I viaggi di studio degli studenti di Calcolatori–Automatica negli anni Settanta
Negli anni Settanta, accanto alla pratica estiva obbligatoria, esisteva anche un’altra forma di contatto con il mondo reale dell’industria: il viaggio di studio. Non era pratica nel senso stretto del termine. Non andavamo a lavorare in un’impresa, ma a vedere, capire, porre domande e collegare i corsi a laboratori, istituti, fabbriche, centri di calcolo e installazioni reali.
Per gli studenti di Calcolatori–Automatica, una simile uscita aveva un valore particolare. La tecnica di calcolo era ancora rara, concentrata in pochi centri regionali e in imprese specializzate, e molte delle cose di cui parlavamo nei corsi potevano essere viste soltanto lì.
Una forma speciale di apprendimento
Gli studenti non incontravano calcolatori a ogni passo, non avevano accesso a laboratori personali e non potevano sperimentare, come oggi, sulle proprie macchine. Il contatto con un centro di calcolo, con un’installazione automatica, con una fabbrica o con una sala di comando aveva quindi una forza rivelatrice che oggi è difficile spiegare.
I viaggi di studio rappresentavano un ibrido fra istruzione tecnica, documentazione professionale e socializzazione accademica. Non erano una semplice ricompensa e neppure un episodio turistico. Avevano una componente didattica reale, ma più libera di quella dell’aula. Erano, nello stesso tempo, una forma di avvicinamento all’industria e un momento di passaggio attraverso un’esperienza collettiva che legava fra loro gli studenti di una stessa generazione.
Quando si svolgevano e come erano organizzati
Per quanto ricordo, i viaggi di studio si svolgevano verso la parte finale della preparazione professionale, probabilmente al terzo o al quarto anno, quando gli studenti entravano già nella zona propriamente detta della specializzazione e potevano capire ciò che vedevano. Avevano luogo, di regola, nel secondo semestre, molto probabilmente in primavera, in aprile o maggio. La durata era di circa dieci fino a quattordici giorni.
I corsi venivano interrotti per questo periodo. Non era però una vacanza. Le ore perdute dovevano essere recuperate, prima della partenza o dopo il ritorno. Talvolta si concentravano corsi e seminari in giornate più cariche, altre volte si lavorava anche il sabato. Era uno sforzo supplementare per professori e studenti, ma veniva accettato perché il viaggio era considerato un’attività didattica concentrata, approvata dalla facoltà e dal dipartimento.
Per quattro anni consecutivi ho guidato simili viaggi di studio con i miei studenti. Non ero l’organizzatore pratico. L’organizzazione materiale veniva fatta attraverso il BTT, con il coinvolgimento dei responsabili d’anno, ma mi veniva chiesto un parere sulla composizione dell’itinerario e sulla scelta degli obiettivi tecnici. Bisognava trovare un equilibrio fra gli obiettivi industriali importanti, i centri di calcolo, le università visitate e la parte culturale del viaggio.
Il percorso tecnologico
Per un docente di Automatica e Calcolatori, costruire l’itinerario era una sfida. L’idea era visitare quei luoghi in cui l’automazione, l’elettronica e la tecnica di calcolo cominciavano ad avere un ruolo visibile. Nel linguaggio dell’epoca, questi luoghi venivano spesso presentati come “perle” dell’industrializzazione socialista; per noi, al di là della formula ufficiale, erano luoghi in cui gli studenti potevano vedere la tecnologia su scala reale.
Si andava verso grandi piattaforme industriali, centri territoriali di calcolo, imprese che utilizzavano o producevano apparecchiature elettroniche, centrali idroelettriche, stabilimenti elettrotecnici e università partner. Un circuito poteva collegare Bucarest a Brașov, Sibiu, Cluj, Iași o Timișoara. Altri itinerari potevano arrivare verso Galați, verso le piattaforme chimiche della Moldavia o verso le Porte di Ferro.
Centri di calcolo e tecnica di calcolo
Le visite ai centri di calcolo erano, per i nostri studenti, tra le più importanti. Lì potevano vedere calcolatori romeni della serie Felix, ma anche apparecchiature importate, di tipo IBM o IRIS. In un’epoca in cui il calcolatore era ancora una macchina rara, custodita in sale speciali, il contatto diretto con questi centri aveva un valore formativo considerevole.
Gli studenti vedevano non soltanto la macchina, ma anche l’organizzazione del lavoro intorno a essa: operatori, programmatori, flussi di elaborazione, schede perforate, nastri, stampanti, aria condizionata, disciplina tecnica.
La Fabbrica di Memorie di Timișoara
Un obiettivo rimasto nella mia memoria fu la Fabbrica di Memorie di Timișoara. Per gli studenti di Calcolatori era un obiettivo di primo piano. Timișoara aveva già un prestigio tecnologico particolare, legato anche alla tradizione del calcolatore MECIPT. La visita in un luogo in cui si producevano componenti fisici delle memorie, spesso attraverso operazioni fini, di grande precisione, aiutava gli studenti a capire l’architettura hardware oltre gli schemi disegnati alla lavagna.
Le Porte di Ferro
Un altro obiettivo impressionante era la centrale idroelettrica Porte di Ferro I. Per un futuro ingegnere in automatica, la sala macchine, la sala di comando e i sistemi di regolazione rappresentavano un incontro con l’automazione su scala monumentale. Si vedeva lì come il controllo automatico non fosse soltanto un capitolo di corso, ma una tecnologia capace di far funzionare turbine, impianti energetici e processi di una complessità difficilmente immaginabile in un laboratorio universitario.
Stabilimenti, combinati, piattaforme industriali
A seconda dell’itinerario, si potevano visitare Electroputere Craiova, il Combinato siderurgico di Galați, stabilimenti elettrotecnici, piattaforme chimiche o imprese in cui comparivano i primi sistemi di comando e controllo. A Pitești, per esempio, l’interesse era legato all’organizzazione della produzione e agli elementi di controllo automatico nell’industria automobilistica. In simili luoghi, gli studenti capivano la dimensione industriale delle discipline che studiavano.
Il vagone letto come “base operativa”
La logistica di questi viaggi era, a suo modo, notevole. Talvolta si noleggiavano pullman, attraverso il BTT o l’ONT, soprattutto per spostamenti locali, per deviazioni dal percorso ferroviario o per raggiungere obiettivi situati fuori dalle città. Ma nei viaggi che ricordo meglio abbiamo usato treni con vagoni letto di seconda classe.
Il vagone ci aspettava in stazione, fermo su un binario morto, poi veniva agganciato a un altro treno e ci portava verso la città successiva, secondo un programma minuziosamente elaborato.
Quel vagone letto diventava una casa ambulante. La stazione era, per ventiquattro o quarantotto ore, la nostra base operativa. La mattina ci lavavamo alle fontanelle della stazione e, durante la giornata, quando era necessario, usavamo i bagni municipali. Oggi questi dettagli possono sembrare pittoreschi o scomodi. Allora facevano parte della normalità del viaggio.
Non avevamo pretese di comodità, ma il sentimento di partecipare a un’avventura organizzata, con regole chiare e al tempo stesso con una libertà che la vita universitaria ordinaria non offriva.
La sera, il ritorno al vagone, dopo una giornata di visite tecniche o culturali, creava una coesione particolare. Le discussioni continuavano a lungo dopo lo spegnimento delle luci. Il treno fermo o in movimento diventava uno spazio intermedio: né facoltà, né dormitorio, né casa, né albergo. Era il luogo in cui il gruppo trovava il proprio ritmo.
La vita del gruppo
Il viaggio di studio scioglieva, in una certa misura, le barriere formali fra professore e studenti. Io restavo naturalmente il responsabile del gruppo. Dovevo occuparmi della sicurezza degli studenti, del rispetto del programma, del rapporto con i rappresentanti delle imprese e delle istituzioni visitate. Ma, nello stesso tempo, la relazione diventava più diretta.
Fuori dall’aula, il professore poteva essere visto anche in un altro modo: come accompagnatore, come mediatore, come uomo che racconta, ascolta, risponde alle domande e, talvolta, tace insieme agli altri.
Dopo le visite nei centri di calcolo, nei capannoni industriali o nelle sale di comando, le serate appartenevano al gruppo. Si andava nei ristoranti locali, sulle terrazze, si discuteva di ciò che era stato visto, ma anche di cose senza legame diretto con il programma ufficiale. Si stringevano amicizie, si delineavano affinità, apparivano piccole tensioni e altre tensioni si spegnevano. Nei compartimenti c’era quasi sempre una chitarra che raccoglieva gli studenti intorno a sé.
Nei treni si svolgevano anche campionati di bridge, gioco molto di moda in quegli anni. Era, in realtà, la continuazione di una pratica assai diffusa in facoltà. Nelle aule di seminario vuote si giocava spesso a bridge. Mi è capitato più volte, cercando un’aula libera per un seminario, di aprire la porta e trovare un gruppo concentrato sul gioco. Chiudevo piano la porta, per non disturbarli, e cercavo un’altra aula.
Tra tecnica e cultura
I viaggi di studio avevano anche una componente di conoscenza del paese. Non era un’aggiunta artificiale. Per molti studenti, era una delle rare occasioni per vedere città, regioni e monumenti che, da soli, non avrebbero visitato così facilmente. Cluj e Iași significavano università, centri di calcolo, incontri con colleghi di altri centri accademici, ma anche esplorazione urbana. Timișoara, Brașov, Sibiu o Craiova avevano ciascuna un proprio profilo tecnico e culturale.
Alcune fotografie dell’album mostrano che, in uno dei viaggi, siamo arrivati anche a Sinaia, nella zona Cota 1400–Cota 2000. Non ricordo con certezza il motivo della sosta, ma è molto possibile che fosse legata a una visita tecnica alla Fabbrica di Meccanica Fine — MEFIN Sinaia — un importante obiettivo industriale dell’epoca, specializzato in apparecchiature di iniezione e meccanica di precisione. Come in molti altri casi, il programma tecnico fu probabilmente completato da un’uscita in montagna.
In un viaggio rivolto alla Transilvania, dopo Cluj e il suo importante centro di calcolo, arrivammo anche a Băile Felix. Era un momento di respiro, una pausa necessaria dopo giorni passati fra capannoni, laboratori e sale di presentazione. In altri viaggi, l’itinerario ci portò verso le montagne. Le fotografie che conservo si riferiscono spesso proprio a questa parte culturale o distesa del percorso.
Esse mi mostrano che siamo passati per zone montane, probabilmente attraverso nodi ferroviari come Suceava o Piatra Neamț, da dove potevamo continuare con un pullman noleggiato verso passi e luoghi come le Gole di Bicaz.
Nell’ultimo anno in cui ho guidato un simile viaggio di studio, la zona scelta fu la Moldavia, soprattutto il nord della Moldavia. Dopo Iași, visitammo i monasteri della zona di Rădăuți: Voroneț, Sucevița, Moldovița e Putna. Fu un contrasto forte fra la freddezza tecnica dei centri di calcolo e il calore dell’architettura medievale, fra la disciplina industriale e la quiete di pitture vecchie di secoli. Non era soltanto turismo. Era una forma di educazione umanistica, aggiunta naturalmente a una formazione tecnica.
Fotografie
Le fotografie conservate colgono soprattutto la parte culturale e distesa dei viaggi: soste, gruppi, momenti di respiro e visite a luoghi che completavano il percorso tecnico.
Sinaia, Cluj, Băile Felix
Carpazi Orientali, monasteri del nord della Moldavia
Generazioni diverse di studenti
Il fatto di aver guidato questi gruppi per quattro anni consecutivi mi ha offerto una prospettiva interessante sul mutare delle generazioni. Da un anno all’altro cambiavano le domande degli studenti durante le visite tecniche. Non si trattava soltanto di differenze di preparazione o di programma. Ogni anno aveva un certo “umore” intellettuale, una propria atmosfera, nata dalle affinità, dalle rivalità e dalle curiosità del gruppo.
Ricordo in modo particolare il viaggio con la generazione in cui il numero delle ragazze era insolitamente alto. Nel 1973, dopo l’ammissione, molti ragazzi dovettero fare nove mesi di servizio militare prima di cominciare effettivamente i corsi. In quell’anno rimasero, in proporzione maggiore, le ragazze e i ragazzi esentati dal servizio militare per varie ragioni. Quando questa generazione arrivò al viaggio di studio, la dinamica del gruppo era diversa da quella degli anni precedenti.
Era un gruppo più rumoroso, ma, paradossalmente, anche più disciplinato. Le studentesse sembravano più attente ai dettagli culturali, più disposte a osservare i luoghi, le persone, le città e i monumenti. L’atmosfera nel vagone era più composta, con discussioni più lunghe, talvolta a bassa voce, con un’aria meno brutale rispetto agli anni in cui il rapporto fra ragazzi e ragazze era più equilibrato. Simili sfumature non compaiono in nessun documento ufficiale, ma per me esse danno il vero colore di quei viaggi.
Il senso di questi viaggi
Visti retrospettivamente, i viaggi di studio degli anni Settanta appartengono a un mondo che non esiste più. Negli anni Ottanta, con l’approfondirsi della crisi economica, simili spostamenti divennero più difficili da organizzare, più poveri, più restrittivi. Ma negli anni in cui li ho guidati conservavano ancora un’aria di libertà intellettuale e di curiosità tecnica.
Per gli studenti, il viaggio era un incontro con l’industria, con altri centri universitari, con la tecnologia reale e con il paese. Per me, come giovane docente, era un’altra forma di attività didattica. Non insegnavo dalla cattedra, ma continuavo a formare. Rispondevo alle domande davanti a un’installazione, in un centro di calcolo, in uno scompartimento ferroviario o sul viale di un monastero. In quei momenti, l’insegnamento diventava meno formale, ma non meno serio.
Forse proprio per questo questi viaggi mi sono rimasti così chiaramente nella memoria. Riunivano nello stesso tempo tecnica, amicizia, stanchezza, curiosità, improvvisazione, disciplina e libertà. Erano parte dell’educazione ingegneristica di una generazione che imparava i calcolatori in un’epoca in cui i calcolatori erano ancora rari, grandi, inaccessibili e, proprio per questo, circondati da una certa aura.