Il mio viaggio dell’autunno 2015 cominciò sotto il segno di una sorpresa. Anca compiva novant’anni, e il mio arrivo a New York era stato preparato insieme a Bebi. Venivo per partecipare al suo compleanno, ma, come spesso accade in viaggi di questo genere, il pretesto iniziale aprì un’intera successione di incontri: la famiglia, la città, la Metropolitan Opera, gli ex studenti, poi la Florida, la casa di Bebi, Virginia Zeani e Key West.
Riguardata a distanza, questa vacanza non è soltanto una serie di luoghi visitati. È una piccola rete di ricordi: la New York familiare di Anca e Tibi, la New York culturale dei musei e della Metropolitan Opera, la New York professionale degli ex studenti, poi la Florida di Bebi, con il suo ritmo caldo, domestico e tuttavia pieno di sorprese.
L’arrivo a New York
Atterrai a Newark e arrivai verso mezzogiorno a casa di Anca. Il mio arrivo doveva essere una sorpresa, preparata insieme a Bebi. All’ingresso del palazzo dissi al portiere che volevo fare una sorpresa alla signora Salomon. Capì e mi lasciò salire senza annunciarlo.
L’appartamento era al quattordicesimo piano. Suonai, e quando Anca aprì la porta e mi vide davanti a sé, scoppiò in lacrime. Bebi, che era stata complice di questa piccola regia familiare, era in città proprio per non turbare la scena dell’incontro. In quel momento, prima del ristorante, prima delle fotografie e di tutti gli altri episodi del viaggio, il compleanno di Anca era già diventato ciò che doveva essere: un incontro inatteso e profondamente affettuoso.
In quei giorni fotografai anche il salotto dell’appartamento di Anca. Non sono immagini spettacolari, ma proprio per questo sono importanti: la grande finestra, i mobili, i quadri, le piante, il tavolino basso, gli oggetti raccolti in un interno abitato da molto tempo. Prima del ristorante e delle fotografie di gruppo, esisteva questo spazio domestico, più silenzioso, in cui la presenza di Anca si sentiva forse nel modo più chiaro.
Dei primi giorni restano anche immagini di Manhattan. La città appare con la sua consueta verticalità: edifici di vetro, strade dritte, taxi gialli, traffico, attraversamenti pedonali, il movimento di un luogo che sembra non fermarsi mai. Non era una New York scoperta per la prima volta, ma una New York rivista, aggiunta alla mia memoria americana.
Il compleanno di Anca
Il motivo del viaggio era il compleanno di Anca. Compiva novant’anni, e la festa ebbe luogo in un ristorante romeno di New York. Fu uno di quegli incontri familiari in cui la gioia del presente si mescola inevitabilmente con il sentimento del tempo che passa. Tibi era già malato e fu portato per alcune ore, perché fosse anche lui presente. Era debole, visibilmente sofferente, ma la sua presenza diede al momento una discreta gravità. Prese anche la parola, in un modo che trasformò l’anniversario in un’immagine di famiglia più profonda di una semplice cena festiva.
Ricordo in modo particolare il ballo di Anca con Bebi. Era un’immagine luminosa, quasi inverosimile nel contrasto tra età, malattie, distanze e l’energia di quel momento. Anca e Bebi appartenevano alla stessa storia familiare allargata, ma ciascuna portava con sé un altro percorso, un’altra geografia, un’altra esperienza dell’America. Il loro ballo è rimasto, per me, una delle immagini affettive centrali del viaggio.
Passeggiate per New York
Tra gli incontri di famiglia e le serate alla Metropolitan Opera rimasero alcune passeggiate per la città. Il 31 ottobre, New York aveva anche l’atmosfera particolare di Halloween. Per un europeo, Halloween in America ha qualcosa di teatrale e infantile, ma a New York diventa quasi uno spettacolo di strada, naturalmente integrato nella vita della città.
Central Park fu, come sempre, una pausa di respiro. L’autunno si vedeva ancora nei colori degli alberi, nella luce filtrata dal fogliame, nel riflesso dell’acqua e nella prospettiva dei grattacieli innalzati oltre il margine del parco. Dopo la Manhattan compatta e rumorosa, il parco offriva un altro ritmo, più lento, più adatto a una giornata che si sarebbe conclusa alla Metropolitan Opera.
Di quell’attraversamento di Central Park sono rimaste più fotografie di quante ne avessi conservate inizialmente. Si vede il lago tra gli alberi d’autunno, la luce bassa del tardo pomeriggio, i viali silenziosi e, qua e là, la silhouette dei grattacieli ai margini del parco. Per alcune decine di minuti, il cammino verso la Metropolitan Opera passò attraverso uno spazio che sospendeva l’agitazione di Manhattan e la trasformava in una sorta di preludio visivo della serata.
Ricordo anche un’atmosfera sportiva insolita: transenne, corsie delimitate, spettatori e corridori su alcuni viali. Non posso più dire con certezza di quale corsa si trattasse, ma, essendo il 31 ottobre, alla vigilia della Maratona di New York, è molto probabile che fosse una delle manifestazioni atletiche legate al fine settimana della maratona. Per noi, che attraversavamo il parco verso Lincoln Center, questo dettaglio diede alla passeggiata un supplemento di energia e di vita urbana.
MoMA e Metropolitan Opera
Il programma culturale cominciò con una visita al MoMA. Le fotografie conservano opere, sale, spazi interni ed esterni, dettagli colti di passaggio. La New York culturale si apriva così attraverso il museo, non come semplice obiettivo turistico, ma come spazio di nuovo incontro con l’arte moderna.
Il 31 ottobre 2015 assistetti a Tannhäuser alla Metropolitan Opera. L’edificio del Lincoln Center, il foyer, il pubblico, la sala illuminata e poi gli applausi finali diedero a quella serata un peso particolare. Wagner chiede tempo, pazienza, abbandono; fu una serata solenne, lunga, adatta alla città in cui mi trovavo.
Il 2 novembre tornai al Met per Tosca. Se Tannhäuser aveva portato l’ampiezza wagneriana, Tosca portava l’intensità italiana, più diretta, più teatrale. Di quella serata è rimasta anche una registrazione audio legata all’aria Vissi d’arte, con Angela Gheorghiu, segno che talvolta la memoria di un viaggio si conserva non solo nelle immagini, ma anche in frammenti sonori.
Incontri newyorkesi
I giorni trascorsi a New York ebbero anche una dimensione professionale e affettiva: l’incontro con persone legate al mio passato universitario. Mi incontrai con ex studenti, stabilitisi da molto tempo in America. In simili ritrovi, la distanza tra professore e studente cambia naturalmente: rimane il ricordo del rapporto iniziale, ma sopra di esso si depositano il tempo, le carriere, le famiglie e l’esperienza di una vita vissuta lontano dal paese.
Rividi anche Mariana Necula, mia ex collega, insieme a suo marito Nick, anche lui professore. Ci vedemmo da Petrossian, in un ambiente elegante, adatto a una conversazione calma, tra ricordi, attualità e impressioni su New York.
Rividi anche Edi e Roxana, miei ex studenti, sposati e stabiliti a New York. Entrambi avevano terminato il Politecnico, ma la loro vita si era aperta anche verso altre forme di cultura. Edi era innamorato della musica classica e dell’opera, mentre Roxana era scrittrice e poetessa. L’incontro con loro collegava, in modo naturale, la parte culturale del viaggio — le serate alla Metropolitan Opera — alla mia memoria di professore.
Verso la Florida
Dopo i giorni densi di New York, partii per la Florida. Atterrai a Fort Lauderdale e fui preso all’aeroporto da alcuni vicini di Bebi, della stessa comunità in cui lei aveva la villa. La vacanza in Florida mi era stata offerta da Bebi. Con lei c’era anche Aniko, una nipote venuta dalla Germania per il compleanno di Anca.
Bebi aveva allora circa ottantacinque anni, ma guidò l’automobile in tutti i nostri spostamenti: nella località in cui si trovava la comunità, ai supermercati, alla piscina, in visita da Virginia Zeani e poi, per un’intera giornata, fino a Key West. Questa immagine è rimasta forte: Bebi al volante, padrona del percorso e del programma, mentre organizzava con energia tutto il soggiorno.
La casa di Bebi e la comunità in Florida
La villa di Bebi si trovava in una gated community, circondata da muri e con una barriera all’ingresso, come molte simili aree residenziali della Florida. Era un mondo ordinato, protetto, quasi sospeso: case basse, strade tranquille, prati curati, palme e una piscina comune che funzionava come luogo d’incontro.
Lì conobbi Pupet — o Poupet, come appare nel nome della cartella fotografica — un’amica di Bebi. Era originaria, credo, della Transilvania o dell’Ungheria; in ogni caso, lei e Bebi parlavano ungherese tra loro. Ci incontravamo di giorno alla piscina, prendevamo il sole, parlavamo, e in due sere Bebi e le sue amiche organizzarono piccole feste in mio onore. Per me, dopo la New York densa, familiare e culturale, la Florida aveva un altro ritmo: più lento, più luminoso, più domestico, ma non privo di una propria socialità.
La visita a Virginia Zeani
Uno dei momenti che desiderai in modo particolare durante quella vacanza fu la visita a Virginia Zeani, nella contea di Palm Beach. L’idea era stata mia. Ero un suo ammiratore, così come sono un ammiratore di Celibidache. Per me, Zeani non era soltanto una grande soprano romena arrivata sulle scene del mondo, ma una di quelle personalità artistiche che lasciano l’impressione di una singolarità difficile da spiegare soltanto attraverso carriera, repertorio o successo.
Maria Callas rimane, naturalmente, la diva assoluta del XX secolo. Non sento il bisogno di abbassare Callas per innalzare Zeani. Ma ho sempre sentito che Virginia Zeani apparteneva alla stessa rara famiglia di artisti per i quali la voce non è soltanto uno strumento, ma un destino. Zeani mi raccontò che lei e Callas erano amiche. Avevano entrambe case a Fregene, vicino a Roma, e si vedevano di tanto in tanto. Erano però temperamenti diversi: Callas portava, forse inevitabilmente, l’aura della grande diva tragica; Zeani era più modesta, più riservata, meno preoccupata della propria mitologia.
Zeani mi raccontò anche un aneddoto che circola, del resto, in alcune evocazioni della sua carriera: Maria Callas, diceva, non temeva tanto Renata Tebaldi, la rivale consacrata dalla storia pubblica dell’opera, quanto Virginia Zeani. Non so quanto fosse verità verificabile e quanto memoria, leggenda o eco di conversazioni di quinte. Ma il fatto che questa idea sia rimasta legata al suo nome dice qualcosa sul posto che Zeani occupava tra le grandi soprano dell’epoca.
L’incontro aveva per me anche un legame personale più antico. Virginia Zeani era originaria di Solovăstru, il paese di mia nonna paterna, Maria Fola. Mia madre mi aveva raccontato un tempo una piccola leggenda familiare: quando Virginia era ancora bambina, mia nonna avrebbe parlato con i suoi genitori della possibilità che un giorno diventasse una buona partita per suo figlio, mio padre, che aveva otto anni più di lei. Era una di quelle ipotesi di paese, forse dette di passaggio, senza conseguenze reali, ma che, viste dopo decenni, acquistano uno strano fascino. Più tardi, tutti arrivarono a Bucarest. Non so se le famiglie rimasero in contatto; sospetto di no.
Neppure il suo matrimonio con Nicola Rossi-Lemeni deve essere visto in modo semplicistico. Lemeni era un basso-baritono celebre, ma anche un uomo molto colto, autore di volumi di poesie. La loro vita comune ebbe una grande densità artistica. Riempirono la casa di opere d’arte, e intorno a loro si formò un mondo in cui musica, letteratura e arti visive si incontravano naturalmente. Se Zeani è rimasta meno presente di Callas nella memoria discografica e mediatica del grande pubblico, ciò dipende piuttosto dal suo destino artistico, dalla sua discrezione e dal fatto che non costruì la propria leggenda pubblica nello stesso modo.
Zeani conservò tuttavia un legame profondo con i suoi genitori. Mi raccontò di aver fatto tutto il possibile per portarli in Italia, ma loro non vollero lasciare la Romania. Per questo tornò alcune volte nel paese, negli anni del regime di Ceaușescu, per poterli vedere. Due volte cantò persino alla Sala Palatului. Era già il periodo in cui si ritirava gradualmente dalla scena, ma questi ritorni in Romania avevano per lei non solo un significato artistico, ma anche filiale.
Bebi accolse molto bene l’idea della visita. Le piacevano i concerti e l’opera. A Bucarest la portai due volte all’opera, e a Cleveland aveva avuto un periodo in cui andava regolarmente ai concerti della Cleveland Orchestra. Era innamorata di Lorin Maazel, che era stato per un periodo direttore dell’orchestra. Perciò l’incontro con Virginia Zeani non era per lei soltanto un obbligo di ospite. Era una visita in un mondo che capiva e apprezzava.
Le due si intesero molto bene. Era appena uscito un libro su Virginia Zeani — nelle fotografie se ne vede anche la copertina — e Zeani lo regalò a Bebi. Questo gesto fissò l’incontro in un registro caldo, personale. Non era una semplice fotografia con una grande artista, ma un pomeriggio in cui si incrociavano molti fili: Solovăstru, la mia famiglia, l’opera, la mia ammirazione per Zeani, il gusto musicale di Bebi e il destino romeno di persone arrivate, ciascuna a suo modo, molto lontano dal luogo da cui erano partite.
La strada verso Key West
Un’altra giornata fu dedicata alla strada verso Key West. Vista adesso, non appare più soltanto come un’escursione fino all’estremità meridionale della Florida, ma come un viaggio in sé, quasi una piccola epopea stradale. Partimmo al mattino, attraversando prima l’area urbana di Miami, poi verso sud, sul percorso che passa per Homestead e Florida City verso la catena delle isole Florida Keys.
Da lì, la strada diventa sempre più insolita. La U.S. 1 scende attraverso Key Largo, Islamorada, Marathon e poi verso le Lower Keys, prendendo il nome di Overseas Highway. È la celebre strada sul mare, un percorso di oltre cento miglia, collegato da decine di ponti, costruito in parte sulle tracce della vecchia ferrovia di Henry Flagler, distrutta dall’uragano del 1935. Nelle fotografie non si riesce sempre a cogliere con precisione dove finisca un’isola e dove ne cominci un’altra; resta però l’impressione dominante: un nastro di cemento teso tra l’Atlantico, Florida Bay e il Golfo del Messico.
Facemmo anche una sosta lungo il percorso, in un piccolo punto di ristoro sull’acqua, con pontile, barche, una terrazza coperta e l’atmosfera rilassata di un bar di pescatori. Soste simili danno alla strada una consistenza che la semplice carta geografica non può rendere. Non era solo un lungo spostamento, ma una successione di passaggi: città, autostrada, mangrovie, golfi, ponti, isole basse, di nuovo ponti e, alla fine, Key West.
A Key West restammo meno di quanto avrei desiderato. Avrei voluto arrivare alla casa-museo Ernest Hemingway, una delle tappe naturali per qualsiasi visitatore interessato alla letteratura. La casa di Whitehead Street, dove Hemingway visse negli anni Trenta, era però troppo per il tempo che ci rimaneva. Dovevamo rientrare prima che facesse buio, perché Bebi aveva difficoltà a guidare di notte. Anche questa rinuncia è rimasta parte del ricordo: non contano soltanto i luoghi raggiunti, ma anche quelli ai quali non si è più arrivati, pur essendo molto vicini.
Key West appare così nelle fotografie più come un capolinea che come una città esplorata con calma: un tavolo accanto all’acqua, case basse, vegetazione tropicale e la sensazione di essere arrivati al margine del continente. Dopo New York, dopo l’opera al Met e dopo l’incontro con Zeani, Key West chiudeva il viaggio in un registro più luminoso, quasi vacanziero, ma anche con una traccia di fretta: dovevamo ripartire.
Il viaggio di andata e ritorno attraverso le Florida Keys
Le fotografie successive seguono più da vicino la strada vera e propria: l’uscita attraverso Miami, l’avvicinamento alle Keys, la sosta sull’acqua, i lunghi ponti, il ritorno del pomeriggio e il rientro notturno a Miami. Completano le tre immagini già incluse sopra e mostrano meglio quanto sia stato importante, in realtà, il viaggio su strada.
Le ultime sere in Florida
Le ultime fotografie riportano la vacanza nello spazio domestico: la cena da Pupet, la casa di Bebi, oggetti, stanze, l’automobile davanti alla casa. Il finale non è spettacolare, ma proprio per questo è vero. I viaggi spesso finiscono non con un’immagine grandiosa, ma con dettagli: un tavolo, un sorriso, una fotografia di gruppo, un breve giro nella località, una sosta al supermercato, una partenza preparata in silenzio.
Per me, questa vacanza rimane divisa tra due mondi: la New York del compleanno di Anca, di Tibi portato per alcune ore al ristorante e lì chiamato a parlare, dell’opera e degli ex studenti; e la Florida di Bebi, con la villa nella comunità chiusa, la piscina, le amiche che parlavano ungherese, Virginia Zeani e il lungo viaggio verso Key West. Insieme, formano uno di quei viaggi in cui i luoghi diventano importanti non per se stessi, ma attraverso le persone che li hanno abitati per qualche giorno insieme a noi.
MoMA – pagina fotografica separata
La visita al MoMA è rimasta, in questa pagina, solo un episodio del programma culturale newyorkese. Poiché le fotografie del museo sono numerose — il cortile, l’interno e soprattutto le opere esposte — ho separato questo materiale in una pagina dedicata. Essa conserva la selezione più leggibile e meno ridondante delle immagini, senza cambiare l’ordine e la numerazione delle fotografie in questa pagina principale.













