Luca Dan Șerbănați all'esame di maturità, 1961
Luca Dan Șerbănați nei primi anni Settanta
Luca Dan Șerbănați all'ultima lezione del quinto anno, aprile 1989

Luca Dan Șerbănați

Professore emerito alla Politehnica di Bucarest

Ricerca, insegnamento, industria e memorie

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Luca Dan Șerbănați a Venezia, 1990
Luca Dan Șerbănați a New York, 2005
Luca Dan Șerbănați

Una vecchia domanda

L’amicizia tra uomini è stata, per me, uno dei sentimenti più difficili da comprendere. L’ho vista negli altri, l’ho vissuta intensamente, l’ho riconosciuta quando è apparsa e ho saputo di averne bisogno, ma non sono mai riuscito a definirne con chiarezza i confini. Posso raccontarla attraverso alcune persone e alcuni avvenimenti che mi sono rimasti vicini nella memoria; quando però provo a spiegarla in generale, sento che una parte della sua verità mi sfugge. Da qui nasce questo testo.

Le amicizie con le donne hanno occupato un posto essenziale nella mia vita e mi hanno dato molto da pensare. Alcune si sono mescolate all’amore o alla passione; altre sono rimaste nell’ambito dell’affetto reciproco, dell’ammirazione o della complicità intellettuale. Anche quando erano complicate, avevo per loro un vocabolario conosciuto. Potevo parlare di attrazione, passione, tenerezza, desiderio, vicinanza o separazione e, talvolta, perfino di sesso. Nelle amicizie con gli uomini, i sentimenti non erano necessariamente più deboli, ma le parole adatte sembravano meno numerose e più incerte.

La vicinanza fra due uomini può riunire ammirazione, solidarietà, rivalità, identificazione, tenerezza e bisogno di sostegno. Finché rimane senza nome, viene accettata senza troppe domande; quando cerchiamo di descriverla, compaiono l’imbarazzo, la battuta difensiva o il timore di come possa essere interpretata. Non è il sentimento a essere incerto, ma il vocabolario con cui cerchiamo di esprimerlo.

Che cosa chiamiamo amicizia

Aristotele distingueva, semplificando, l’amicizia fondata sull’utilità, quella nata dal piacere di stare insieme e l’amicizia fondata sulla stima dell’altro, che è la vera amicizia. La sua classificazione rimane utile, ma la vita non colloca le persone in scomparti così ordinati, soprattutto perché i sentimenti evolvono. Un rapporto può nascere dal vicinato, dalla scuola, dal servizio militare, da una professione o da una passione comune e può diventare, senza che i due si accorgano del momento del cambiamento, un legame nel quale ciascuno desidera il bene dell’altro senza aspettarsi più alcun vantaggio.

Con molti degli uomini che ho conosciuto, il rapporto è rimasto legato alla circostanza che aveva reso possibile l’incontro. Ho avuto colleghi di lavoro con i quali ho lavorato bene per anni, persone con cui ho condiviso un interesse, un viaggio, un periodo professionale o il piacere di una conversazione. Rapporti simili possono essere sinceri e importanti senza diventare amicizie di una vita. L’amicizia comincia, forse, nel momento in cui la circostanza che l’ha fatta nascere non basta più a spiegarla.

Un amico non è soltanto la persona con cui ti piace trascorrere il tempo, né soltanto colui sul quale puoi contare nel bisogno. È qualcuno davanti al quale non devi apparire sempre forte o sicuro di te. Conosce una parte delle tue debolezze, forse persino del tuo lato ridicolo, e non usa questa conoscenza contro di te. Non ti assolve dai tuoi errori, ma neppure ti riduce a essi. Ti offre una forma di riconoscimento che la famiglia, l’amore o il successo professionale non possono sostituire del tutto.

Un linguaggio indiretto

Nella mia esperienza, l’amicizia tra uomini si è espressa soprattutto attraverso azioni e gesti. Si è costruita con il tempo trascorso insieme, le esperienze condivise, le battute ripetute finché diventavano un codice comune, l’aiuto offerto senza cerimonie e i silenzi che non richiedevano spiegazioni. A volte il semplice fatto che qualcuno rimanesse nella stanza con te anche dopo che ti eri comportato in modo insopportabile, camminasse al tuo fianco indipendentemente dalla rapidità o dalla lentezza del passo, oppure rispondesse alla tua telefonata valeva più di una dichiarazione d’affetto.

La discrezione nei rapporti fra uomini ha una sua nobiltà. Esiste una premura che non si mette in mostra e una fedeltà che non ha bisogno di essere proclamata. Ma quello stesso linguaggio indiretto può diventare anche un limite. Gli uomini finiscono spesso per sapere che cosa fare per un amico, ma non come dirgli che cosa rappresenti per loro. Possono parlare per ore di politica, lavoro, donne, malattie o morte e tuttavia evitare con cura frasi semplici come: «Tengo a te», «Mi ha fatto bene parlare con te» oppure «Ho avuto bisogno di te».

L’ironia ha protetto dall’enfasi i nostri rapporti fra uomini, così come ci ha aiutato a sopportare le circostanze difficili. Nello stesso tempo, a volte è stata la tenda tirata sulla vulnerabilità. Una pacca sulla spalla, un insulto affettuoso, un invito a prendere un caffè o la domanda apparentemente banale «Come stai?» hanno portato con sé sentimenti che non eravamo pronti a pronunciare direttamente. L’amicizia tra uomini non è priva di emozione, ma la sua emozione parla spesso in un dialetto camuffato.

Ammirazione, tenerezza e vergogna

Due uomini possono avvicinarsi perché si assomigliano, ma anche perché sono diversi. A volte, uno vede nell’altro ciò che avrebbe voluto essere lui stesso: più libero, più calmo, più naturale, più sicuro oppure più riconciliato con la propria natura. L’amico diventa allora uno specchio strano. Non ci mostra soltanto chi siamo, ma anche una nostra possibilità che non si è ancora realizzata.

L’ammirazione può contenere anche una forma di tenerezza. La parola mette a disagio molti uomini, perché sembra riservata all’amore o al rapporto fra genitori e figli. Eppure vi è tenerezza nel modo in cui un amico ti risparmia un’umiliazione, sopporta una tua debolezza, custodisce una confidenza o ti accompagna quando non può fare nulla per te. È una delle forme discrete della cura fra le persone.

Nell’educazione che avevo ricevuto, una simile vicinanza fra uomini non disponeva di un vocabolario proprio. Da qui nasceva anche la domanda se la sua intensità dovesse essere spiegata con qualcosa di diverso dall’amicizia. Non ho trovato un’unica spiegazione e forse non ne esiste una. La natura umana non è fatta di cassetti ermetici. L’ammirazione, l’identificazione, il bisogno di protezione, il desiderio di essere accettati e la gioia della vicinanza possono coesistere; è proprio il loro intreccio a dare a ogni amicizia la sua forma unica.

Tre amicizie formative

Quando cerco di dare un contenuto concreto a queste riflessioni, torno con la memoria a Mircea, Nicu e Gabi. Compaiono qui perché, intorno a ciascuno di loro, la memoria ha conservato una storia che illumina un’età della mia vita. I legami con loro nacquero durante l’infanzia e la giovinezza, negli anni in cui la mia personalità era ancora in formazione, e ciascuno contribuì, a modo suo, a quella formazione.

Nell’infanzia e nella giovinezza il tempo sembra illimitato e la vicinanza può instaurarsi con una passione e una disponibilità difficili da ritrovare più tardi. L’amico entra in un territorio della nostra vita ancora libero: ci vede incerti, entusiasti, vulnerabili e ancora indecisi sull’uomo che diventeremo. Per questo alcune amicizie della giovinezza rimangono legate non soltanto alla persona che abbiamo conosciuto, ma anche alla persona che stavamo diventando accanto a lei.

Mircea: la continuità

Mircea è stato il mio amico più antico, il ragazzo che abitava dall’altra parte della strada, cresciuto nello stesso quartiere di Bucarest e sotto lo sguardo dello stesso mondo. La nostra non è stata un’amicizia confidenziale e non ci siamo raccontati le cose più nascoste. Credo che il motivo fosse la sua grande discrezione, inculcata dall’educazione ricevuta in casa in tutto ciò che riguardava i rapporti con gli altri. Ci univa però la durata dell’amicizia. Ciascuno conservava nell’altro la prova che quel quartiere, quelle case, i nostri genitori e la nostra giovinezza fossero realmente esistiti. Mi ha mostrato che l’amicizia non si misura soltanto dall’intensità delle confidenze, ma anche dalla continuità del riconoscimento reciproco fra eguali. Mircea non è stato il mio confidente, ma è rimasto mio amico. La storia di Mircea appartiene a una pagina separata.

Nicu: la fiducia

Con Nicu ho conosciuto un’amicizia più vicina e più vulnerabile. Mi è stato accanto prima e dopo la morte di mio padre, mi ha accolto nel mondo della sua famiglia e ha accolto senza ironia le mie effusioni giovanili, nelle quali avevo bisogno di affetto più di quanto sapessi ammettere. Davanti a lui non dovevo giustificarmi né nascondere la mia inquietudine. La sua amicizia mi ha dato ciò che oggi chiamerei sicurezza affettiva. Anche il rimpianto di non essergli stato altrettanto vicino nei suoi ultimi anni fa parte della verità di quel legame. La storia di Nicu ha il suo posto, con gli avvenimenti e le persone che l’hanno accompagnata.

Gabi: la libertà di confidarsi

Gabi è entrato nella mia vita per soli tre mesi, durante il servizio militare, ma ha lasciato un segno sproporzionatamente forte. Nelle conversazioni notturne nella camerata ho scoperto che potevamo parlare di noi senza la solennità delle dichiarazioni e senza sentirci giudicati. Mi ascoltava sempre con benevolenza e, quando era il caso, con ironia. Ammiravo il suo fascino, la sua ironia e la libertà con cui faceva associazioni insolite, oltre alle barzellette che custodiva nella memoria come gioielli da offrire agli amici. In realtà vedevo in lui una versione di me stesso più libera, meno appesantita dai pregiudizi. Mi ha mostrato che la durata non è l’unica misura dell’amicizia: a volte pochi mesi possono illuminare parti di noi che anni interi non erano riusciti a portare alla luce. La storia di Gabi conserva questa parentesi irripetibile della giovinezza.

Considerate insieme, queste tre amicizie rendono visibili tre dimensioni dei miei anni di formazione: la memoria condivisa della vita vissuta nello stesso spazio e nello stesso tempo, la fiducia nei sentimenti e la scoperta di sé. Mircea ha conservato la continuità dei miei inizi, Nicu mi ha dato la sicurezza della vicinanza e Gabi la libertà di confidarmi.

L’amicizia di fronte al tempo

Le amicizie fra uomini sono spesso forti in gioventù e più difficili da conservare nella vita adulta. Il lavoro, il matrimonio, i figli, i cambiamenti di residenza e gli obblighi quotidiani riducono il tempo che un tempo era loro destinato. Ci diciamo che una vera amicizia può sopportare qualunque intervallo e, proprio per questo, talvolta finiamo per lasciarla troppo a lungo senza nutrimento. La fiducia può resistere, ma la vita condivisa si assottiglia.

Le amicizie nate nella maturità partono da un altro punto. Ci incontriamo come persone già formate, ciascuna con il proprio passato, la famiglia, le convinzioni e le abitudini. La vicinanza si costruisce più lentamente e richiede rispetto per una vita che esisteva prima di noi. Ha forse meno impetuosità, ma spesso più lucidità, maggiore indulgenza e una comprensione più esatta dei limiti dell’altro.

L’emigrazione ha reso questa esperienza dell’amicizia più dolorosa per me. La distanza non ha cancellato le amicizie, ma ha cambiato la forma della loro presenza. Alcune sono rimaste nelle lettere o in conversazioni rare, altre in un saluto scambiato con gioia durante un incontro casuale, altre ancora soltanto nella memoria. Ho scoperto tardi che la fedeltà interiore non compensa sempre l’assenza concreta. Possiamo portare una persona dentro di noi e, nonostante ciò, non esserle accanto quando ha bisogno.

Nella vecchiaia, l’amicizia diventa anche un archivio vivente. I vecchi amici conoscono versioni di noi che nessuno di coloro incontrati più tardi ha visto. Ricordano la casa dei nostri genitori, le paure e le ambizioni degli inizi, le battute che non possono più essere spiegate e i viaggi progettati che non abbiamo mai compiuto. Quando uno di loro muore, non perdiamo soltanto una persona; scompare anche un testimone di una parte della nostra stessa vita.

Gli amici più recenti non sono stati testimoni dei miei inizi, ma conoscono l’uomo che sono diventato. Con loro condivido le domande del presente, l’esperienza accumulata, il bisogno di dialogo e la fragilità dell’età. Appartengono a un altro strato della vita e a un’altra forma di vicinanza.

Dove passa il filo

Per molto tempo ho creduto che il filo difficile da confessare passasse fra l’amicizia e un sentimento di altra natura. Oggi lo vedo in più luoghi: fra vicinanza e libertà, fra tenerezza e riserbo, fra il bisogno dell’altro e il rispetto per la sua vita separata. L’amico deve potersi avvicinare senza occuparti, sostenerti senza guidarti e conoscere le tue debolezze senza privarti della dignità. Un’amicizia diventa opprimente quando pretende esclusività, sottomissione o una conferma permanente. Rimane viva quando i due possono separarsi per vivere le proprie vite e ritrovarsi senza chiedersi conto di ogni assenza.

Forse è proprio questa combinazione di vicinanza e riserbo a rendere l’amicizia tra uomini tanto difficile da descrivere. Può essere molto profonda senza essere dimostrativa, tenera senza chiamarsi così, fedele anche quando gli incontri si fanno più rari. Ma il silenzio che la protegge può anche impoverirla. A volte sarebbe bastata una sola parola, detta al momento giusto, perché un amico sapesse quanto aveva significato per te.

Invece di una conclusione

Come si vede, non ho trovato una definizione capace di comprendere tutte le amicizie fra uomini, né credo di averne ancora bisogno. So soltanto che esistono persone senza le quali la nostra biografia interiore sarebbe più povera. Non sostituiscono la famiglia né gli amori, ma ci offrono qualcosa di diverso: un riconoscimento fra eguali, la libertà di essere imperfetti e la sensazione di non attraversare il mondo da soli.

L’amicizia fra uomini non mi sembra più un enigma da risolvere, ma un legame le cui forme devono essere riconosciute. Può significare memoria condivisa, fiducia, libertà di confidarsi, aiuto, ammirazione o il semplice fatto di rimanere accanto a qualcuno. Nessuna di queste forme la esaurisce.