Credo di avere avuto due o tre anni, certamente avevo già cominciato a camminare e a parlare, quando mia nonna decise di assumere un aiuto. Le faccende di casa la sopraffacevano; non riusciva più a far fronte a tutto ciò che c’era da fare: la spesa, la cucina, le pulizie e, in più, prendersi cura di me e della sua vecchia madre. Fece molti viaggi presso gli uffici locali per l’impiego per trovare una donna di servizio che potesse restare stabilmente, giorno e notte. Alla fine, un giorno ci trovammo in casa mia nonna accompagnata da una giovane di circa venticinque anni, magra, castana, con un volto pallido, il naso un po’ schiacciato, gli zigomi sporgenti, le labbra sottili, piccoli occhi azzurri, stretti e leggermente obliqui, nascosti in fondo a orbite profonde, e con un’espressione abbattuta. I suoi vestiti erano quasi stracci, e il leggero odore acre che portava con sé suggeriva un’igiene trascurata.
«Lei è Ileana. Ileana Gagia. Starà da noi. Per ora dormirà in cucina», disse mia nonna con un’aria decisa, alla quale nessuno poté obiettare; nella stanza scese il silenzio. Poi tirò fuori dall’armadio alcuni vestiti più vecchi, un asciugamano e un paio di pantofole che Ileana avrebbe dovuto usare, le mostrò dov’era il bagno perché andasse a lavarsi e, infine, dov’era la cucina estiva nel cortile, con il letto che avrebbe occupato durante la notte. Poi si rivolse a Ileana:
«Come vedi, la situazione è esattamente quella che ti ho descritto al Centro di collocamento. Il tuo lavoro sarà aiutarmi con il bambino, fare le pulizie in casa, spaccare e portare la legna per il fuoco. Tutto qui. Ti do da mangiare e un posto dove dormire. Spero che tu abbia capito. Sei d’accordo a restare?» chiese mia nonna a Ileana, parlandole lentamente.
Ileana annuì in segno di approvazione, prese i nuovi vestiti e si chiuse in bagno. Mia nonna approfittò della sua assenza e spiegò a Lina:
«Mi sono stancata di andare ogni giorno a cercare una donna di servizio che non sia di Bucarest. Si trovano solo donne disposte a venire per qualche ora a lavorare e poi a tornare a casa loro. Questa ragazza non è una soluzione perfetta, ma spero di cavarmela con lei. È russa, non sa quasi il romeno e, in più, dovrà fare una cura per guarire da una malattia venerea. Fino ad allora non entrerà in casa; farà lavori solo nel cortile e in cantina.»
Lina rimase interdetta per alcuni secondi. Vedendo quanto sua figlia fosse determinata, non sapeva più che cosa dire. Sospirò a lungo e alla fine mormorò, preoccupata: «Fai tu, ma che non tocchi né me né il bambino.»
E così Ileana, la russa, entrò nella nostra vita.
Ileana, la russa
All’inizio, Ileana fu guardata con sospetto da tutti, soprattutto dalla mia bisnonna. Veniva dalla Siberia, diceva lei, ma i dettagli sulla sua vita erano pochi e confusi, e lei non era in grado di raccontarli. Nei primi mesi le fu proibito entrare in casa senza permesso, essendo sospettata di avere una malattia venerea scoperta al momento dell’assunzione. Cominciò a seguire la cura indicata dai medici del Centro di collocamento, i quali avevano condizionato l’assunzione di Ileana all’impegno di mia nonna di accompagnarla al dispensario per i controlli regolari necessari. In breve tempo, Ileana guarì e tutti in casa tirarono un sospiro di sollievo. Fu accettata gradualmente nelle faccende domestiche. Dopo alcune settimane, mia nonna, approfittando del fatto che si era liberata una stanzetta in fondo al cortile, la sistemò lì, e le cose finalmente entrarono in una sorta di normalità.
Nella sua stanzetta non aveva altro da fare che dormire. Era uno spazio estremamente ridotto, neppure due metri per tre, in cui entravano un letto stretto, una sedia e una piccola stufa di ferro con cui Ileana si scaldava d’inverno o si preparava un tè. Sotto il pavimento di assi c’era una cantina in cui Ileana avrebbe dovuto tenere la legna per il fuoco. Questa legna veniva ordinata e, quando finalmente era consegnata dal deposito, veniva scaricata dal camion al cancello del cortile; da lì doveva poi essere portata ceppo dopo ceppo lungo tutto il cortile fino in fondo, dove si trovava la stanzetta di Ileana. Arrivato lì, il ceppo veniva gettato direttamente dalla soglia attraverso la botola aperta nella cantina. Credo di avere avuto tre anni quando volli anch’io aiutare Ileana, portando ceppi dal cancello fino alla sua cantina. Purtroppo, insieme al ceppo, mi gettai anch’io nella cantina. Da quell’episodio mi ritrovai con la testa rotta; fu necessario un punto di sutura, e porterò quel segno fino alla morte.
A proposito delle stanze nel nostro cortile, esse erano state in realtà costruite dai miei bisnonni per una locanda da loro gestita; non erano state pensate per essere abitate da qualcuno à la longue, ma solo per una notte o due. La mancanza di case nel periodo postbellico fece sì che abitazioni così misere diventassero accettabili non solo per persone sole, ma anche per famiglie, e non per pochi giorni, ma per una vita intera. Ileana visse oltre trent’anni in quella stanzetta sordida e sembrava soddisfatta. Nel frattempo, l’affitto non lo pagava più alla mia bisnonna, ma allo Stato, che nel 1950 aveva nazionalizzato sia la nostra casa sia tutte le stanzette del cortile.
Sotto la sorveglianza di Ileana
Il compito principale di Ileana era sorvegliarmi quando mia nonna era al mercato, o occupata a cucinare, oppure quando si prendeva cura di sua madre. Poi doveva svolgere i lavori più pesanti: lavare la biancheria, stendere i panni lavati sulle corde del cortile, lavare i pavimenti e i tappeti, spaccare e portare la legna per la cucina e per le stufe della casa durante l’inverno, trasportare con i secchi l’acqua dalla fontanella del cortile alla cucina e accompagnare mia nonna al mercato quando c’erano pesi più grandi da portare: pomodori verdi e peperoni per le conserve, o patate per l’inverno.
Gli anni trascorsi in casa nostra furono probabilmente il periodo più tranquillo della vita di Ileana. Faceva il suo lavoro con un’obbedienza quasi robotica e, sebbene talvolta provocasse rimproveri da parte di mia nonna, raramente si lamentava. Anche se Ileana era una presenza strana, in breve tempo si integrò nel ritmo della casa. Conoscendo i tratti selvatici di Ileana, le difficoltà degli altri nel comunicare con lei, la sua incapacità di svolgere attività tipiche di una donna, mi convinsi poco a poco che mia nonna l’avesse assunta più per pietà. Era stata colpita dalla sua storia, mai raccontata esplicitamente da Ileana, ma intuita da chi cercava di capirla.
Il rapporto tra Ileana e mia nonna era un misto di autorità, pietà e, sorprendentemente, una certa forma di affetto — chiamiamola riconoscenza — da parte di Ileana. Mia nonna, pur essendo una persona pratica e ferma, aveva una debolezza per le persone vulnerabili, e in Ileana probabilmente vide un essere smarrito che aveva bisogno di guida. Tuttavia, la natura diretta di mia nonna non lasciava spazio a indulgenze eccessive. Le diceva chiaramente che cosa si aspettava, senza nascondere talvolta le proprie delusioni. «Ileana, porta la legna dal cortile e prepara il tè!» ordinava mia nonna, con voce ferma, ma senza asprezza. Ileana, con un «Sì, signora!» pronunciato in un romeno stentato, si affrettava a obbedire. Tuttavia, mia nonna non esitava a concederle momenti di riposo o piccoli favori, come una coperta più pesante per le notti fredde o una porzione in più di dolci appena usciti dal forno. Spesso mia nonna esprimeva il suo malcontento per le goffaggini di Ileana. «Non si lavano così i pavimenti! Guarda, hai lasciato una striscia di sporco!» Ma dietro quei rimproveri c’era una cura silenziosa, il desiderio di insegnarle a essere più preparata per la vita in città, anche fuori dalla nostra casa. Se un giorno avesse trovato un’altra casa dove fare la domestica, avrebbe dovuto sapere certe cose.
Una prova della debolezza di mia nonna nei confronti di Ileana fu il fatto che, pur essendo stata assunta per interventi nelle ventiquattro ore, l’orario di Ileana terminava nel primo pomeriggio. Mia nonna le dava da mangiare a pranzo, le chiedeva ancora uno o due servizi e poi la lasciava libera, occupandosi lei stessa di me. Ileana tornava nella sua stanzetta in fondo al cortile, si cambiava e usciva al cancello su un piccolo sgabello per guardare i passanti.
Ci fu anche un altro lato protettivo da parte di mia nonna. Quando i vicini esprimevano il loro malcontento o persino disprezzo verso Ileana, mia nonna la difendeva. «È una ragazza di buon cuore, non ha avuto la possibilità di andare a scuola e non sa come comportarsi, ma imparerà», diceva, cambiando subito argomento.
Nei primi anni della sua assunzione, Ileana si occupò soprattutto di me. Dopo che ebbi compiuto quattro anni, i miei genitori mi mandarono all’asilo. L’asilo si trovava in strada Izvor, giù nella valle, di fronte a un ingresso dello Stadio della Repubblica, a una distanza di circa venti minuti a piedi da casa nostra. La mattina alle otto, Ileana mi portava all’asilo tenendomi stretto per mano e veniva a riprendermi verso mezzogiorno. Non era difficile: bisognava solo scendere e poi risalire il pendio di Dealul Spirii. C’era già il tram 8 che la risaliva, ma Ileana preferiva andare a piedi. Durante il tragitto capitava che mi cantasse qualcosa, probabilmente una melodia russa, e cercava di spiegarmi che cosa volesse dire la canzone. Era come se, nel suo modo strano, cercasse di offrirmi una briciola del suo mondo perduto.
All’asilo mi ero innamorato di una bambina, Didina, con la quale uscivo mano nella mano durante le passeggiate di tutto il gruppo dei bambini, oppure sedevo accanto a lei su una panchina nel cortile dell’asilo. Quando Ileana veniva a prendermi per riportarmi a casa, separarmi da Didina era una tragedia. Credo che in quella relazione fossi solo io a essere distrutto dalla separazione. L’altra parte sopportava semplicemente con stoicismo le mie avances.
Per me, Ileana era più di una semplice serva; era una presenza costante, una figura strana nel suo modo goffo e talvolta imprevedibile di reagire. In assenza dei miei genitori, occupati con il lavoro, e di mia nonna, presa dai problemi della casa, Ileana era quella che mi faceva compagnia. Anche se non era capace di raccontarmi storie o di capire i miei giochi, la sua presenza mi dava un senso di sicurezza. A volte la osservavo mentre si occupava delle faccende nel cortile, canticchiando sottovoce melodie incomprensibili o mormorando parole nella sua lingua. «Perché parli così, Ileana?» le chiedevo. Lei sorrideva e rispondeva semplicemente: «Così è la mia lingua.»
Quando tornavo a casa con le ginocchia sbucciate dopo una giornata di giochi nello spiazzo, Ileana era quella che mi lavava le ferite, borbottando nella sua lingua mescolata a un romeno storpiato. A volte mi rimproverava dolcemente per la mia irrequietezza, ma non ho mai sentito che fosse priva di cura nei miei confronti. La mia sensazione era di cameratismo, non di cura materna da parte sua. Non ricordo che mi abbia mai vezzeggiato. Per questo, da parte mia, il rapporto con Ileana era segnato da un misto di curiosità e compassione infantile. Era diversa da tutti gli altri adulti della mia vita, e questa differenza mi intrigava. A volte mi sembrava un personaggio comico, altre volte un’amica goffa, ma faceva parte del mio universo di bambino.
Nell’autunno del 1950, dopo la morte della mia bisnonna, dovetti andare a scuola. Avevo solo sei anni e due mesi quando entrai in prima elementare. Ileana mi accompagnò a scuola per alcune settimane, finché mio padre intervenne, dicendo a mia nonna che potevo andarci anche da solo: la scuola non era lontana, solo due fermate di tram, e io non dovevo presentarmi come un privilegiato rispetto agli altri bambini che venivano a scuola da soli. Così Ileana fu liberata da questo compito.
Nel frattempo, Ileana aveva cominciato a prendersi libertà fino ad allora non permesse. La domenica era libera e, di conseguenza, mancava da casa per tutto il giorno. La sera tornava ubriaca, accompagnata da un soldato, sempre diverso, con il quale si chiudeva nella sua stanza fino al mattino. Il giorno dopo appariva con i postumi della sbornia e di cattivo umore. Mia nonna la rimproverava, ma non prendeva altre misure.
Passarono così altri due anni e dovetti partire con la mia famiglia per un anno nel Banato, dove mio padre era riuscito a trovare un impiego. In nostra assenza in casa erano rimasti, oltre a mia nonna, solo Draga e Radu, il suo nuovo marito. Così mia nonna decise di rinunciare ai servizi di Ileana, sia per mancanza di lavori da affidarle che lei fosse in grado di fare, sia per la cronica mancanza di denaro in casa.
Il distacco dalla famiglia
Ileana trovò un posto di lavoro in una segheria che produceva parquet, assi per pavimenti e altri prodotti in legno. Il lavoro in fabbrica era pesante, ma lei non si lamentava. Il suo divertimento rimase lo stesso: la sera andava al «Maramureș», una bettola nelle vicinanze, dove consumava birra in abbondanza e se ne andava da lì aggrappata al braccio di un soldato, sempre un soldato, forse in ricordo di un amante militare, forse perché un soldato era più facile da avvicinare. Tornava a casa barcollando, accompagnata dal soldato piuttosto timido, e si chiudevano nella sua stanzetta fino all’alba, quando lei doveva andare al lavoro e il soldato in caserma. È difficile dire se queste relazioni fossero solo la continuazione di uno schema stabilito in gioventù o se fossero diventate una fonte di reddito, ma la domanda è legittima. È possibile che il bisogno economico l’abbia spinta a trasformare quelle relazioni episodiche in un modo per sopravvivere. A causa della vita dissoluta e dell’alcol, presto il suo fisico si degradò: le guance le si erano ingrossate e le macchie rosse sulle gambe gonfie tradivano una salute sempre più fragile. Le gambe, un tempo solo un po’ arcuate, da cavallerizza jakuta, si erano allontanate l’una dall’altra e il suo passo era diventato sincopato.
Anni dopo, quando ci incontravamo nel cortile, ci salutavamo e basta. Dal suo comportamento nei miei confronti in quegli anni dedussi che non si era affezionata a me, come sarebbe stato naturale quando ero bambino, così come del resto non si era affezionata a nessun altro. Visse come un animale selvatico in un ambiente ostile, guardando spaventata a destra e a sinistra, perché non comparisse qualche intruso.
Al funerale di mia nonna, la vidi nel cimitero ad aspettare che le dessi il pacco con il cibo rituale. Non piangeva, non era commossa, era solo intirizzita dal freddo insolito per quel marzo. Oltre al pacco le diedi anche la bottiglia con tutto il vino rimasto dopo la distribuzione, sapendo che le avrei fatto piacere. Infatti mi guardò con riconoscenza. Nei giorni successivi le diedi anche una parte degli abiti di mia nonna, nella speranza di risvegliare in lei un ricordo tenero di colei che l’aveva aiutata a sopravvivere.
Quando ci trasferimmo da Calea 13 Septembrie, poco tempo prima della demolizione del quartiere, lei viveva ancora lì. Che cosa sia accaduto dopo a Ileana, non lo so più. Mi piace pensare che, da qualche parte, abbia trovato un frammento di quiete, ma la realtà, molto probabilmente, fu un’altra. I dettagli della sua vita, gli indizi sul suo passato complicato, si sono perduti con lei e con il passare del tempo. Sono probabilmente l’unico al mondo che si ricordi ancora di lei. In un certo senso, Ileana è rimasta per me un personaggio enigmatico, una presenza inquietante della mia infanzia, la cui storia completa non sono riuscito finora a scoprire. Ma tenterò, nelle pagine che seguono, di immaginare alcuni scenari possibili partendo da pochi elementi concreti.
L’ombra di un passato misterioso
Ileana non riuscì mai a imparare bene il romeno, ma potevamo capirci con lei, accettando senza problemi il suo accento e il fatto che storpiasse le parole romene. La sento ancora, con la sua voce acuta, chiamarmi quando giocavo con gli amici nello spiazzo:
«Vieni cua! Vieni in caza subito!»
Il senso del richiamo era chiaro, ma la lingua usata la credevo russa. Molto tardi, dopo anni, quando ormai conoscevo abbastanza bene il russo, mi resi conto che quel richiamo non era in russo, ma in italiano; nella mia mente prese forma uno scenario di cui non ho potuto verificare l’autenticità, perché Ileana, in quel momento, non era più disponibile. Accadde nei primi anni Settanta, quando vidi al cinema il film italiano «I Girasoli», diretto da Vittorio De Sica, con Sophia Loren (Giovanna), Marcello Mastroianni (Antonio) e Ljudmila Savel’eva (Maša).
Il soggetto del film era molto sensibile per il pubblico italiano di allora, perché trattava il ritorno in patria dei prigionieri di guerra italiani dalla Russia subito dopo la fine della guerra.
Siamo al momento dell’entrata dell’Italia in guerra dalla parte dell’Asse. Appena sposati, Giovanna e Antonio vengono separati contro la loro volontà dall’arruolamento forzato di Antonio nell’esercito per il fronte orientale. Dopo la fine della guerra, senza avere notizie di Antonio, ma neppure la conferma della sua morte, Giovanna lo attende con la fiducia che tornerà; ma lui non torna, e la giovane decide di andare a Mosca a cercarlo negli archivi sovietici.
Giunta in URSS, Giovanna viene accompagnata da un funzionario sovietico nei luoghi in cui aveva combattuto l’Ottava Armata italiana. Prima nei campi di girasoli, dove durante la guerra erano stati sepolti soldati e civili, poi nei villaggi devastati dalla guerra e nei cimiteri. Ma di Antonio non c’è traccia. Giovanna respinge l’idea della morte del marito e continua le ricerche da sola, arrivando infine in una città in cui alcune donne anziane, vedendo la fotografia di Antonio, le indicano un’izba dove vive Maša, una giovane donna con una bambina, che, vedendo una signora dall’Occidente, la saluta dicendole «buongiorno» in italiano.
Appreso lo scopo della visita di Giovanna, Maša, turbata e spaventata, riesce a spiegarle, in un italiano stentato, come abbia trovato Antonio moribondo nella neve e lo abbia curato riportandolo in vita. Poi la accompagna alla piccola stazione della città dove Antonio lavora. Nel momento in cui Giovanna vede Antonio intento al lavoro, capisce che la sua permanenza nell’Unione Sovietica è stata il risultato di una scelta. Sopraffatta dalla disperazione, sale sul treno senza rivolgergli una parola e, con il cuore spezzato, torna in Italia.
Quando, dopo alcuni anni, Antonio torna in Italia per cercare Giovanna, la trova sposata e con un figlio; quando le chiede di fuggire con lui, lei rifiuta perché non vuole rovinare la vita dei due bambini. Il film si conclude con Giovanna che accompagna di nuovo Antonio alla stazione, questa volta senza la speranza di rivederlo.
Che legame ha il film «I Girasoli» con Ileana? Ce l’ha, o meglio, ce l’aveva, almeno nella mia mente, perché nel frattempo, documentandomi, ho capito che il film era un film di propaganda, che la sua trama era completamente inventata e che non sono esistiti casi di prigionieri di guerra italiani adottati dai russi, neppure attraverso il matrimonio. Sarebbe intervenuto in modo decisivo l’NKVD. Tuttavia, basandomi sul soggetto del film italiano, il primo scenario che mi immaginai fu uno scenario romantico.
La provenienza di Ileana
Ileana affermò alcune volte di essere originaria di una regione della Siberia. Ciò che non ho ricordato esattamente è se si trattasse di Irkutsk o di Jakutsk. Le sonorità dei due nomi, entrambi siberiani, sono simili, ma l’appartenenza di una persona alla comunità dei Buriati mongoli (Irkutsk) o a quella dei Jakuti turcomanni (Jakutsk) è molto diversa.
I Buriati sono un gruppo etnico mongolo originario della Siberia sud-orientale, che parla una lingua propria. Sotto la pressione dei coloni russi, i Buriati abbandonarono lo stile di vita dei pastori nomadi che vivevano in tende di feltro, spostandosi con le loro mandrie, e adottarono una vita agricola sedentaria nell’area di Irkutsk, a nord del lago Baikal. La maggioranza vive oggi in case permanenti di legno, tipiche della vita contadina siberiana.
Il popolo turco dei Jakuti, venuto dall’Anatolia e stabilitosi per un certo periodo sulle rive del Baikal, fu spinto dai Buriati verso nord-est lungo il corso del fiume Lena, spostando a sua volta popolazioni più piccole del nord-est della Siberia, con le quali del resto si mescolò, popolazioni che vivevano di caccia e di allevamento delle renne. I Jakuti introdussero nel loro nuovo habitat, la Jakuzia, l’economia pastorale dell’Asia centrale, soprattutto l’allevamento dei cavalli.
Entrambi i gruppi hanno alla base popolazioni nomadi, ma sono diversi nei tratti fisionomici. I lineamenti del volto di Ileana mi fanno credere che fosse piuttosto di origine jakuta che buriata. In questo senso, un’analisi del cognome di Ileana mi ha dato conferme quasi certe. Gagea o, talvolta, Gagia, come appariva Ileana nei documenti, è un nome che compare quasi esclusivamente nell’Asia nord-orientale slava sotto la forma Gadja o, nell’alfabeto cirillico, Гаджа. Qualunque fosse però l’origine della siberiana Ileana, il fatto che si trovasse a soli venticinque anni in Europa, a migliaia di chilometri dal luogo di provenienza, doveva avere una ragione. E qui la mia immaginazione fu libera di manifestarsi.
Uno scenario romantico per Ileana
Lo scenario romantico che immaginai, basandomi sul film «I Girasoli», era che Ileana, arruolata nell’Armata Rossa durante la guerra, avesse partecipato nelle retrovie a varie attività adatte a una donna analfabeta, con idee minime di comfort e di civiltà europea. Poteva, per esempio, svolgere lavori semplici in un ospedale da campo o vivere in un villaggio dove si trovava un campo di prigionieri di guerra, come quello di Angarsk, nella regione di Irkutsk, e lì aver conosciuto un prigioniero di guerra italiano, chiamiamolo «Antonio» come nel film di De Sica, catturato dopo la terribile sconfitta di Stalingrado degli eserciti alleati dell’Asse nell’inverno del 1943. Va detto che questi campi sovietici di solito non erano circondati da alte mura inespugnabili, ma erano gruppi di baracche ai margini di una città o di un villaggio, recintati con filo spinato. Durante il giorno, gli abitanti del villaggio e i prigionieri potevano uscire o entrare dal recinto senza grandi problemi. I prigionieri erano impiegati in lavori utili, come la raccolta dei raccolti, lo scavo di canali o strade, o il trasporto di pietre. Vi sono anche casi come il campo di Suzdal, dove furono rinchiusi molti prigionieri italiani e romeni. Il campo utilizzò un grande monastero, dismesso negli anni del comunismo.
Mi sembrava probabile che questo «Antonio» fosse esistito nella vita di Ileana e che il loro legame fosse durato due o tre anni, durante i quali lei imparò alcune parole italiane, per poi usarle nei richiami che mi lanciava nello spiazzo davanti a casa. Il fatto che Ileana usasse espressioni italiane mi faceva dunque credere che avesse vissuto con un italiano che aveva modellato la sua esistenza. Conoscendo gli uomini italiani, soprattutto quelli del Sud, non è impossibile che un «Antonio» le avesse fatto una corte assidua, allo scopo di ottenere non solo i favori desiderati dopo mesi di vita in trincea senza contatti con il sesso femminile, ma anche uno status di autonomia nel campo. Non è escluso che questa relazione si fosse concretizzata in un matrimonio sul posto, perché «Antonio» potesse lasciare il campo e stabilirsi in un’izba, in un villaggio isolato, insieme a Ileana, in piena libertà, aspettando giorni migliori.
Supponendo che questo scenario del tipo «I Girasoli» fosse vero, come arrivò tuttavia Ileana sul territorio della Romania? Anche qui l’immaginazione continuò ad aiutarmi.
Dei 70.000 soldati italiani catturati dai russi, almeno 22.000 morirono durante le marce e i trasferimenti dei primi mesi di prigionia. Dei 48.000 italiani che giunsero nei campi di prigionia, solo 10.000 riuscirono a tornare in patria. Già dopo l’8 settembre 1943 e, ancor più, dopo la fine della guerra, l’Italia non era più un paese nemico per l’URSS. Così, subito dopo la guerra, il governo sovietico aprì le porte ai prigionieri di guerra italiani, a quanti ne erano rimasti. Il rimpatrio fu effettuato dal governo italiano con la sua consueta lentezza. Il rimpatrio dei soldati si svolse tra settembre 1945 e marzo 1946. I soldati, in grandi gruppi, venivano consegnati dai sovietici alle truppe alleate di stanza in Austria e in Germania, ma il proseguimento del viaggio verso l’Italia avveniva in modo caotico, talvolta con trasporti organizzati, ma spesso individualmente o in piccoli gruppi che viaggiavano in modo indipendente e approfittavano di improvvisazioni.
Il rimpatrio degli ufficiali italiani prigionieri fu ritardato su richiesta del governo italiano, per ragioni elettorali — il referendum tra monarchia e repubblica — e avvenne dopo aprile 1946. L’esodo degli ufficiali prigionieri verso l’Italia ebbe principalmente due vie: attraverso Odessa o attraverso la Bessarabia e il nord della Moldavia.
Si può supporre che i due sposi, amanti o compagni di vita, Antonio e Ileana, abbiano preso una di queste vie e che, per una ragione o per un’altra, si siano separati. Una ragione potrebbe essere che, non essendo sposati o non essendo il matrimonio riconosciuto dagli italiani, le autorità italiane non permisero a Ileana di imbarcarsi sulla nave o sul treno. Un’altra ragione, più triste, potrebbe essere che «Antonio» l’abbia semplicemente abbandonata, all’italiana, da qualche parte in Bessarabia o nel nord della Moldavia, desideroso di ritrovare la sua innamorata italiana che lo aspettava.
Così Ileana rimase sola in un paese straniero, senza alcun aiuto e senza conoscenze sufficienti per orientarsi. È facile supporre che, nelle sue peregrinazioni, sia finita chissà in quali mani e abbia subito chissà quante violenze. Così come non si sa quale cuore pietoso l’abbia indirizzata a rivolgersi a un’agenzia locale di collocamento e, ecco, così arrivò nella lista ricevuta da mia nonna.
Mi chiedo spesso perché il film di De Sica abbia risvegliato in me ricordi così vividi e disparati della storia di Ileana. Forse quelle parole italiane, pronunciate ogni tanto da Ileana, una russa analfabeta della Siberia, avevano piantato nella mia mente l’immagine di un uomo italiano insinuatosi nella sua vita, così come Antonio era entrato nella vita di Maša, la russa del film.
Il film «I Girasoli» di Vittorio De Sica è una storia profondamente commovente di perdita, sacrificio, amore e sradicamento — temi che sembrano riflettere la vita di Ileana così come l’ho descritta. Il film, con la sua storia sui prigionieri di guerra italiani perduti nella vastità della Russia, uomini che cercano di sopravvivere in un contesto straniero e ostile, ebbe il merito di accendere la scintilla della mia immaginazione riguardo al passato misterioso di Ileana. La storia romantica e tragica tra Antonio e Maša mi offrì una lente attraverso la quale guardare ciò che avrebbe potuto essere la vita di Ileana. Tuttavia, la realtà del passato di Ileana, nascosta sotto strati di silenzio e di esitazioni, è forse molto più dura e priva di fascino. Man mano che ho analizzato i dettagli che conosco, lo scenario romantico si è trasformato in una serie di scenari più duri, ma probabilmente più vicini alla realtà.
Scenari più realistici
Come sarebbe stato possibile, in quegli anni di guerra, che un prigioniero italiano sconvolgesse il mondo di una giovane della Siberia? Posso immaginare che fosse un prigioniero internato in un campo siberiano, preso nel groviglio del destino e della guerra. A differenza dell’Antonio del film, l’italiano della vita di Ileana, se è davvero esistito, sembra aver avuto un desiderio ardente di tornare a casa, in Italia, alla fine della guerra, quando le porte dei campi cominciarono ad aprirsi, e la convinse a seguirlo.
Ma perché portò con sé Ileana? Fu per amore o per pura comodità? Cercò in lei un sostegno, una compagna di viaggio che parlasse russo? Non lo sapremo mai. Ciò che è certo è che il suo abbandono lungo la strada, lontano da casa e dal suo mondo, esclude l’ipotesi di un amore vero. Il pensiero che una decisione simile abbia cambiato completamente la vita di Ileana mi turba profondamente, aggiungendo uno strato di tristezza alla sua storia già complicata.
In effetti, il fatto che Ileana non abbia cercato di trovare un compagno di vita stabile negli oltre trent’anni vissuti in Romania e abbia preferito frequentare bettole per trovare partner di una notte, sempre diversi, talvolta persino pagando loro, suggerisce che questa pratica non fosse una novità nella sua vita. Forse anche in Russia Ileana si era trovata in un contesto simile, in cui relazioni passeggere e partner multipli facevano parte della sua esistenza.
Da queste domande prende forma un altro scenario, più cupo.
Un possibile inizio
Uno scenario plausibile è che Ileana fosse una giovane senza risorse, presa nel vortice della guerra. Forse la povertà estrema della Siberia nord-orientale la spinse a guadagnarsi l’esistenza in un modo che le offrisse una possibilità di sopravvivenza. Ileana veniva da una terra lontana, dove le condizioni di vita erano dure e le risorse limitate. Con i suoi tratti fisionomici distintivi — gli occhi piccoli, azzurri, nascosti in fondo alle orbite, e gli zigomi sporgenti — era una rappresentante dei Jakuti, un popolo non sedentario, abituato alla lotta per la sopravvivenza in condizioni estreme. In un mondo del genere, è possibile che la mancanza di istruzione e di risorse economiche abbia spinto Ileana a cercare soluzioni fuori dalla propria comunità.
Il campo di prigionia e l’incontro con gli italiani
Se viveva o lavorava nei pressi dei campi siberiani di giovani prigionieri italiani, disperati e affamati, Ileana avrebbe potuto entrare in contatto con loro, e non è difficile immaginare come avrebbe potuto diventare parte di un cerchio di relazioni occasionali. Spinta dalla povertà e dalla marginalizzazione culturale, avrebbe potuto essere attratta da una relazione con uno dei prigionieri, un uomo che possiamo immaginare come «Antonio». Seducente, pieno di fascino e disperato di trovare un sostegno in un ambiente ostile, Antonio avrebbe affascinato Ileana.
L’ipotesi romantica che inizialmente avevo supposto — che Ileana fosse stata sedotta da un prigioniero italiano, che ho chiamato «Antonio», il quale, con il fascino tipico degli uomini del Sud Italia, avrebbe conquistato una giovane vulnerabile — può avere una continuazione più cupa, trasformandosi rapidamente in un legame fondato sulla necessità. Nei duri campi della Siberia, una donna come Ileana poteva essere una risorsa preziosa: una fonte di conforto per gli uomini e, forse, una possibilità di sopravvivenza in cambio della protezione che lei, in quanto russa, poteva offrire. La loro relazione, che avrebbe potuto cominciare sotto il segno di un’attrazione reciproca, si sarebbe trasformata presto in una situazione di sopravvivenza. «Antonio» l’avrebbe condivisa con i suoi compagni, per mancanza di alternative o per la pressione del gruppo. Nei campi di prigionia, le donne che entravano in contatto con i detenuti erano spesso vulnerabili alle pressioni dei gruppi e del contesto. Nel caso di Ileana, l’amore avrebbe potuto diventare rapidamente un compromesso: in cambio di protezione o di risorse per sopravvivere, sarebbe stata condivisa tra più prigionieri. In un contesto simile, Ileana sarebbe stata costretta ad accettare una vita in cui le relazioni con più partner erano diventate un’abitudine.
Se Ileana frequentò il campo degli italiani o se li accolse in casa sua, vi sono due possibilità: o l’amore iniziale fu abbastanza forte da farle accettare quella situazione difficile, oppure semplicemente si adattò, vedendo in quegli uomini una soluzione per sopravvivere. Il fatto che imparò alcune parole italiane indica un tentativo di integrazione in quella comunità temporanea, ma instabile.
Il rimpatrio: un momento di separazione
Il rimpatrio dei prigionieri italiani dall’URSS, iniziato nell’autunno del 1945, si svolse in grandi gruppi e non fu un processo lineare o individualizzato. Gruppi di prigionieri venivano trasportati dai sovietici in carri merci, senza alcun comfort o intimità. Se Ileana si fosse unita a quel gruppo, è difficile credere che lei e un eventuale compagno avrebbero avuto un percorso privilegiato. E se Ileana si fosse trovata tra loro, sarebbe stata una viaggiatrice in mezzo a una massa di uomini disperati di tornare a casa. È difficile immaginare che un solo uomo, fosse «Antonio» o qualcun altro, potesse proteggere la sua compagna in un caos simile, per portarla nel villaggio o nella città in cui non vedeva l’ora di arrivare. E che tipo di compagna portava con sé? Una selvaggia che non sapeva nemmeno leggere. È dunque probabile che, in quell’agitazione e confusione, una volta giunti alla frontiera, Ileana sia stata abbandonata dal suo compagno iniziale, se questi è davvero esistito, oppure semplicemente dal gruppo. L’abbandono poteva avere almeno due motivi: o l’italiano desiderava rifarsi una vita senza una donna che percepiva come legata a un passato doloroso, oppure le autorità italiane non permisero a Ileana l’imbarco senza visto.
Rimasta sola in un paese sconosciuto, Ileana si trovò isolata, senza risorse e senza la capacità di orientarsi in un ambiente completamente estraneo. In un contesto simile, è facile capire perché sarebbe stata costretta ad accettare lo status di donna emarginata, cercando soluzioni temporanee, discutibili, di sopravvivenza, che le provocarono anche la malattia da cui dovette poi essere curata mentre era a servizio da noi.
L’adattamento in Romania
Quando arrivò a lavorare per mia nonna, Ileana sembrava già rassegnata riguardo al suo passato. Una cosa è certa: Ileana non volle mai raccontare il suo passato. Il suo passato era un argomento tabù, che evitava a ogni costo. Anche se il suo romeno stentato le avrebbe permesso di condividere qualche ricordo in più, la totale assenza di racconti diceva tutto: Ileana non voleva che quei ricordi fossero rivisitati e scelse di tacere. La vergogna, la paura del giudizio o, forse, il desiderio di lasciare quel passato alle spalle furono più forti del bisogno di confessione. È possibile che quel silenzio nascondesse una verità scomoda: Ileana si sarebbe potuta abituare a una vita basata su relazioni effimere, da cui mancava il vero amore, ma che le offriva un modo di sopravvivere in un mondo ostile.
Anche dopo aver trovato un posto relativamente stabile nella nostra famiglia, il suo comportamento suggeriva che lo stile di vita conosciuto prima restasse presente nella sua mente. La sera, quando era libera, cercava la compagnia dei soldati, come continuazione di un modello di sopravvivenza che non era riuscita a cambiare.
Quest’ultimo scenario, sebbene meno romantico di quello iniziale, è forse più vicino alla verità di una donna che, pur apparentemente semplice, portava nel suo silenzio l’eco di una vita complicata e segnata da scelte difficili. Si può però immaginare anche un altro scenario, con tinte ancora più fosche, per l’ultima parte della vita di Ileana, quella che conosco meglio. Eccolo.
Un ritratto più oscuro di Ileana
È vero che un passato doloroso, combinato con la mancanza di un reale sostegno emotivo, può lasciare tracce profonde nella personalità di qualcuno. Ileana potrebbe benissimo essere stata il prodotto di un mondo che non le aveva offerto reali possibilità, e questo potrebbe spiegare una parte del suo comportamento. Se esploriamo questa variante, possiamo vedere una donna indurita da esperienze che l’hanno trasformata in una pura sopravvissuta.
La solitudine, combinata con la brutalità del passato, conduce a un ciclo autodistruttivo, e per Ileana il sesso e il bere avrebbero potuto diventare gli unici modi attraverso i quali riusciva a sentirsi, anche solo per poco tempo, meno sola. È possibile che abbia guardato qualsiasi relazione — persino quella con la nostra famiglia — attraverso il prisma dell’utilità o di un guadagno immediato. Ciò non significa necessariamente che fosse incapace di sentimenti, ma piuttosto che non sapeva esprimerli o mantenerli, o forse li aveva semplicemente dimenticati.
E allora, ogni contatto umano — sia con me, un bambino innocente, sia con gli uomini della sua vita con cui aveva condiviso il letto — era soltanto funzionale, mai davvero affettivo. In una prospettiva simile, Ileana non cercava affetto o stabilità, ma solo un sollievo temporaneo per un profondo vuoto esistenziale.
In questa visione, Ileana era una donna sopraffatta dalla difficoltà della propria esistenza. Il suo rifiuto di raccontare ciò che le era accaduto prima di arrivare da noi può essere visto come un meccanismo di difesa, ma anche come risultato di una profonda vergogna legata alle decisioni o alle esperienze vissute. Forse la brutalità con cui fu trattata, nell’infanzia o nella giovinezza, o altrove, la portò a chiudersi completamente e a evitare ogni forma di intimità emotiva.
Se pensiamo al suo rapporto con il bere, questo, oltre a essere una normale soluzione dei russi nel clima gelido della Jakuzia della sua giovinezza, potrebbe essere stato anche un rifugio per intorpidire il dolore, per sopprimere i ricordi che tornavano ossessivamente. Invece di essere un semplice divertimento, il bere poteva diventare una necessità — uno scudo contro un passato che continuava a perseguitarla.
Se pensiamo al suo rapporto con gli uomini, Ileana non sembrava alla ricerca di un compagno stabile. Forse perché non credeva che una relazione del genere fosse possibile per lei, oppure perché aveva imparato, in modo crudele, che tali legami portano più sofferenza che sollievo. Gli uomini che trovava non rappresentavano altro che una soluzione temporanea per riempire un vuoto e soddisfare un bisogno ormai radicato. In una vita così priva di speranza, forse non riusciva nemmeno a immaginare un’altra strada. È triste, ma tutt’altro che impossibile, che Ileana abbia visto nel sesso una moneta di scambio per ricevere l’attenzione di qualcuno o per conservare un’illusione di controllo su qualcuno. Se questo comportamento era cominciato già nei campi in Russia, negli ultimi anni sarebbe diventato un meccanismo di sopravvivenza — forse l’unico di cui disponeva. La ripetizione di questo schema dopo il suo arrivo da noi potrebbe essere vista come una conseguenza della mancanza di alternative emotive o sociali.
Un ritratto del genere può sembrare crudele, ma è anche realistico nel contesto di una vita segnata da traumi e povertà estrema. Ileana può essere vista non solo come una donna smarrita, ma come un simbolo della vulnerabilità umana di fronte a un destino spietato. Il fatto che non abbia mai trovato un modo per staccarsi dal suo passato o per ricostruirsi in modo sano mostra quanto siano importanti il sostegno e l’empatia degli altri nelle nostre vite.
Una storia di sopravvivenza
Al di là delle ipotesi e degli scenari sul passato di Ileana, una cosa rimane chiara: la sua vita fu una lotta costante per la sopravvivenza in un mondo che non le offrì molte opzioni.
Che Ileana sia stata una giovane sedotta da un italiano, oppure una sopravvissuta pragmatica che vide nelle relazioni occasionali una soluzione per assicurarsi l’esistenza, la sua storia resta un misto di oscurità e di raggi casuali di sole, difficile da confermare. La sua vita, come gli infiniti campi di girasoli del film di De Sica cresciuti dai corpi dei morti innocenti, è un paesaggio malinconico, disseminato di indizi di una lotta continua per trovare un posto in un mondo che non è mai stato benevolo con lei.
Ileana rimane per me un simbolo della fragilità umana, ma anche dei tentativi di resistenza di fronte a un mondo brutale e indifferente. Il suo destino incompiuto è una testimonianza del fatto che non tutte le storie trovano un lieto fine, ma ogni storia merita di essere raccontata se può essere utile ad altri.





