Luca Dan Șerbănați all'esame di maturità, 1961
Luca Dan Șerbănați nei primi anni Settanta
Luca Dan Șerbănați all'ultima lezione del quinto anno, aprile 1989

Luca Dan Șerbănați

Professore emerito alla Politehnica di Bucarest

Ricerca, insegnamento, industria e memorie

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Luca Dan Șerbănați a Venezia, 1990
Luca Dan Șerbănați a New York, 2005
Luca Dan Șerbănați

Decisioni «vitali»

Nella sua mente, mio padre aveva compilato un elenco delle cose che riteneva indispensabile propormi o impormi: pianoforte, nuoto, un buon liceo, l’indirizzo scientifico, ingegneria. Nel corso degli anni le spuntò come tappe verso la responsabilità e la dignità, mentre io, bambino fragile, riuscivo appena a comprendere il meccanismo che stava dietro quelle decisioni.

Prima di tutto, dovevo frequentare il miglior liceo di Bucarest. Per quattro anni attraversai Dealul Spirii e poi il parco Cișmigiu per frequentare il Liceo «Nicolae Bălcescu», già e, più tardi, nuovamente «Collegio Nazionale Sfântul Sava». Quel tragitto quotidiano, che allora mi sembrava soltanto una costrizione, divenne, senza che me ne accorgessi, una forma di disciplina. Imparavo ad arrivare in orario, a ripetere un percorso, a sottopormi a un ritmo esterno che in seguito mi sarebbe stato utile.

Dovevo poi avere una professione «redditizia», non diventare archeologo o regista teatrale, come avrei desiderato. Così, in decima classe, scelsi l’indirizzo scientifico, suscitando l’indignazione del professore di latino, che mi considerava un futuro grande latinista. Nella mente di mio padre, l’indirizzo scientifico sembrava più sicuro per il figlio di una modesta famiglia di intellettuali, costretto ad affrontare le difficoltà del proprio fascicolo politico in un mondo sempre più orientato verso la tecnica e l’industria. Rimpiangevo il latino, il teatro e la storia, ma la mia mente cominciava gradualmente ad abituarsi ai ritmi più rigorosi della matematica e della fisica.

Dovevo inoltre imparare quanto fosse difficile guadagnare il denaro. Per questo, durante le vacanze estive del liceo, dovevo lavorare «nel campo del lavoro» per pochi soldi, ma guadagnati con il «sudore». Alla fine, dovevo diventare ingegnere, non contabile né altro. Mio padre mi fece assumere «formalmente» in una fabbrica, affinché potessi ottenere una borsa di studio che facilitasse il mio ingresso alla Facoltà di Energetica dell’Istituto Politecnico di Bucarest. Quella rete di sicurezza non fu necessaria: superai l’esame di ammissione classificandomi tra i primi.

Per lui, il mio successo confermava che il piano funzionava. Per me, le cose erano più complesse. Gli obbedivo, pur ribellandomi dentro di me, perché sapevo che voleva il mio bene. Non si trattava di sottomissione cieca, ma di quella forma di fiducia che un bambino ripone, perfino contro la propria volontà, nell’adulto che gli traccia la strada. Conservavo però anche un territorio interiore nel quale non gli permettevo di entrare.

Virilità e silenzio

In un solo ambito mio padre non riuscì a guidarmi come avrebbe voluto: il mio modo di rapportarmi alle ragazze, alla seduzione e all’idea di virilità. Secondo lui, un giovane doveva essere audace, sicuro di sé, capace di avvicinare le ragazze senza esitazioni e di non restare prigioniero della timidezza. Io, invece, ero molto più riservato. Mi chiudevo come un riccio ogni volta che qualcuno cercava di affrontare l’argomento.

Tentò di avvicinare il tema attraverso lo zio Tibi, con il quale avevo un canale di comunicazione più aperto, ma anche allora mi chiudevo. Anche gli altri miei zii provarono a farmi uscire dal silenzio: mi portavano a passeggio, raccontavano barzellette spinte o facevano allusioni per osservare la mia reazione. Io non mi tappavo le orecchie; sorridevo educatamente e restavo in silenzio. Non era puro pudore, né completa innocenza, ma piuttosto l’incapacità di parlare con loro di cose che preferivo tenere per me.

A un certo punto, mio padre tentò una strategia più elaborata. Credo di essere stato nell’ultimo anno di liceo, o forse già al primo anno di università. Mi disse che una sua collega, più giovane di lui e figlia di un celebre professore, C.G.D., dell’Accademia Commerciale — chiamiamola Magda D. — desiderava andare in montagna e che, essendo appassionata di escursioni quanto me, sarebbe stata lieta di farsi accompagnare. Da sola non osava partire.

Non rifiutai. Conobbi Magda e mi sembrò una giovane piacevole, di qualche anno più grande di me, simpatica e abbastanza vivace da non farmi annoiare in sua compagnia. Salimmo sul treno, scendemmo a Sinaia e da lì cominciammo la salita a piedi, senza funivia, come piaceva a me. Piano piano raggiungemmo Vârful cu Dor. Il percorso fu bello, la conversazione facile e la montagna, come sempre, fece la sua parte nell’incanto.

Alloggiammo entrambi nella stessa stanza. Immagino che, nella mente di mio padre, questo fosse il cuore dell’intera strategia. La sera, ritirati nella nostra camera, constatammo che i letti erano paralleli e abbastanza vicini da permetterci di continuare la conversazione iniziata lungo il cammino. Parlammo per un po’, di una cosa e dell’altra, poi andammo a dormire. Il giorno seguente scendemmo nuovamente a Sinaia e prendemmo il treno per Bucarest.

Alla Gara de Nord ci salutammo educatamente, e tutto finì lì. Da allora non vidi mai più Magda. Suppongo che abbia raccontato a mio padre, con sincerità o forse soltanto con discrezione, che tra noi non era accaduto nulla. Credo che l’episodio lo abbia deluso. Aveva investito in quella piccola messinscena una speranza che io non avevo realizzato. Probabilmente pensava che la vicinanza di una giovane donna, in un contesto apparentemente naturale, mi avrebbe fatto uscire dalla timidezza.

La verità è che tra me e mio padre non esisteva quel genere di confidenza. Continuava a guardarmi, probabilmente con preoccupazione, come un giovane che tardava ad acquisire la sicurezza degli uomini maturi. Morì senza essere del tutto rassicurato sul fatto che avrei saputo cavarmela nella vita affettiva. Forse proprio qui si trovava una delle maggiori distanze tra noi: lui voleva prepararmi al mondo, mentre io difendevo i miei silenzi, le mie esitazioni e il mio modo personale di maturare.

Il bagnino e il Mar Nero

Sfogliando le vecchie fotografie, noto qualcosa di inquietante: ho molte foto con mio padre degli anni in cui ero piccolo, scattate dal fotografo Filip, suo amico, oppure con la macchina Agfa a soffietto di cui era orgoglioso e che produceva grandi negativi 6×9. Dopo, quasi nessuna risalente al periodo in cui cominciai la scuola. È come se, insieme all’alfabeto e ai quaderni, qualcosa si fosse ritirato dall’inquadratura dei ricordi fotografici.

In alcune occasioni ero io a fotografare lui o lui a fotografare me, come se uno di noi volesse fissare per sempre un istante. Ma noi due insieme quasi non esistiamo nelle fotografie. Forse mia madre non sapeva usare la macchina abbastanza bene da riprenderci entrambi. Forse il nostro «stare insieme» si consumava nel silenzio della casa e non aveva bisogno di essere dimostrato sulla carta lucida. O forse, più semplicemente, mio padre era sempre in movimento, e la macchina fotografica non coglie ciò che non resta fermo.

Con mio padre a Natale (1945)
Fig. 1. Con mio padre a Natale (1945).
Con mio padre a Natale (1946)
Fig. 2. Con mio padre a Natale (1946).
Con mio padre, a quattro anni (1948)
Fig. 3. Con mio padre, a quattro anni (1948).

Dopo molti anni trovai una fotografia di me e mio padre, scattata da mia madre durante una vacanza al Lacul Roșu nel 1958 (Fig. 4). L’ultima! Per me ha un valore particolare: non è soltanto una fotografia di vacanza, ma l’ultimo segno visibile di una vicinanza che, per il resto, rimase soprattutto nei gesti, nelle regole e nei silenzi.

Con mio padre al Lacul Roșu (1958)
Fig. 4. Con mio padre al Lacul Roșu (1958).

Di solito trascorrevamo le vacanze tutti e tre al mare, a Vasile Roaită, dove mio padre aveva l’occasione di nuotare, quasi fosse un ritorno a una normalità semplice. Alcune estati andavamo anche in montagna: a Predeal, Lacul Roșu o Călimănești. Immagini simili hanno una malinconia particolare: non sono soltanto «foto di vacanza», ma segni di un uomo che, tra obblighi e tensioni, riusciva ancora a trovare una striscia di libertà — acqua, aria, montagna — per sé e per la famiglia.

Ricordo un’estate, credo avessi sei anni, in cui andai al mare a Vasile Roaită soltanto con mio padre. Mia madre era stata operata, era in convalescenza e il medico le aveva proibito di andare al mare. Conoscevo il nostro programma quotidiano: era lo stesso degli anni precedenti. Qualcosa, però, era cambiato: la vita sociale. Quando al mattino arrivavamo più tardi in spiaggia, trovavamo già i posti riservati vicino alla riva, come piaceva a noi.

Un gruppo di giovani donne, alcune più giovani e altre più mature, ci aveva presi sotto la propria protezione e, arrivando presto in spiaggia, ci teneva il posto stendendo i propri teli dove eravamo soliti sistemarci. Che cosa era accaduto? Appena arrivati nella località, mio padre aveva incontrato sulla spiaggia Lali, una conoscente di Bucarest e figlia della mia insegnante di pianoforte. Lali era accompagnata da un’amica della stessa età; entrambe avevano circa venticinque anni. Si sistemarono accanto a noi perché conversare con mio padre faceva loro piacere.

Molte di loro non sapevano nuotare, così mio padre, ottimo nuotatore, propose di insegnare loro. La proposta fu accolta con entusiasmo. Senza trascurarmi del tutto, dedicava molto tempo alle giovani donne, insegnando loro prima a galleggiare a pancia in giù e poi sul dorso, sostenendole con le mani sotto l’acqua perché non affondassero. Quando per caso inghiottivano una sorsata d’acqua salata, spaventate gli si aggrappavano al collo. Atletico com’era, mio padre le prendeva con cura tra le braccia finché non si calmavano.

Vedendo il successo di mio padre nell’insegnamento del nuoto, altre giovani ci giravano intorno, cercando di attaccare discorso con lui con l’evidente intento di imparare a nuotare. Lui le accettava tutte come allieve, sostenendole tra le braccia, prima a pancia in giù e poi sul dorso. Sulla spiaggia, per ricambiare o per mettersi in evidenza ai suoi occhi, facevano a gara nel viziarmi, così non potevo certo lamentarmi di non avere compagnia. Per il bambino che ero allora, il successo di mio padre era uno spettacolo quasi eroico.

La sua fama crebbe in una mattina nuvolosa, quando nell’aria si avvertiva l’avvicinarsi della pioggia. Fiduciosi che il sole dei giorni precedenti non ci avrebbe traditi, ci dirigemmo tutti verso la spiaggia sperando in un miglioramento del tempo. Giunti sul lungomare, guardavamo impressionati il mare diventato quasi nero, con onde enormi che si precipitavano sulla spiaggia infrangendosi con un rumore sinistro. La bandiera rossa issata dai bagnini e i cartelli «Balneazione vietata» impedivano l’accesso all’acqua.

Eravamo circondati dalle allieve di mio padre, che volevano sapere da lui che cosa avremmo potuto fare quella mattina. Sempre cortese con le signore, cercava di accontentarle tutte. All’improvviso si levarono grida dalla folla raccolta sul lungomare: «Guardate, laggiù, qualcuno è in acqua!» Tutti volgemmo lo sguardo verso il punto indicato. Sembrava vero: di tanto in tanto si vedeva una testa emergere tra le onde, oltre le boe. Pareva fare segnali con le braccia. «Salvatelo, salvatelo, fate qualcosa! Annegherà!» si sentiva da ogni parte.

Vidi mio padre aggrottare la fronte, cercando di valutare la situazione. Poi, improvvisamente, si spogliò, lasciò i sandali sul lungomare, mi affidò a Lali e corse giù verso la spiaggia. Giunto sulla riva, si lanciò tra le onde minacciose. A nulla servirono i fischi dei bagnini e le grida della folla che gli intimava di tornare — probabilmente non le sentiva, coperte dal fragore del mare infuriato. Quando l’acqua divenne profonda, si slanciò in avanti e cominciò a nuotare a crawl, nel suo stile da «manuale di nuoto».

Un’onda lo colpì e mio padre scomparve, poi riemerse, nuotando e cercando di avvicinarsi alla testa che appariva e scompariva al largo. La distanza diminuiva visibilmente, mentre tutti noi trattenevamo il fiato, pregando che tutto finisse bene. Mi veniva da piangere, ma nello stesso tempo ero orgoglioso di mio padre e della forza che conoscevo così bene.

Mio padre raggiunse l’uomo, gli girò intorno una o due volte, gli mise la testa sotto il braccio e ripartì verso la riva, nuotando con un solo braccio. La corrente gli era contraria, ma non abbastanza da trascinarlo al largo. Con movimenti a scatti, sempre più vigorosi, riuscì ad avvicinarsi alla riva. Oltre la boa, grazie alla sua altezza di 1,85 metri, toccò il fondo con i piedi. Trascinò dietro di sé il corpo dell’annegato; ormai era chiaro che l’uomo era morto. Uscì dall’acqua e depose il corpo senza vita sulla spiaggia. Dalla folla si levarono applausi ed esclamazioni di «Bravo!».

Mio padre mi raccontò poi che, una volta raggiunto l’uomo, lo aveva afferrato per i capelli — come si fa con chi sta annegando, per mantenergli la testa fuori dall’acqua. Ma i capelli gli erano rimasti in mano. Capì che l’uomo era morto da tempo e decise che non poteva lasciarlo là, in balia delle onde, e che doveva riportarlo a riva. Tornati a Bucarest, non raccontammo nulla a mia madre né dell’insolita impresa di mio padre né delle sue lezioni di nuoto. Non saprei dire perché. Tra noi, i silenzi avevano già le loro regole.

Una geografia della provvisorietà

Il piano che mio padre aveva elaborato per me non era un capriccio, ma un riflesso di difesa nato da una biografia complicata, che per molto tempo avevo considerato soltanto uno sfondo. Non era uno sfondo. Era il fondamento. Dopo un’infanzia piena di privazioni e di cambiamenti di direzione secondo il vento, mio padre riuscì a laurearsi all’Accademia di Studi Economici. All’inizio lavorò nel Comitato Statale della Pianificazione, nell’ambito del Ministero delle Finanze.

Venne poi il periodo delle lotte interne al Partito Comunista e delle successive epurazioni, culminato con l’allontanamento del gruppo Ana Pauker–Vasile Luca. In quelle convulsioni, mio padre — come del resto anche mia madre — fu cacciato. Si poteva perdere un posto di lavoro, ma a quell’epoca, insieme ad esso, si perdeva anche la tranquillità del giorno dopo.

Dovette ricominciare tutto da capo e dal basso. Frequentò una scuola per tornitori e lavorò al tornio. Oggi immagino quella discesa: dagli uffici e dai piani contabili al rumore, ai trucioli di metallo e agli oli. Non la prese come una punizione, ma come una possibilità di sopravvivenza. Poi, quando si aprì di nuovo una porta laterale, vi entrò senza drammi: divenne capo contabile in un cantiere vicino ad Anina.

Da lì, passo dopo passo, rientrò nel circuito dei capi contabili, nei cantieri intorno a Bucarest — una geografia della provvisorietà, fatta di trasferimenti successivi, nuove squadre, scadenze, pressioni e della sensazione di dover continuamente dimostrare di avere il diritto di tornare «in alto».

Insieme a mia madre sostenne gli esami per diventare esperto contabile. Li vedo ancora, nella mia memoria affettiva, studiare fianco a fianco: due persone che tenevano in piedi la casa e il futuro attraverso uno sforzo comune, quasi austero, con la serietà di chi sa che le occasioni non si ripetono molte volte. Di tanto in tanto riceveva incarichi per perizie contabili — una forma di riconoscimento circoscritta, ma importante.

Verso la fine della vita aveva infine raggiunto una buona posizione: capo contabile in un consorzio edilizio di Bucarest. Era un ritorno, non trionfale ma naturale, dopo tanti nuovi inizi. Mi domando se proprio quell’instabilità lavorativa non gli abbia consumato, senza che se ne accorgesse, non soltanto la salute, ma anche la sua parte di libertà.

Aveva praticato sport — nuoto, calcio, pattinaggio —, ma i frequenti cambiamenti di lavoro, la stanchezza, gli spostamenti e la tensione chiusero lentamente quelle finestre. Ingrassò. Gli fu diagnosticata un’ipertensione che, con la sua consueta precisione, definiva «di origine surrenalica». E forse, dietro la severità che talvolta avvertivo in casa, vi era anche questa stanchezza: quella di un uomo che sapeva sulla propria pelle quanto rapidamente potesse cedere il terreno sotto i piedi e quanto caro si pagasse ogni deviazione.

Per questo, probabilmente, il suo piano per me non era un capriccio ma un riflesso di difesa: tenermi lontano dalla precarietà, dal caso, dal rischio di scivolare «in basso». Voleva darmi una professione solida, disciplina, una sorta di armatura. Forse sognava perfino, senza dirlo troppo spesso, che una preparazione tecnica mi avrebbe consentito un giorno di andare all’estero, lontano dal recinto di un regime autarchico.

Opposizioni senza rottura

Il rapporto con mio padre non fu privo di tensioni. Talvolta mi ribellavo alle sue decisioni; non mi piacevano le punizioni né le pretese che consideravo eccessive. Ma queste opposizioni non spezzarono mai il legame tra noi. Sul momento soffrivo, mi sentivo trattato ingiustamente o umiliato, ma quelle reazioni passeggere non diventavano un giudizio definitivo su di lui come uomo.

Con il tempo, anche lui attenuò la propria severità, soprattutto dopo aver visto che studiavo bene e superavo brillantemente gli ostacoli. Sotto molti aspetti seguì la mia evoluzione come una conferma che il suo piano non era stato vano. Soltanto più tardi compresi che la sua rigidità era, a modo suo, una forma di premura, mentre i miei silenzi non significavano rifiuto, ma erano il mio modo goffo di proteggere la mia interiorità. Imparavo a innalzare muri di difesa senza abbattere i ponti tra noi.

La riconciliazione con il piano

Quando guardo indietro, vedo chiaramente il percorso deciso da mio padre. Ogni scelta mi sembrava allora un ordine scritto su una lavagna austera — pianoforte, sport, liceo, indirizzo scientifico, ingegneria —, ma con il tempo ho capito che tutte nascevano dal desiderio di offrirmi sicurezza. A quattro anni, i tasti del pianoforte mormoravano regole bianche e nere. Con una resistenza infantile respingevo il ritmo quotidiano imposto, ma quella disciplina è rimasta da qualche parte dentro di me.

In quegli stessi anni, mio padre mi affidò alle braccia di Dezideriu, che mi gettò nella piscina profonda, così come, in un certo senso, mio padre mi gettò anche nel mare degli obiettivi della vita. Imparai così che l’acqua può davvero disciplinare, proprio come gli obiettivi della vita si possono raggiungere soltanto con la disciplina delle regole. Il nuoto, pur senza medaglie scintillanti, formò la mia perseveranza e la gioia di sentirmi libero in mezzo alla natura.

Il pianoforte — benché lo abbandonassi ribellandomi — mi rivelò la disciplina. Il liceo e l’università, con i loro tragitti quotidiani attraverso Bucarest, mi insegnarono ad adeguarmi a un ritmo esterno che ancora oggi mi aiuta a respirare profondamente negli spazi della decisione e della responsabilità. Tutti quei «devi» di mio padre diedero un contorno saldo alla mia idea del futuro.

Non nego che mio padre fosse rigido. Era chiaro che i miei successi erano anche i suoi. Ma oggi capisco meglio che cosa desiderasse: dietro il piano non si nascondeva la volontà di dominare, bensì il suo modo di assicurarmi il futuro. Oggi comprendo ciò che un tempo consideravo una mancanza: il piano di mio padre era il suo modo di amarmi. Non fu un amore dimostrativo, né una tenerezza facilmente riconoscibile da un bambino, ma fu una forma di premura costante, perfino ostinata. Dietro l’asprezza vi era la paura di un uomo che aveva conosciuto la caduta; dietro le regole, il desiderio che suo figlio non fosse altrettanto vulnerabile di fronte al mondo.

Fare pace con le decisioni di mio padre non significa accettazione passiva, ma la scelta adulta di vedere il senso dietro ogni dettaglio. Faccio pace con l’«armonia» del suo sistema perché, dietro la severità, ho ritrovato la buona intenzione. Alla fine gli ho dato ciò che desiderava: equilibrio, preparazione e integrazione nel mondo. Lottare nella vita significa talvolta indossare le scarpe dei propri genitori — non perché si voglia seguire esattamente le loro orme, ma perché la strada è lunga e occorrono buone calzature.

La notte in cui morì mio padre

Quando entrai all’università, i miei genitori decisero che non potevo più dormire nella stessa stanza con loro. Ero d’accordo anch’io: da tempo non mi sentivo a mio agio, sapendo che la mia sola presenza disturbava la loro intimità. Ma la «decisione» aveva anche un nucleo molto concreto: non c’era quasi nessun altro posto in cui potessi dormire.

L’altra camera da letto e la sala da pranzo erano occupate, rispettivamente, da Draga e Radu e da mia nonna Linica. Rimaneva libero soltanto il corridoio, che era però un luogo di passaggio per tutti. Dopo il divorzio da Radu, Draga insistette che non le dava fastidio che io dormissi lì. Così la mia dormeuse fu spostata dalla camera dei miei genitori nel corridoio.

Dormivo dunque sotto i due grandi quadri portati dall’Esposizione Universale di Parigi dal fratello di nonno Petruș e regalati ai «novelli sposi» per il loro matrimonio religioso del 1919. Era un luogo di passaggio e, tuttavia, per me era diventato una sorta di angolo personale: un letto, due quadri e una pace accettata da tutti. Credo che, in quella sistemazione modesta, fossimo tutti soddisfatti.

Era trascorso più di un anno da quel cambiamento quando, in una notte dei primi di gennaio, quasi a mezzanotte, udii le grida di mia madre dalla camera dei miei genitori: «Jean, Jean, guardami!» Corremmo tutti nella stanza: io, mia nonna e Draga. Mio padre, con la giacca del pigiama aperta sul petto, era disteso sul letto con gli occhi chiusi e sembrava borbottare qualcosa. Mia madre telefonò a Tibi, chiamandolo d’urgenza. Tibi arrivò in pochi minuti, ma non c’era più nulla da fare. Mio padre era morto a soli quarantacinque anni, in seguito a un ictus violentissimo. Io ne avevo appena diciannove.

Mia madre era distrutta, e in quel momento questo mi preoccupava più della morte di mio padre. Cercavo di consolarla, ma non avevo alcun argomento valido. Di fronte a un simile crollo, le parole sono soltanto rumore. Mia nonna, abituata alle molte morti che aveva vissuto, si mise a organizzare il funerale. La prima cosa che fece fu allontanarmi da casa: non dovevo partecipare alla lunga e dolorosa preparazione ortodossa della sepoltura.

Dove potevo andare? Naturalmente da Nicu, il mio amico, nel dormitorio universitario. Gli telefonarono e Nicu, addolorato per la morte di mio padre — che aveva conosciuto e apprezzato —, accettò di ospitarmi per tutto il tempo necessario. Ricordo quell’inverno come un peso nell’aria: freddo, spostamenti, preoccupazioni e qualcosa di irreale in tutto ciò che accadeva.

Il rigore dell’inverno complicò tutti i preparativi. Fu chiamata da Reghin anche nonna Maria, la madre di mio padre. Il fatto che una madre sopravviva al figlio è sempre stato considerato un’ingiustizia del destino, e nonna Maria viveva quel sentimento senza riuscire ad attenuarlo. Gli sarebbe sopravvissuta di sei anni. Che tipo di anni furono? È difficile dirlo, ma lo si può immaginare.

Tornai a casa il giorno del funerale, quando tutto era pronto. Vivevo ogni cosa come in un sogno. Non volevo credere che mio padre non sarebbe più stato presente nella mia vita, proprio ora che avrei potuto dimostrargli che i suoi sforzi avrebbero dato frutto.

Ci recammo poi al Cimitero di Ghencea, dove mio padre fu tumulato in una delle sei nicchie della tomba di famiglia, liberata in fretta: quella di mio nonno, il suocero di mio padre, dalla cui morte erano trascorsi vent’anni. Guardando indietro, la loro conversazione del 1938, raccontata in I miei genitori, pose la prima pietra della nostra famiglia. Mio nonno, che allora aveva imposto al matrimonio condizioni severe ma giuste, era l’uomo che mio padre avrebbe sostituito come capo della famiglia e, infine, anche nella nicchia della tomba familiare. Questo scambio simbolico nello spazio dell’eternità conclude un destino e riporta alla luce, con gratitudine, il ruolo eccezionale di mia madre, Zizi, che attraverso la disciplina e l’amore fu il ponte tra queste due forti personalità.

Riflessione matura

La tormenta di neve ci spinse rapidamente a casa, lasciando mio padre solo in quella cella stretta. Per molto tempo rimasi con un’immagine che non riuscivo facilmente a conciliare con il resto della vita: un uomo che mi aveva cresciuto attraverso regole e piani, improvvisamente rinchiuso in uno spazio senza nessun piano paterno, senza futuro, senza alcun «devi». Soltanto più tardi compresi che lì non era terminato soltanto un destino, ma anche un certo ordine della nostra casa. Stavo diventando io il capo della famiglia.

Questo è più o meno tutto ciò che posso dire ora. Vi sono altre cose da scrivere su mio padre e sul suo destino, ma non voglio forzarle a rivelarsi. Alcuni ricordi hanno bisogno di tempo prima di poter essere espressi.

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