Un nuovo dipartimento al Politecnico
Un capitolo sui miei inizi come assistente, dal 16 marzo 1970, nel Dipartimento di Calcolatori, sul trasferimento progressivo nel Nuovo Edificio e sugli anni di transizione in cui didattica, ricerca e dottorato si intrecciarono inevitabilmente.
Un nuovo inizio
Negli ultimi anni del decennio Sessanta, il Politecnico di Bucarest — e, in un certo senso, l’intera società romena — viveva una tensione propria degli inizi: molta energia investita nella modernizzazione, molta propaganda intorno al “progresso”, ma anche una reale, e breve, finestra di apertura intellettuale.
Tra il 1965 e il 1971, il regime di Ceaușescu coltivò un’immagine di autonomia all’interno del campo socialista e di “normalizzazione”, anche attraverso gesti pubblici di forte eco esterna, come la condanna dell’invasione della Cecoslovacchia nell’agosto 1968.
Era un tempo in cui il mondo evolveva rapidamente dal punto di vista tecnologico e la produzione dei calcolatori era entrata nella fase industriale: aziende solide producevano in grandi serie calcolatori destinati al calcolo scientifico, alla gestione e all’automazione.
In Romania, matematici e specialisti di elettronica compresero presto che i calcolatori sarebbero diventati necessari all’economia e, su loro iniziativa, il governo adottò nel 1967 un “Programma di dotazione dell’economia nazionale con moderne apparecchiature di calcolo e di automazione dell’elaborazione dei dati”.
Il programma prevedeva la creazione di un istituto specializzato, di fabbriche di settore, di un’impresa di assistenza tecnica, di un istituto incaricato dell’informatizzazione — conosciuto poi come ICI —, di una rete di centri territoriali di calcolo, di centri dipartimentali e così via, ma anche di un insegnamento superiore nel campo dell’informatica e dei calcolatori.
Per l’ambiente universitario, questo periodo significò simultaneamente due movimenti: da un lato una riorganizzazione accelerata — nuove sezioni, dipartimenti appena creati, “ristrutturazioni” motivate dall’apparizione di nuovi campi, ma anche da competizioni interne per posizioni e influenza; dall’altro, una pressione sempre più chiara verso l’“utilità” immediata, verso il collegamento dell’insegnamento con l’industria e verso la trasformazione della tecnica di calcolo in uno strumento strategico.
Non era soltanto una moda: si delineava una politica statale di dotazione ed espansione della tecnica di calcolo — non solo perché essa era necessaria, ma anche perché la Romania doveva essere “al livello dei paesi avanzati” — e il Politecnico doveva diventare uno dei nodi principali di questa ambizione.
Guardando indietro, mi rendo conto di essere entrato nel Dipartimento di Calcolatori proprio nel punto in cui la modernizzazione conservava ancora un’aria di entusiasmo, ma preparava già la propria irrigidimento. Nel 1971, le “Tesi di luglio” chiusero brutalmente questa finestra, spingendo indietro l’autonomia culturale e rafforzando il controllo ideologico — anche sull’ambiente universitario.
Questo non fermò lo sviluppo tecnico; al contrario. Ne cambiò però il clima: più disciplina formale, più formule obbligatorie, meno respiro intellettuale. Fu in questa miscela di slancio e costrizione che iniziò, di fatto, la mia carriera universitaria.
Il “Nuovo Edificio”: investimento, scala ed effetto di shock
Quando parlo dei miei primi anni al Politecnico, non posso separare il mio inizio dall’inizio di un altro Politecnico: il Politecnico “trasferito”, riconfigurato nella sua geografia e nella sua scala. Il 21 luglio 1969 furono consegnati i primi spazi didattici sulla nuova piattaforma di Splaiul Independenței 313 — la prima soglia concreta di ciò che, per la mia generazione, rimase a lungo il “Nuovo Edificio”.
La necessità di uno spazio adeguato per il Politecnico di Bucarest era evidente. Quando ero studente, a causa del numero sempre crescente di studenti, molti corsi, progetti e seminari si svolgevano al di fuori della “sede Polizu”, in vari altri edifici del Ministero dell’Istruzione, più o meno adatti a questo scopo. Erano tutti situati nel Settore 1 di Bucarest: in Bulevardul 1 Mai (“la sede 1 Mai”), su Calea Victoriei (“la sede Victoriei”), in strada Ștefan Furtună (“la sede 303”) e in strada Mihail Moxa (“la sede Moxa”). Man mano che venivano messi in funzione gli spazi universitari del Nuovo Campus, l’IPB abbandonò progressivamente l’uso di queste sedi.
Nel 1970 le cose continuarono allo stesso ritmo: nuovi corpi di fabbrica, nuove aule, nuovi laboratori entravano progressivamente in funzione. Io arrivai nel dipartimento il 16 marzo 1970, quando i corsi si svolgevano ancora negli edifici di Polizu, Moxa o 1 Mai, come ai tempi dei miei studi, ma il nuovo edificio cominciava già a imporre la propria logica.
Era come se l’università cambiasse, sotto i nostri occhi, non solo indirizzo, ma anche modo di immaginare se stessa: meno “dispersa” in sedi storiche, più organizzata come un campus moderno, con un’infrastruttura costruita per grandi masse di studenti e per laboratori che, nel vecchio Polizu, non si sarebbero potuti neppure sognare alla stessa scala.
Il progetto architettonico del “Nuovo Edificio” è spesso associato al nome di Octav Doicescu, come architetto coordinatore o capo progetto, che insieme a una squadra di architetti di talento realizzò un’opera di grande valore architettonico, caratterizzata da sincerità strutturale e integrità ambientale. Spiccavano le finiture coerenti, con il mattone a vista all’esterno e all’interno.
Come rettore che spinse l’investimento e gli diede una direzione istituzionale, compare costantemente il nome del professor Constantin Dinculescu.
Al di là dei nomi, l’effetto del Nuovo Edificio era chiaro: un investimento massiccio, difficile da immaginare oggi, che cambiò il rapporto del Politecnico con la città e con la propria ambizione. Per me, questo cambiamento di scenario fu più di uno sfondo: fu il segno che il campo dei “calcolatori” non era un’appendice esotica, ma una direzione che il sistema di governo prendeva molto sul serio.
Un nuovo dipartimento al Politecnico
Nel mio primo giorno come assistente nel Dipartimento di Calcolatori, il 16 marzo 1970, erano passati esattamente tre anni dalla mia assunzione alla FEA, il mio precedente luogo di lavoro. Consideravo quel periodo alla FEA come uno stage in produzione, utile alla mia carriera, ma non certo decisivo per definirla; prova ne è che, fin dall’inizio di quello stage, nel 1967, mi ero iscritto ai corsi della Facoltà di Matematica dell’Università di Bucarest, frequentandoli in regime di “esonero parziale dalla frequenza”, come seconda facoltà.
Nel 1969, quando ero già studente al terzo anno di Matematica, avevo sostenuto un concorso presso il Dipartimento di Automatica diretto dal professor Corneliu Penescu. Pur essendo stato ammesso, e pur conoscendomi il professore, non fu lì che approdai. Ebbi la fortuna che le ristrutturazioni del personale didattico necessarie alla creazione, nel 1969, del nuovo Dipartimento di Calcolatori modificassero la mia destinazione di assistente verso quest’ultimo.
Il nuovo dipartimento si formò alimentandosi con docenti provenienti dai dipartimenti della Facoltà di Automatica, recentemente istituita, e dai dipartimenti della Facoltà di Elettronica, da cui provenivano anche i due “corifei” del nuovo dipartimento: il suo capo, Mircea Petrescu, e il suo futuro capo, Adrian Petrescu, già miei professori nei corsi di Elettronica e, rispettivamente, di Calcolatori elettronici.
Questo tipo di cambiamenti nell’organizzazione del Politecnico era dovuto innanzitutto all’apparizione di nuovi campi o specializzazioni, ma anche alla militanza politica di alcuni docenti che dovevano trovare una posizione di guida. Tali ristrutturazioni si facevano prendendo in prestito docenti e studenti da diverse specializzazioni o dipartimenti esistenti. Esse caratterizzarono gli anni Sessanta nel Politecnico.
Così furono realizzate le ripetute scissioni di dipartimenti alla Facoltà di Elettronica, e così si formò, sempre a Elettronica, la sezione degli ingegneri fisici. Nel 1962, il professor Corneliu Penescu riuscì a fondare un Dipartimento di Automatica, il primo dell’Istituto Politecnico, e a creare una sezione di Automatica nell’ambito della Facoltà di Energetica.
In questo dipartimento furono reclutati diversi laureati di quell’anno provenienti dalle Facoltà di Elettronica, Elettrotecnica ed Energetica, mentre nella nuova sezione furono scelti gli studenti dei primi anni con le medie più alte delle stesse facoltà. Tra questi studenti fui scelto anch’io.
La procedura fu benefica quando riguardava studenti dei primi anni, ma lo fu meno quando riguardò docenti con personalità già formate e interessi divergenti. È anche il caso della formazione del Dipartimento di Calcolatori con docenti provenienti da Elettronica e da Automatica: “dissidenti”, nella maggior parte dei casi, di regimi autoritari nei quali ritenevano di non avere possibilità di affermarsi.
Le due origini distinte non furono mai dimenticate da coloro che erano stati “ristrutturati”, portando alla formazione di due fazioni, se non rivali, almeno in competizione per affermarsi all’interno del dipartimento. Le fazioni rimasero distinte per anni, alimentandosi con nuovi membri provenienti dalle successive promozioni di laureati della direzione Calcolatori, appena istituita nella Facoltà di Automatica.
Nel corso degli anni Settanta e Ottanta, i due capi di dipartimento, essi stessi coinvolti nelle fazioni esistenti, non riuscirono a unificare l’intero collettivo intorno a grandi temi di ricerca. L’eventuale uniformità rimase soltanto a livello sovrastrutturale, quello della collegialità e delle amicizie nate tra i membri delle due fazioni.
La situazione si complicò quando, dopo il 1972, si delinearono due direzioni di ricerca distinte nel campo dei calcolatori: hardware e software. Questo fenomeno portò alla comparsa di una terza fazione, quella del software, nella competizione interna al dipartimento. La situazione si perpetuò anche dopo il ritiro o la scomparsa dei membri fondatori.
Il primo giorno come docente al Politecnico
Nel mio primo giorno di servizio, mi presentai alla sede del dipartimento nel corpo F, secondo piano, stanza F202, dell’edificio di Polizu. Mi aspettavo di trovare un’atmosfera animata, ma la sala era vuota. Perplesso, andai alla segreteria del dipartimento nel corpo A, dove ne seppi il motivo: la maggior parte dei colleghi era partita per periodi di specializzazione all’estero, beneficiando di borse in paesi occidentali.
Così venni a sapere del programma PNUD-UNESCO destinato al nostro dipartimento, promosso da un’agenzia ONU da poco istituita. Il programma mirava al perfezionamento del corpo docente attraverso stage di specializzazione all’estero per tutti i membri del dipartimento. Inoltre, ci offriva la possibilità di ricevere a Bucarest professori di grande fama, che ci familiarizzassero con i concetti più nuovi del settore, e l’accesso a libri e riviste specialistiche straniere per la biblioteca del dipartimento.
Un’altra previsione importante fu l’acquisto di un minicalcolatore Hewlett-Packard, un’apparecchiatura di ultima generazione per quell’epoca.
Dopo vent’anni di chiusura quasi totale dell’accesso della ricerca romena alle risorse scientifiche occidentali, quel programma non fu soltanto un privilegio per i docenti, ma un vero cambiamento di paradigma. La specializzazione intensiva dei professori e l’esposizione alle teorie più recenti trasformarono il dipartimento in un centro di eccellenza, uno dei pochi in Romania in quegli anni, quando l’accesso alla tecnologia e alla letteratura specialistica era fortemente limitato.
Attraverso di noi, intere generazioni di studenti beneficiarono di questa apertura verso il mondo.
Il trasferimento nel Nuovo Edificio
In attesa del ritorno dei colleghi partiti per la specializzazione, mi fu affidato il compito didattico di assistere Adrian Petrescu nel corso di Calcolatori elettronici alla Facoltà di Elettronica, occupandomi delle ore di laboratorio. Mi piacque subito questa attività, soprattutto grazie agli studenti — entusiasti e desiderosi di imparare. Anche il rapporto con il titolare del corso fu eccellente.
Tra gli studenti di quella serie c’erano alcuni futuri colleghi di professione, destinati a diventare docenti o ricercatori: Irina Athanasiu, Lucia Coculescu e Adrian Mihalache.
Le mie ore con gli studenti si svolgevano nei vecchi edifici del Politecnico, anche perché la Facoltà di Elettronica fu l’ultima ad abbandonare la sede di Polizu per trasferirsi a Cotroceni, ma non nel Nuovo Edificio come tutte le altre facoltà; ebbe un edificio proprio, coerente con l’aspirazione all’autonomia tipica di quella facoltà.
Quando, negli anni successivi, cominciai a insegnare anche in altre facoltà del Politecnico — Aerospaziale e Meccanica fine —, il centro di gravità della mia attività si spostò verso il Nuovo Edificio.
Qui, il problema dello spazio non esisteva più: il Dipartimento di Calcolatori ricevette spazi nell’edificio del Centro di Calcolo del Politecnico, il professor Mircea Petrescu essendo capo di entrambe le unità. Questa simbiosi si mantenne per oltre vent’anni, fino alla soppressione del Centro di Calcolo.
Il corpo EF del Dipartimento di Calcolatori e del Centro di Calcolo era — ed è ancora oggi — un edificio composto da due segmenti, uno dei quali, quello rivolto verso il “fungo” del Rettorato, visto dalla valle sembrava una torre sulla cresta della collina che sovrasta il campus del Politecnico; un campus che si estendeva fino alla Dâmbovița e anche oltre, là dove si trovavano le residenze studentesche, alcune nuove, altre risalenti ai miei anni di studente.
Al piano terra della “torre” si trovavano la sala del calcolatore FELIX C-256, il dispatcher e le sale di perforazione delle schede, che servivano utenti di tutto il Politecnico venuti a eseguire e correggere i propri programmi. Al primo piano erano collocati i calcolatori ricevuti dall’Università di Darmstadt: un IBM 1401, praticamente inutilizzato, un IBM 1130 quasi nuovo ma già considerato superato nel paese d’origine, e un minicalcolatore HP 2116 B, allora alla moda, ottenuto attraverso il programma PNUD-UNESCO.
Al secondo piano si trovavano la sala riunioni, gli uffici del capo del Centro di Calcolo e della segretaria, nonché la biblioteca. Il terzo piano era occupato dai laboratori dei tecnici del Centro di Calcolo.
L’altro segmento conteneva uffici, la maggior parte occupati dal personale del dipartimento. Il piano terra era dedicato alle perforatrici di schede, alcune utilizzate dalle operatrici del Centro di Calcolo, altre dagli utenti del Politecnico — studenti e docenti. Gli altri tre piani erano occupati dagli uffici dei docenti.
Un vero lusso nei primi anni! Poi, man mano che comparvero nuovi docenti e nuove necessità di laboratorio, lo spazio iniziale divenne insufficiente e alcune sale adiacenti al Centro, ma appartenenti ai dipartimenti di Automatica, furono ottenute e assegnate al Dipartimento di Calcolatori.
Il mio ufficio si trovava al secondo piano, nella sala EF 203. Era estremamente luminoso grazie a un’intera parete di finestre e comprendeva due tavoli di lavoro, alcune sedie, una lavagna a gesso e un armadio a muro alto fino al soffitto, che riempii presto con lavori e progetti degli studenti, libri e copie xerox di articoli.
La vista dall’ampia finestra del mio ufficio arrivava lontano, verso il Rettorato e, oltre, verso la centrale termoelettrica di Grozăvești. Più vicino, oltre la recinzione del Politecnico, vedevo il cortile di una fonderia di metalli ferrosi, destinata alla produzione di macchinari in ferro, un’unità che un tempo fondeva bombe. La fonderia era servita da una ferrovia che attraversava lo spazio assegnato al Politecnico e al quartiere residenziale vicino, parallela al Boulevard Armata Poporului.
Raramente passava lenta una locomotiva con pochi vagoni su quella linea ferroviaria. Dopo la Rivoluzione, scomparvero sia la fonderia sia la ferrovia: resti di altri tempi, quando la collina di Cotroceni era occupata soltanto da unità militari e dalle loro manovre.
Fin dall’inizio condivisi l’ufficio nel Nuovo Edificio con Petre Dimo, assistente ai tempi dei miei studi, che col tempo divenne amico e mentore. Petre scrisse nel 1970 un libro di programmazione in FORTRAN IV, con il quale divenne noto in tutto il paese come uno dei principali esponenti del software romeno.
La sua attrazione per la programmazione dei calcolatori contagiò anche me, tanto più che in quel periodo stavo completando gli studi nella specializzazione Macchine di Calcolo alla Facoltà di Matematica dell’Università di Bucarest, con un accento prevalente sui linguaggi di programmazione. Con Petre scrissi anche il mio primo articolo di ricerca per il Congresso di Cibernetica di Bucarest, nel 1973. Riguardava il ruolo della memoria a breve termine nelle attività umane.
Fino alla partenza di Petre dal Politecnico, lavorammo insieme sugli stessi corsi: io dapprima come suo assistente, poi anche come titolare dello stesso corso insegnato a serie parallele.
L’ammissione al dottorato
Il sistema del dottorato in quegli anni era regolato da leggi del 1967. Secondo queste norme, gli studi di dottorato erano diretti da professori approvati dal Ministero dell’Istruzione.
Adrian Petrescu ottenne il diritto di dirigere dottorati nel 1972. In quel momento era anche capo dipartimento ad interim, poiché Mircea Petrescu si trovava in un lungo stage all’estero. La stessa sera in cui ricevette la notizia, Adrian Petrescu mi telefonò e mi disse di presentarmi il giorno dopo al Rettorato per iscrivermi al dottorato sotto la sua direzione. Rifiutai.
Quando sentì il mio rifiuto, rimase scioccato e, dopo qualche istante di silenzio, mi rimproverò con rabbia, nel suo stile caratteristico, che non teneva conto delle conseguenze:
«Sono stato il tuo professore, sono il titolare del tuo corso alla Facoltà di Elettronica...»
Gli spiegai che, prima della partenza di Mircea Petrescu, anticipando l’imminente sessione di ammissione al dottorato, gli avevo chiesto di accettarmi come dottorando.
«Mircea Petrescu ha accettato, e io ora non posso rimangiarmi la parola», dissi ad Adrian.
Ammesso al colloquio di ammissione al dottorato in assenza di Mircea Petrescu, avrei scoperto che, una volta rientrato nel paese, egli aveva dimenticato la sua promessa e aveva in mente un altro candidato. Il suo malcontento avrebbe influenzato il mio percorso accademico più di quanto immaginassi; il mio rapporto con lui rimase teso per oltre venticinque anni.
A ciò si aggiunse il fatto che gli occorse quasi un anno per scrivere il suo rapporto di approvazione della discussione della tesi, quando, dopo sei anni, ero riuscito a preparare una tesi che mi soddisfaceva. Solo più tardi, nel 1992, a notevole distanza nel tempo, divenni uno dei suoi interlocutori preferiti. Quanto al mio rapporto con Adrian Petrescu, esso fu compromesso definitivamente.
Gli anni di transizione: tra didattica, ricerca e dottorato
Nei primi tre anni dopo l’ammissione, la tesi rimase in secondo piano. Il mio tempo era assorbito dall’attività didattica, dall’insegnamento di due nuovi corsi, dall’approfondimento serio della materia e dalla costruzione di una comprensione di fondo del campo dell’informatica.
Parallelamente, mi occupai di problemi connessi ai compilatori, come la portabilità dei programmi, la progettazione di macroprocessori di vario tipo e perfino di un compilatore per un linguaggio in tempo reale, sviluppato nell’ambito di un contratto con l’ICI.
Una parte significativa del mio tempo fu dedicata alla collaborazione con gli studenti: dalla redazione di articoli all’implementazione dei temi per i loro progetti di diploma, che spesso sceglievo in modo da chiarire a me stesso aspetti teorici dei due corsi. Molte delle mie ricerche parallele avrebbero poi trovato posto, in una forma o nell’altra, nella tesi di dottorato.
Così, i piani iniziali furono deviati e il completamento della tesi fu rinviato. Tutto ciò spinse il termine finale oltre i piani iniziali: alla fine mi occorsero sette anni per discutere la tesi. Non fu soltanto un ritardo, ma un processo naturale di maturazione scientifica: apparvero nuove direzioni di ricerca, alcune più provocatorie e più attraenti di altre, che mi attirarono inevitabilmente e contribuirono a quel ritardo.
Come accade spesso nella ricerca, il percorso di una tesi di dottorato non è sempre lineare e gli obiettivi iniziali si modificano: evolvono man mano che compaiono nuove prospettive e opportunità di esplorazione. Alla fine, il mio lavoro non fu soltanto una formalità accademica, ma una riflessione autentica del mio percorso nella ricerca — con domande, aggiustamenti e riscoperte costanti.
I primi corsi come titolare
Nel periodo in cui fui ammesso al dottorato, lavoravo nel gruppo guidato da Petre Dimo a un analizzatore sintattico conversazionale destinato agli studenti, per aiutarli a editare e depurare i loro programmi FORTRAN.
Benché l’obiettivo di questo analizzatore e quello del mio compilatore ALGOL60 fossero simili — facilitare l’interazione uomo-calcolatore — i due analizzatori erano profondamente diversi. ALGOL60 possedeva una definizione sintattica formale e una semantica narrativa, il che permetteva un approccio rigoroso alla progettazione dell’analizzatore. FORTRAN, invece, non disponeva di una simile formalizzazione; il suo analizzatore sintattico doveva quindi essere progettato in modo artigianale, basandosi esclusivamente su una descrizione narrativa del linguaggio.
Per coincidenza, in seguito al progetto PNUD, che ci aveva esposti a ciò che avveniva nelle grandi università del mondo, nel 1973 fu adottato un nuovo piano di studi alla facoltà. Era rivoluzionario rispetto al precedente e introduceva, tra l’altro, due corsi essenziali: Teoria degli automi e Teoria dei linguaggi formali, insegnati in sequenza nel penultimo anno di studi. Fui designato a tenerli, essendo laureato anche in Matematica.
Per fortuna, non ero un novizio in materia: l’ultimo anno di studi a Matematica e la tesi di laurea mi avevano dato l’occasione di familiarizzarmi con queste due teorie.
Tuttavia, anche se non partivo da zero, la scrittura dei corsi richiese uno sforzo considerevole. Cercai di conferire loro una coerenza concettuale e vi riuscii introducendo il concetto di sistema formale, un quadro unificatore che copriva sia gli automi sia i linguaggi formali.
Per il primo corso, Teoria degli automi, ampliai la presentazione classica introducendo due capitoli essenziali per la cultura di un informatico: la calcolabilità mediante la Macchina di Turing e la teoria delle funzioni ricorsive.
Il secondo corso, Teoria dei linguaggi formali, mi permise di allargare l’area di studio e di introdurre il sistema formale come oggetto logico-matematico, un quadro assiomatico nel quale le proposizioni sono derivate da ipotesi mediante regole di inferenza. I sistemi di riscrittura erano un caso particolare dei sistemi formali, e i linguaggi formali un caso particolare dei sistemi di riscrittura.
Infine, la gerarchia di grammatiche di Chomsky mi offrì un modo elegante di mettere in corrispondenza i linguaggi formali con gli automi insegnati nel corso precedente.
Mentre scrivevo, mia madre batteva a macchina le pagine, in modo che fossero pronte per essere moltiplicate e distribuite come dispense. Sorprendentemente, benché fossero dense, piene di formule matematiche e dimostrazioni, i corsi ebbero successo.
Non subito — all’inizio, gli studenti incontrarono difficoltà — ma più tardi molti mi dissero che quei corsi erano stati di grande aiuto nella loro carriera. Per un professore, questa è la più grande soddisfazione.
La verità è che quei corsi non formarono soltanto generazioni di studenti, ma plasmarono anche per me un modo di affrontare e comprendere la realtà che si rivelò molto fecondo nel tempo, influenzando profondamente la mia ricerca. Nei miei campi di ricerca futuri — l’ingegneria del software e l’ingegneria dei sistemi — l’uso dei modelli matematici provenienti da quei due corsi fu di valore inestimabile.
Il mio libro di ricerca in ingegneria del software, pubblicato da Prentice Hall nel 1992, utilizza ampiamente i modelli della Teoria degli automi e della Teoria dei linguaggi formali.
Non ho alcun dubbio sulla necessità di questi corsi nella formazione di uno specialista in informatica o in intelligenza artificiale, sia esso matematico o ingegnere. In un’epoca in cui il posto di molti corsi tradizionali viene rivalutato nei nuovi piani di studio, credo che queste due discipline dovrebbero essere considerate corsi fondamentali per la formazione dell’ingegnere informatico, al pari della matematica o della fisica.
Ma un aspetto è essenziale nella decisione di introdurli: devono essere insegnati bene. Non è affatto semplice. Richiede una dedizione totale da parte del docente, per comprendere la materia in profondità e trasmetterla con chiarezza. Altrimenti diventano controproducenti, rischiando di generare rifiuto invece che passione.
In quegli anni, la mia attività didattica non si limitò al rapporto con gli studenti. Collaborai strettamente anche con i colleghi, creando un gruppo orientato al software — una terza fazione all’interno del dipartimento — che contribuì in modo significativo allo sviluppo e all’implementazione di progetti innovativi nel campo del software.
Un piccolo ponte: da assistente a șef de lucrări
In modo naturale, il mio inizio come assistente fu una combinazione di apprendistato e improvvisazione: laboratori da tenere, materiali da preparare, corsi da seguire dall’interno, colleghi da capire, alleanze e orgogli da decifrare. Poi, man mano che il dipartimento si stabilizzava e le direzioni si differenziavano, il mio ruolo cambiò: passai dal “sostenere” al “costruire” — corsi, temi, dispense, progetti con gli studenti, un’area personale di interesse.
A quel punto, il passaggio a șef de lucrări nel 1975 non fu soltanto una promozione amministrativa, ma il riconoscimento di un fatto semplice: non ero più una persona “in prova”, ma qualcuno che cominciava a dare forma a una parte della scuola che stava nascendo allora.