Mircea, l’amico di fronte
Un’amicizia lunga quasi una vita, iniziata in Calea 13 Septembrie e conservata fino a tardi nei saluti scambiati da lontano al Festival “George Enescu”.
L’amicizia di fronte
Mircea C. è stato uno dei miei amici più antichi. Abitavamo in Calea 13 Septembrie, quasi uno di fronte all’altro: la mia casa era al numero 76, mentre la sua famiglia viveva, se ricordo bene, al numero 91, sul lato opposto della strada. Avevamo quasi la stessa età; lui era più grande di me soltanto di pochi mesi. Se le nostre madri si fossero conosciute meglio, avrebbero potuto portarci insieme a spasso nelle carrozzine, chiacchierando mentre noi facevamo il sonnellino.
I miei primi ricordi di Mircea, tuttavia, risalgono al terreno incolto di Piața Puișor. Io ero quasi sempre lì; lui compariva di rado, perché i genitori non gli permettevano di mescolarsi con quelli che avrebbero chiamato i “ragazzacci” del quartiere. Ci misuravamo con lo sguardo e poi ciascuno tornava alle proprie occupazioni.
Mircea, figlio di un medico, abitava in un piccolo edificio di due piani che nascondeva sul retro una fila di piccoli appartamenti e stanzette, come ce n’erano ancora nel nostro quartiere. L’ingresso avveniva attraverso un passaggio coperto. La sua famiglia occupava un appartamento al piano rialzato, raggiungibile sia dal cortile sia direttamente dal passaggio, attraverso una porta a vetri con campanello.
Da questo ingresso si entrava nella stanza affacciata sulla strada, inizialmente destinata a fungere da studio medico del padre. Poiché i tempi erano cambiati e le visite private non erano più ammesse, durante l’adolescenza la stanza era diventata la camera da letto di Mircea. Aveva grandi finestre, situate a più di due metri sopra il marciapiede. Da lì poteva osservare tutto ciò che accadeva nella strada.
Suo padre era medico e dirigeva il dispensario antitubercolare di Calea 13 Septembrie, a poche case di distanza da noi. La madre di Mircea era casalinga. In famiglia viveva anche la sorella maggiore di lei, che Mircea chiamava Babette: una donna alta, rimasta nubile, che amava il nipote senza limiti.
I genitori avevano indirizzato Mircea verso la professione del padre, e lui sarebbe diventato un ottimo pediatra. Non frequentammo insieme la scuola elementare. Fin dalle prime classi era stato iscritto al Liceo “Mihai Eminescu” di Calea Rahovei, dove rimase fino al diploma. Come nella mia famiglia, anche la sua educazione doveva comprendere la musica: lui prendeva lezioni di violino, io di pianoforte. Nessuno dei due intraprese però una carriera musicale. Quelle lezioni facevano piuttosto parte dell’educazione che le nostre famiglie ritenevano doveroso offrirci.
Non ricordo che fossimo inseparabili durante l’infanzia o l’adolescenza. La vicinanza delle nostre case, tuttavia, ci manteneva sempre nel raggio visivo l’uno dell’altro. Siamo cresciuti separatamente, ma abbiamo continuato a seguire le rispettive vite anche quando i nostri percorsi sono diventati paralleli.
La finestra di Mircea
Alla fine del liceo, Mircea era alto, credo circa un metro e ottantatré. Era ben proporzionato, castano chiaro, con gli occhi azzurri e le lentiggini. Il suo volto conservava qualcosa di infantile; le palpebre inferiori, leggermente gonfie, gli davano talvolta l’aria di essersi appena svegliato. Probabilmente proprio il contrasto tra la sua statura e quell’aspetto da ragazzo incline agli scherzi conquistava chi gli stava intorno. Era giocoso, sapeva avvicinarsi alle persone e possedeva, soprattutto nei rapporti con le donne, una naturalezza che io non avevo.
Lo vedo ancora seduto sull’ampio davanzale della finestra aperta, con le ginocchia raccolte al petto, come Audrey Hepburn alla finestra in Colazione da Tiffany, con la sua immancabile camicia azzurro chiaro, inamidata da Babette e intonata agli occhi. Quando passavano conoscenti per strada, le chiamava per nome. Alcune si fermavano sorprese, alzavano lo sguardo, lo salutavano e proseguivano. Ma Mircea non si limitava alle persone conosciute: anche le ragazze sconosciute potevano diventare il bersaglio dei suoi richiami dall’alto. Era attratto dalle ragazze fin da giovane e aveva una straordinaria facilità nell’attaccare conversazione con loro. Quella finestra era stata, in un certo senso, il suo primo balcone sul mondo e il primo luogo dal quale esercitava il proprio fascino.
Dalla sua stanza poteva vedere, dall’altro lato della strada, a meno di trenta metri, un edificio più alto del suo. Al piano terra si trovavano una bottega di acqua di seltz e uno studio fotografico; a uno dei piani superiori abitava una famiglia con due figlie: Ileana, la maggiore, e Cristina, più giovane di alcuni anni, entrambe molto carine. Mircea comunicava con loro a gesti dalla finestra, e loro rispondevano dal balcone. Si scambiarono i numeri di telefono e, una dopo l’altra, in ordine d’età, entrambe divennero visitatrici della sua camera con vista alla strada.
Un Casanova dal volto infantile
Questa non era che una delle sue numerose storie. Potrei ricordare rapidamente sette o otto nomi di ragazze che, in un momento o nell’altro, erano state sue fidanzate. In quegli anni, almeno nel nostro ambiente, una successione simile mi sembrava fuori dal comune. Le ragazze di Mircea non erano soltanto carine, ma anche colte e provenivano da “buone famiglie”.
Mi sembrava, come dicevo allora, che “le ragazze cadessero come mosche”. Mircea sapeva parlare con loro, sussurrare qualcosa all’orecchio e disarmarle con la sua aria da bambino innocente. Per me, molto meno sicuro in circostanze del genere, appariva come un vero Casanova.
Un sabato con Sofița e “Vulpița”
Una delle avventure di Mircea in cui fui coinvolto direttamente ebbe luogo verso la fine degli anni Sessanta, quando ci vedevamo spesso ai numerosi tè danzanti ai quali eravamo invitati per compensare la scarsità di uomini capaci di ballare bene. Una sera ricevetti una sua telefonata, seguita da un dialogo quasi irreale:
— Che fai sabato sera?
— Niente, resto a casa.
— Allora vieni da noi.
— Da noi? Cioè da chi?
— Da me e Sofița.
— Sofița? Chi è Sofița?
— Come, non conosci Sofița? Da quanto tempo non ci vediamo?
— Dal tè danzante di Ioana. Tre settimane fa.
— Ah, sì, è vero. Non puoi conoscere Sofița. Un motivo in più per vederci sabato sera, alle sette
e mezza.
— Dove?
— In 11 Iunie, al numero..., vicino alla rotonda. Ti aspettiamo. Attenzione: rimani a dormire da noi.
Sabato, all’ora stabilita, mi presentai con una bottiglia di vino e un vassoio di salatini. A dire il vero, mi aspettavo un “tè danzante”, come Mircea mi aveva abituato. Invece c’erano soltanto loro due e un’altra ragazza. Finalmente mi presentò Sofia, che chiamava Sofița per la sua mania di usare diminutivi. Era una ragazza carina, cordiale, evidentemente innamorata del “dottore”.
L’altra ragazza era Laura, un’amica di Sofița, che Mircea mi presentò come “Vulpița”, “Volpetta”. Senza alcuna cattiveria, mi spiegò che la chiamava così perché nel suo viso c’era qualcosa di volpino. In effetti, il suo naso, un po’ più lungo del normale e leggermente rivolto all’insù, le dava un’aria particolare. Laura accettava il soprannome e non sembrava affatto offesa.
Seduti intorno al tavolo del soggiorno, parlammo fino a tardi. Il vino finì, così come i salatini e i dolci che Sofița aveva messo in tavola. Stavamo tutti sbadigliando terribilmente quando Mircea intervenne:
— A letto! Noi andiamo nella nostra camera, e voi nell’altra — disse, indicando me e Vulpița.
Sconcertato, guardai Laura, che non manifestava alcuna opposizione. Ero forse caduto in una trappola? Una trappola piacevole, comunque.
La mattina bevemmo il caffè insieme e poi ci separammo. Non rividi mai più né Sofița né “Vulpița”. L’episodio mi rimase nella memoria soprattutto come un’illustrazione del modo in cui Mircea organizzava le cose: con disinvoltura, senza spiegazioni inutili, convinto di agire per il mio bene.
La fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta ci trovarono insieme, nello stesso gruppo formato dai miei nuovi colleghi d’ufficio, da vecchie conoscenze del servizio militare e da altri amici raccolti intorno a noi. Andavamo insieme al mare, ballavamo ai tè organizzati dai membri del gruppo e ci corteggiavamo a destra e a sinistra. Durante una di quelle gite al mare conobbi anche la mia futura moglie.
Mircea si univa a noi soprattutto nei periodi in cui non era impegnato in una relazione. Le sue fidanzate di allora erano donne colte, serie e spiritose, con le quali anch’io avevo stretto amicizie profonde.
Anda e i tè danzanti di Calea Moșilor
Qualche anno più tardi, Mircea decise che era arrivato il momento di sistemarsi e sposò Anda. Erano entrambi alti e belli e formavano una coppia che attirava l’attenzione. Anda proveniva da una famiglia ben collocata nella gerarchia municipale: suo padre occupava un’importante funzione nel Comune di Bucarest. Con quel matrimonio, il mondo sociale di Mircea si allargò molto rispetto all’ambiente della nostra infanzia.
Abitavano in un grande appartamento, in un vecchio edificio di Calea Moșilor, all’angolo con Bulevardul Carol. Lì organizzavano quelli che noi chiamavamo “tè danzanti”, feste alle quali partecipavano persone provenienti da ambienti molto diversi, compresi quelli della cultura e del cinema. Ricordo di aver incontrato alle feste di Mircea e Anda Ion Caramitru e Sergiu Nicolaescu, quest’ultimo circondato, come al solito, da un piccolo seguito. Erano, per così dire, tè danzanti frequentati dal bel mondo.
Partecipavo a quelle feste insieme alla mia futura moglie, ma le nostre vite scorrevano ormai su binari paralleli. Mircea aveva la sua professione di pediatra, nella quale era diventato conosciuto nel nuovo quartiere, il matrimonio e la propria cerchia; io avevo il lavoro, la famiglia e le mie preoccupazioni. Mircea e Anda furono presenti al nostro matrimonio, ma dopo la nascita di nostro figlio smettemmo di frequentare i loro tè danzanti.
Si dice che lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Nel nostro caso, gli incontri si fecero più rari, ma né Mircea né io dimenticammo il passato comune, i nostri genitori e il quartiere in cui eravamo cresciuti.
Il divorzio e una nuova vita
Nel frattempo io ero partito per l’Italia. Tra le prime cartoline inviate da lì ce ne furono alcune indirizzate a Mircea e Anda.
Essendo lontano, non fui testimone di ciò che accadde loro. Nel loro ambiente c’era anche un architetto, più basso di Mircea, con una barba bionda e morbida, accanito fumatore e con un principio di calvizie. Non è il caso di rivelarne il nome. Era un grande seduttore, un vero tombeur de femmes. L’avevo visto spesso all’opera durante i balli, mentre sussurrava parole infuocate all’orecchio della partner. Secondo i racconti giunti fino a me, riuscì a conquistare anche Anda; i due si avvicinarono in modo inammissibile e la loro relazione portò alla fine del matrimonio. Oltre questo non posso parlare con certezza. In seguito, Anda e l’architetto partirono per l’America e, per quanto ne so, si stabilirono in Texas.
Mircea rimase solo e dovette lasciare la casa di Calea Moșilor. La sua solitudine, tuttavia, non durò a lungo. Si avvicinò a una ragazza seria della loro vecchia cerchia, amica di Anda e impiegata nella diplomazia, e si sposò una seconda volta.
Saluti da lontano
Dopo l’emigrazione incontrai Mircea ancora alcune volte durante i miei ritorni a Bucarest. Fui invitato a casa loro, nei pressi di Mihai Bravu. In seguito ci vedevamo ai concerti del Festival “George Enescu”. Mircea arrivava accompagnato dalla moglie e dagli amici. Ci riconoscevamo da lontano, ci salutavamo con la mano e ridevamo, felici di vederci ancora. Ma non andava oltre. Non ci sedevamo più a parlare e non cercavamo più di recuperare gli anni trascorsi. Forse, dopo tanto tempo, non sapevamo più che cosa dirci al di là di qualche banalità.
Un giorno, mentre ero in Italia, ricevetti una telefonata da sua moglie. Mi disse direttamente che Mircea era morto. Il cuore aveva ceduto. Credo avesse circa sessant’anni e forse non era ancora arrivato alla pensione. La sua morte mi sembrò prematura, soprattutto per un medico.
Ciò che è rimasto
Mircea fu, a modo suo, un vero amico. Il mio rapporto con lui rientra pienamente in ciò che intendo per semantica dell’amicizia, anche se non ebbe il carattere confidenziale di altre amicizie che ho vissuto. Non sentivo il bisogno di raccontargli tutte le mie inquietudini intime. Mircea era più giocoso, meno riflessivo, più orientato verso la vita immediata, le persone e il piacere dell’incontro. Poteva essere anche serio, ma tra noi non esisteva l’abitudine alle grandi confidenze.
La nostra amicizia si fondava su altro: sul fatto che ci conoscevamo da quando il nostro mondo cominciava appena a prendere forma. Ci separava una strada e, a volte, soltanto la distanza tra la sua finestra e casa mia. L’ho conosciuto bambino, adolescente, studente, medico, marito, poi uomo passato attraverso un divorzio e risposato. L’ho visto “rimorchiare” le ragazze seduto sul davanzale della finestra di Calea 13 Septembrie, organizzare incontri e tè danzanti, attraversare una separazione e rifarsi una vita. Alla fine erano rimasti soltanto i saluti da lontano e i sorrisi scambiati nelle sale del Festival Enescu. Posso dire di essere stato, come ogni buon amico, un testimone partecipe e inevitabilmente di parte.





