di fronte a questo fallimento, presi l’iniziativa e decisi di non continuare gli studi alla Scuola di Musica e di tornare alla scuola 128 vicino a casa. Mio padre non poté che accettare con rassegnazione la mia decisione. Le lezioni di pianoforte continuarono però ancora per tre anni, finché papà si dichiarò vinto.
I miei compagni di scuola
Il ritorno alla Scuola 128 significò ritrovare i compagni che avevo lasciato con rammarico due anni prima. Erano figli di famiglie di intellettuali che abitavano nel quartiere, ma anche alcuni della strada Barbu Lăutaru, il “ghetto” degli zingari del quartiere. Tra loro non facevamo distinzioni. Alla scuola media (classi V–VII) si aggiunsero anche alcune ragazze che corteggiavamo tutti con zelo, ma senza grande successo. Ricevevano in casa una buona educazione: lezioni di lingue straniere, di balletto o canto, ma purtroppo avevano la puzza sotto il naso, senza essere delle bellezze. Inoltre, incontrandole pochi anni dopo, constatai che l’assedio delle loro fortezze non valeva la fatica; ma questo non fa che confermare il detto: “nel paese dei ciechi, il guercio è re”.
Le nostre ragazze si esibivano alle feste annuali con tutto ciò che avevano imparato a casa: arie d’opera o musica leggera, balletti o recitazioni di poesie. Nemmeno noi ragazzi eravamo da meno. Avevamo messo il naso nel mondo e cominciammo ad allinearci alle mode del tempo: il teatro, sia sulla scena, sia radiofonico.
Mi ero fatto due amici più stretti in classe: Liviu, premiato ogni anno insieme a me, che abitava proprio sul viale della scuola, e Mihai (Michi), che abitava vicino alla scuola, accanto al dispensario. Con loro discutevo tutte le novità e ci adeguavamo alle mode passeggere.
La moda dei moschettieri
Ero in quinta classe quando a Bucarest esplose su tutti gli schermi Les Trois Mousquetaires, film francese di cappa e spada con Georges Marchal nel ruolo di D’Artagnan e Bourvil in quello di Planchet. Un successo meritato, per l’umorismo tanto grossolano quanto sottile, caratteristico dei film francesi. Chi non aveva letto il romanzo di Dumas, doveva ormai leggerlo. Nella nostra classe, il film ebbe come conseguenza l’organizzazione di gruppi di spadaccini che duellavano in tutte le pause, per la disperazione degli insegnanti. Per timore di incidenti, furono proibiti, in puro stile Richelieu, i duelli a scuola. I moschettieri Aramis — Liviu G., D’Artagnan — Michi G. e Athos — io, ci trasferimmo sul terreno libero accanto a casa mia per allenarci a futuri scontri con le guardie del cardinale. Avevamo spade fabbricate in legno levigato e cinture in cui infilarle quando non duellavamo.
A volte le spade le intagliavamo noi, altre volte le facevano i genitori. Ci mettevamo nastri, ci costruivamo cappelli improvvisati. Duellavamo. Gridavamo “En garde!”. Eravamo ridicoli, ma eravamo felici.
I moschettieri, per noi, erano un ideale di virilità: coraggiosi, leali, eleganti. In un certo senso, era anche un modo per assumere un modello maschile che non era quello di mio padre severo, ma uno romantico. In quei giochi mi sentivo più a mio agio che nel calcio o nelle zuffe. I duelli con spade di legno erano una forma di aggressività “civilizzata”, teatrale. Era esattamente di mio gusto.
La moda durò alcune settimane, forse mesi. Poi passò. Ma il ricordo rimase. La moda dei moschettieri ci dice qualcosa sul modo in cui, anche nel gioco, noi adolescenti cercavamo modelli con cui identificarci.
Come tutte le mode, la moda dei moschettieri durò quel che durò, alcune settimane o mesi, e altre mode si succedettero nella nostra scuola durante gli anni del ginnasio. Per esempio il teatro.
La magia del teatro
Il Teatro dell’Esercito fu fondato nel 1947. Prese il nome dalla sede che lo ospitava: la sala delle feste del Reggimento “Mihai Viteazul” su Calea 13 Septembrie, di fronte alla nostra scuola. Dopo un certo tempo, il Teatro dell’Esercito si trasferì in un edificio, sempre dell’esercito, in strada Uranus, di fronte al recinto dell’Arsenale. Il teatro fu per un periodo diretto dal grande George Vraca, “una voce d’oro”, uno dei miei attori preferiti.
Durante il ginnasio, al Teatro dell’Esercito vidi spettacoli memorabili con grandi artisti dell’epoca: Storin, Manolescu, Vraca, Calboreanu. Fântâna Blanduziei, Fântâna turmelor, Vlaicu Vodă e Ion Vodă cel Cumplit sono spettacoli unici, rimasti nella mia memoria. Simili opere ispirarono noi alunni di dieci-dodici anni a organizzare spettacoli a scuola. Ricordo che, dopo aver visto I masnadieri di Schiller (con Ion Manolescu, Septimiu Sever e Fory Etterle), mi misi a scrivere un’opera teatrale che trasponeva il soggetto del dramma di Schiller in terra romena: i protagonisti erano una famiglia di boiardi fanarioti, credo di averli chiamati Mavrogheni, un padre con due figli. Scrissi le scene della mia pièce in un quaderno da dettato con copertine verdi lucide. Lo conservai per molti anni nella biblioteca, ma alla fine non resistette ai numerosi traslochi che ho vissuto e si perse. A un certo punto cominciammo a provare scene della mia pièce per metterle in scena alla festa annuale. Naturalmente non se ne fece nulla, ma iniziative del genere mostravano l’interesse che una parte di noi aveva per il teatro — e, in generale, per la cultura. Dico cultura perché alcuni di noi, me compreso, scrivevano poesie ed erano al corrente dei poeti del giorno, fossero essi proletcultisti come Veronica Porumbacu o Dan Deșliu, oppure anticonformisti come Geo Dumitrescu, Nicolae Labiș o i più anziani Tudor Arghezi e Ion Barbu.
Fu un periodo irripetibile della mia vita, un periodo in cui leggevo molti libri di ogni genere, vedevo teatro e cinema, leggevo giornali, ero al corrente della vita culturale e già pensavo a che cosa avrei fatto da grande. Il primo desiderio fu, naturalmente, quello di diventare regista. Mi ero reso conto che non sapevo recitare, dunque preferivo il lavoro di regista. Verso la fine della scuola avevo già cambiato il mestiere desiderato: archeologo — dopo aver scoperto la bellezza della storia. Naturalmente tutto gravitava intorno alle professioni umanistiche: non mi sfiorava nemmeno il pensiero di desiderare l’ingegneria o la matematica.
Lezioni di lingue straniere
Nella nostra casa, le lingue straniere avevano uno statuto speciale. Mia madre, Zizi, aveva una buona educazione. Nel periodo interbellico, le lingue straniere erano un segno di cultura. Dal liceo conosceva abbastanza bene l’italiano, il tedesco e il francese, ma era esperta di latino. Mio padre sapeva perfettamente l’ungherese, dalla sua infanzia a Budapest. In questo contesto, era naturale che anch’io imparassi lingue straniere.
Per compensare il fallimento con il pianoforte, mio padre decise che dovevo conoscere una lingua straniera “utile”. È vero che, dalla quarta classe della scuola elementare, avevo cominciato le ore di russo, ma il russo non doveva essere preso in considerazione: lo facevano tutti i bambini e, inoltre, non serviva per cavarsela in Occidente, là dove papà voleva vedermi stabilito.
Ma a me il russo, paradossalmente, piaceva. Forse perché era una sfida. Forse perché aveva una sonorità particolare. Forse perché, nel subconscio, lo associavo a Ileana, la russa, che aveva fatto parte della mia infanzia.
Mamma e papà decisero che dovevo imparare a parlare francese. Era la lingua tradizionalmente imparata dai romeni da più di un secolo. Informandosi su un insegnante, trovarono la signora Musceleanu, moglie del professor Christian Musceleanu di fisico-chimica, che era stato insegnante del re Mihai alla Scuola Palatina e membro della Commissione per l’organizzazione del liceo Domnița Ileana. Il professore si suicidò dopo l’arrivo dei comunisti, e sua moglie, senza pensione, finì per vivere di lezioni di pianoforte, francese e inglese, senza essere una grande esperta in nessuna di queste materie.
Era una signora di circa settant’anni, dai capelli bianchi, distinta, con un naso aquilino su cui troneggiavano occhiali pesanti. Aveva difficoltà a camminare a causa delle gambe gonfie. Mia nonna provava per lei una evidente simpatia, essendo più o meno della stessa età. Per questo, ogni volta che veniva da noi, le offriva marmellata su un piattino, un cornetto e una tazza di tè caldo, di cui la signora Musceleanu potesse deliziarsi durante l’ora. Imparavamo parole, frasi, coniugazioni. Non era qualcosa che mi appassionasse, ma ero diligente. Andavo d’accordo con lei perché era molto permissiva. Se non facevo i compiti, non mi rimproverava, non insisteva “fino allo sfinimento” perché pronunciassi correttamente e accettava qualsiasi manuale proponessi io, trovato nella biblioteca di casa. Mi piaceva il francese ed ero arrivato a parlarlo abbastanza bene, quando mio padre venne con l’idea che l’inglese, dopo la guerra, era diventato una lingua importante. Avrei dovuto imparare anche quella.
Come interrompere il francese, dove le cose andavano così bene? La soluzione di papà: l’ora di lingua straniera doveva essere divisa in due — prima mezz’ora di francese e nella seconda metà la signora Musceleanu avrebbe dovuto insegnarmi l’inglese. Che lei preferisse il francese all’inglese, o che io provassi antipatia per quell’intrusa, di comune accordo tacito dedicavamo all’inglese solo un quarto d’ora. Così avvenne che, quando le lezioni si interruppero alla vigilia dell’ammissione al liceo, non sapevo gran che d’inglese.
Questa “indifferenza” verso l’inglese si vendicò più tardi. Rimasi con una specie di antipatia per la lingua, sebbene col tempo essa diventasse essenziale per la mia carriera. Per quanti tentativi successivi abbia fatto per padroneggiarla, sono riuscito solo a migliorare la lettura e la scrittura; il parlato e la comprensione dal vivo sono rimasti modesti. Sarà stata forse colpa della signora Musceleanu?
In ogni caso, le lezioni di lingue straniere contribuirono alla mia formazione. Mi aprirono, anche simbolicamente, l’idea che esistesse un mondo al di là della Romania. Per un bambino cresciuto in un regime comunista, questa idea era importante. Era una finestra.
L’ammissione al liceo
L’ammissione al liceo fu il mio primo esame serio. Era una soglia. In quegli anni, l’ammissione al liceo era un evento importante. Non vi si entrava automaticamente. Bisognava sostenere un esame. Era una selezione.
Mio padre aveva un’idea chiara: dovevo entrare in un buon liceo. Il Liceo Nicolae Bălcescu, ex Collegio Sfântul Sava, era secondo lui uno dei migliori. I buoni risultati ottenuti da me alla scuola media lo incoraggiarono a iscrivermi. L’alternativa sarebbe stata il Liceo Lazăr, più vicino a casa — il tram 3 mi lasciava davanti al liceo — ma non era di gradimento a mio padre: troppe ragazze e insegnanti considerati deboli.
La strada verso il Bălcescu era lunga: bisognava passare accanto al liceo Lazăr, attraversare il parco Cișmigiu e percorrere ancora una strada abbastanza lunga fino accanto alla Cattedrale Sf. Iosif, dove si trovava il liceo — un edificio maestoso, con molte aule, un cortile generoso e una sala di spettacoli in cui, in quegli anni, funzionava il Teatro della Gioventù. Tre quarti d’ora di strada... se tutto andava bene.
Accettai; non avevo scelta, ma posi una condizione. In vista dell’ammissione, volevo prendere lezioni private di lingua romena — una delle prove d’esame consisteva, di fatto, in due esami: letteratura romena e grammatica della lingua romena — da nessun’altra che dalla signora Maria Ionescu Baldovin, la mia insegnante di romeno della scuola elementare. Papà non si meravigliò: la conosceva e ammirava quella signora distinta, con le sue bluse bianche di seta, colletti di pizzo, tatto e prestanza, che purtroppo si era trasferita dalla nostra scuola nell’ultimo anno (la settima classe) e noi alunni ne avevamo sofferto molto. Proprio allora era stato introdotto il latino nei licei e la signora Ionescu, che in realtà era insegnante di latino ma non aveva potuto esercitare, preferì la cattedra di latino al Liceo Lazăr.
Non ero solo io a volere lezioni private dalla signora Ionescu, ma anche Liviu G., il mio compagno con il quale, anno dopo anno, dividevo i premi alla Scuola 128. La signora Ionescu aveva avvertito i nostri genitori che non avevamo bisogno di lezioni, che eravamo ben preparati, ma il fascino dell’insegnante e la fiducia che ci infondeva valevano tutti i soldi delle ripetizioni. Per due settimane andammo con i compiti fatti a casa della signora Ionescu, che abitava nel blocco Aro, un giorno sì e uno no. Durante la lezione ricevevamo temi tipo esame che lei correggeva, dandoci voti come all’esame.
Arrivato il momento dell’iscrizione all’esame di ammissione al liceo, mio padre mi iscrisse per sostenere l’esame di ammissione al liceo Nicolae Bălcescu e, naturalmente, entrai tra i primi.





